RAMPINI FEDERICO.
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IL TRADIMENTO.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il libro.
Il mondo sembra impazzito. Stagnazione economica. Guerre civili e conflitti religiosi.
Terrorismo. E, insieme, la spettacolare impotenza dell'Occidente a governare questi shock, o anche
soltanto a proteggersi.
Senza una guida, abbandonate dai loro leader sempre pi miopi e irrilevanti, le opinioni
pubbliche occidentali cercano rifugio in soluzioni estreme. Alla paura si risponde con la fuga
all'indietro, verso l'isolamento da tutto il male che viene da l fuori e il recupero di aleatorie identit nazionali.
Globalizzazione e immigrazione sono i due fenomeni sotto accusa.
Il tradimento delle lite  avvenuto quando abbiamo creduto al mantra della globalizzazione,
quando il pensiero politically correct ha recitato la sua devozione a tutto ci che  sovranazionale, a
tutto ci che unisce al di l dei confini, dal libero scambio alla finanza globale. Il triste bilancio  quello
di aver reso i figli pi poveri dei genitori.
Il tradimento delle lite si  consumato quando abbiamo difeso a oltranza ogni forma di
immigrazione, senza vedere l'enorme minaccia che stava maturando dentro il mondo islamico, l'ostilit
ai nostri sistemi di valori. Quando abbiamo reso omaggio, sempre e ovunque, alla societ multietnica,
senza voler ammettere che questo termine, in s,  vuoto: non indica il risultato finale, il segno
dominante, il mix di valori che regolano una comunit capace di assorbire flussi d'immigrazione crescenti.
E il tradimento  continuato praticando l'autocolpevolizzazione permanente, un riflesso
pavloviano ereditato dall'epoca in cui noi eravamo l'ombelico del mondo: come se ancora oggi ogni
male del nostro tempo fosse riconducibile all'Occidente, e quindi rimediabile facendo ammenda dei nostri errori.
In questo acuto pamphlet di denuncia  inclusa un'autocritica sul ruolo dei media  Federico
Rampini indica le possibili vie d'uscita: un'economia liberata dai ricatti delle multinazionali e dei top
manager; un'immigrazione governata dalla legalit e nella piena osservanza dei nostri princpi; una
democrazia che torni a vivere della partecipazione e del controllo quotidiano dei cittadini; e, infine, un
dibattito civile ispirato all'obiettivit e al rispetto dell'altro, non ai pregiudizi, all'insulto e alla gogna mediatica dei social.
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L'autore.
Federico Rampini, corrispondente della Repubblica da New York, ha esordito come giornalista nel 1979 scrivendo per
Rinascita. Gi vicedirettore del Sole-24 Ore e capo della redazione milanese della Repubblica,
editorialista, inviato e corrispondente a Parigi, Bruxelles, San Francisco, Pechino, ha insegnato alle
universit di Berkeley, Shanghai, e alla Sda-Bocconi.  membro del Council on Foreign Relations,
think tank americano di relazioni internazionali. Da Mondadori ha pubblicato: Il secolo cinese (2005),
L'impero di Cindia (2007), L'ombra di Mao (2007), La speranza indiana (2008), Slow Economy
(2009), Occidente estremo (2010), Alla mia Sinistra (2011), Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo
(2012), Banchieri (2013), Vi racconto il nostro futuro (2014), All You Need Is Love (2014), L'Et del
Caos (2015), Banche: possiamo ancora fidarci? (2016). Nel 2005 ha vinto il Premio Luigi Barzini per il giornalismo.
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Il tradimento.
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Globalizzazione e immigrazione, le menzogne delle lite.
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Introduzione.
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Il mondo sembra impazzito. Stagnazione economica. Guerre civili e conflitti religiosi.
Terrorismo. E, insieme, la spettacolare impotenza dell'Occidente a governare questi shock, o anche soltanto a proteggersi.
Senza una guida, abbandonate dai loro leader sempre pi insignificanti e irrilevanti, le opinioni
pubbliche occidentali cercano rifugio in soluzioni estreme. La vittoria di Brexit nel referendum in Gran
Bretagna che ha sancito l'uscita dall'Unione europea. I messaggi radicali di Donald Trump e Bernie
Sanders che nel corso della campagna elettorale americana del 2016 hanno avuto un seguito inatteso,
insperato, imprevisto fino a un anno prima. Le derive autoritarie in Polonia e Ungheria. Che si tratti di
fenomeni durevoli o transitori, passeggeri o irreversibili, tutti hanno un elemento in comune: alla paura
si risponde con la fuga indietro, verso il recupero di identit nazionali. Si cerca di alzare il ponte
levatoio. Di isolarsi da tutto il male che viene da l fuori.
 una reazione comprensibile.
 normale cercare di proteggersi dall'inaudita violenza di attentati terroristici di matrice
islamista sul suolo europeo: un'escalation che dopo Charlie Hebdo ha colpito ancora Parigi nel
novembre 2015, Bruxelles nel marzo 2016, Nizza nel luglio 2016. L'America non  immune.
Ed  normale cercare una via d'uscita dalla stagnazione economica ultradecennale, che ha reso i
figli pi poveri dei genitori.
Immigrazione e globalizzazione, sono i due fenomeni sotto accusa.
Il grande tradimento delle lite spinge alla ricerca di soluzioni nuove... oppure antichissime.
Quel tradimento  reale. Per lite intendo un ceto privilegiato che estrae risorse dal resto della societ,
per il potere che esercita direttamente: politici, tecnocrati, alti dirigenti pubblici nella sfera di governo;
capitalisti, banchieri, top manager nella sfera dell'economia. Pi coloro che hanno un potere indiretto
attraverso la formazione delle idee, la diffusione di paradigmi ideologici, l'egemonia culturale:
intellettuali, pensatori, opinionisti, giornalisti, educatori. Ci sono dentro anch'io.
Il tradimento delle lite  avvenuto quando abbiamo creduto al mantra della globalizzazione,
abbiamo teorizzato e propagandato i benefici delle frontiere aperte: e questi per la maggior parte non si
sono realizzati. Quando abbiamo continuato a recitare un'astratta retorica europeista mentre per milioni
di persone l'euro e l'austerity erano sinonimi di un grande fallimento.
Il tradimento delle lite si  consumato quando abbiamo difeso a oltranza ogni forma di
immigrazione, senza vedere l'enorme minaccia che stava maturando dentro il mondo islamico,
un'ostilit implacabile ai nostri sistemi di valori.
Il tradimento delle lite  continuato praticando l'autocolpevolizzazione permanente, una sorta
di riflesso pavloviano ereditato dai tempi in cui noi eravamo l'ombelico del mondo: come se ancora
oggi ogni male del nostro tempo fosse riconducibile all'Occidente, e quindi rimediabile facendo
ammenda dei nostri errori. Il tradimento delle lite ha giustificato ogni violenza contro di noi
riconducendola ai nostri peccati ancestrali; e cos ha illuso che il mondo possa tornare in ordine se
soltanto l'Occidente si pente e imbocca la retta via.
Il pensiero politically correct, dominante fra i tecnocrati, le lite e tanta parte della sinistra di
governo, ha continuato a recitare la sua devozione a tutto ci che  sovranazionale. Tutto ci che unisce
al di l delle frontiere  stato considerato positivo per definizione: trattati di libero scambio,
organizzazioni multilaterali. Si  reso omaggio sempre e ovunque alla societ multietnica, senza voler
ammettere che questo termine in s non vuol dire niente: societ multietnica non ci dice qual  il
risultato finale, il segno dominante, il mix di valori che regolano una societ capace di assorbire flussi
d'immigrazione crescenti. Da tempo gli Stati Uniti sono multietnici; lo  l'India; lo  il Brasile; lo  la
Russia; lo sono la Turchia e l'Iraq con le loro minoranze armene o curde. E noi, a chi vogliamo
assomigliare?
Pu sembrare anacronistica l'attuale riscoperta, da destra, di un modello russo. Ma  anche
questa una conseguenza del tradimento delle lite. Alle paure di un'opinione pubblica angosciata
dalla stagnazione economica e dal terrorismo, l'establishment globalista e ottimista ha risposto
recitando a oltranza la stessa fiaba a lieto fine: E dopo avere abbattuto le frontiere vissero per sempre
felici e contenti. Se ormai ci credono in pochi, la colpa non  di Putin.
Pi in generale, per molti decenni abbiamo raccontato che in questo mondo sempre pi
connesso lo Stato-nazione  superato; e quindi, implicitamente, lo stesso esercizio della sovranit
popolare che aveva fondato la democrazia su basi nazionali viene condizionato e limitato da forze
superiori. Salvo scoprire che queste forze superiori non sono n oggettive n naturali; producono
risultati che avvantaggiano pochi, sempre gli stessi. Come stupirsi, allora, se una parte di noi perde
fiducia nella democrazia stessa?
Non hanno dimenticato nulla. E non hanno imparato nulla. Si dice che Charles-Maurice de
Talleyrand, celebre figura della Rivoluzione francese e del periodo napoleonico, diede questa
definizione dei nobili esiliati, quando tornarono in patria con la Restaurazione del 1815.
Evitiamo che quella frase finisca per descrivere anche la nostra generazione, il nostro tempo.
New York, 5 ottobre 2016.
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I.
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Immigrazione e jihad.
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In quella Bruxelles che oggi  un covo dei jihadisti d'Europa ci ho vissuto quindici anni,
infanzia e adolescenza. Non ho mai smesso di frequentarla, visto che ci sono rimasti sempre i miei
genitori, ora mia mamma da sola.
A Parigi (altro covo di jihadisti) frequentai, ventenne, i seminari di Raymond Aron; ci tornai
come corrispondente estero trent'anni fa; poi ci  andato mio figlio Jacopo a fare la Sorbona. Per anni
la nostra famiglia, quando era sparpagliata tra la California e la Cina o tra l'Europa e New York, si
riuniva a Parigi per le feste di Natale e Capodanno.
Bruxelles, Parigi: quando conosci cos le citt, quando sono i luoghi dove vivono i tuoi migliori
amici, e pezzi della tua vita sono incollati al paesaggio locale, diventi allergico alle superficialit, agli
stereotipi. Non sopporti i banali luoghi comuni usati da chi cerca una spiegazione facile alle tragedie.
Per esempio: per non stancare il cervello di fronte a fatti terribili, angosciosi e complessi, molti
diventano di colpo marxisti. Nel formato bignamino del marxismo, quello per cui ogni cosa deve
spiegarsi con la realt economica sottostante, i rapporti sociali, le classi, lo sfruttamento capitalistico.
Ecco che secondo questa versione di comodo la jihad penetra perch i giovani di origini arabe o
nordafricane sarebbero prigionieri di ghetti, marginalizzati, intrappolati in condizioni economiche
disagiate.
Ma davvero? I ghetti per immigrati a Bruxelles io li ricordo bene. Ci vivevano i nostri, di
immigrati, gli italiani. Anni Cinquanta, Sessanta: allora s, il Belgio era un paese razzista. I nostri
immigrati andavano a morire per estrarre il carbone nelle miniere della Vallonia (tragedia di
Marcinelle, 8 agosto 1956, l'anno della mia nascita: 262 morti di cui 136 italiani). Era l'epoca in cui i
padroni di casa belgi alle finestre degli appartamenti da affittare attaccavano l'avviso NIENTE CANI,
NIENTE ITALIANI. I figli di quegli immigrati non riuscivano a finire la scuola dell'obbligo. Ne
ricordo uno, siciliano, mio compagno di classe dalla prima alla quinta elementare: Calogero Arnone.
Ripetente, perci il pi alto e il pi forte di tutti, primeggiava negli sport. Nelle altre materie se la
cavava a stento. Il giorno della consegna del diploma di quinta il maestro, dopo averlo promosso,
aggiunse: Gli altri vanno in prima media, tu hai gi studiato abbastanza, ora vai a lavorare. Non era
un giudizio, era una constatazione. Per Calogero la quinta elementare era gi un traguardo, per i suoi
genitori un lusso.
Da bambino ho avuto compagni di banco francesi, tedeschi, olandesi e belgi. Come ho
raccontato nel libro Alla mia sinistra, sono cresciuto con la prima Europa unita e dentro il suo cuore:
nel 1958, quando avevo due anni, i miei genitori si trasferirono a Bruxelles. Alla nascita della
Commissione europea, mio padre fu tra i primi funzionari italiani. Elementari, medie, liceo, le ho fatte
tutte alla Scuola europea di Bruxelles.
Nei quartieri poveri della citt, quei bassifondi che allora erano dietro la place Jourdan, attorno
alla Gare du Midi, o nel rione di Anderlecht, c'era l'Italia dei nostri emigranti, che ancora negli anni
Sessanta affluivano in Belgio come minatori, operai, muratori, camerieri, ciabattini, donne delle
pulizie.
Cominciai a frequentarli grazie a un sacerdote bresciano, don Bruno Ducoli.
Era il mio prof di religione alla Scuola europea ed era soprattutto impegnato nel lavoro con gli
immigrati, per aiutarli a superare i ritardi scolastici, ad acquistare coscienza dei propri diritti, a
organizzarsi. Sotto la direzione di don Bruno, da adolescente andavo a lavorare nei loro corsi serali di
recupero, li aiutavo a fare i compiti.
Quei ragazzi m'insegnavano cosa voleva dire concretamente inserirsi nell'Europa del Nord
portandosi dietro la zavorra della nostra questione meridionale; e dovevano adattarsi a un ambiente
urbano gi in piena rivoluzione sessuale dopo essere stati allevati nella morale cattolica del nostro Sud.
I miei coetanei figli di muratori e di cameriere subivano ogni giorno il razzismo dei belgi, nella scala
delle etnie inferiori erano appena un gradino pi su dei marocchini, due gradini sopra i congolesi. Su
quei ragazzi venuti dal Sud il facile insulto italiani mafiosi, lanciatogli a scuola o al bar o al lavoro,
lasciava delle ferite vere. I sindacati belgi, moderati e anticomunisti, tenevano ai margini i nostri
operai. Ma quel nucleo di amici che si form attorno alla scuola serale di don Bruno, si allarg fino a
diventare un'organizzazione in difesa degli immigrati.
Seppero evitare il razzismo dei poveri, diventarono la punta avanzata di un movimento
multietnico, riconosciuto come un interlocutore politico dal governo. Dopo anni di lotte, anche grazie a
loro gli immigrati conquistarono il diritto di voto in Belgio.
Tutti gli immigrati: compresi i nordafricani, bench extracomunitari.
 proprio questa lezione a essermi tornata in mente quando Bruxelles  stata colpita da attentati
terroristici di matrice islamista. In particolare mi  tornato in mente Muhammad. Due volte a settimana,
dopo la scuola lo aiutavo a fare i compiti. Lettura, dettato, algebra. Avevo sedici anni, lui undici. Ogni
tanto m'invitavano a casa i suoi genitori per la merenda: t alla menta, pasticcini al miele e pistacchi,
tipo baclava. Il nostro mondo comune era a ridosso di quella Rue de la Loi che molti nel 2016 hanno
imparato a situare nelle mappe, tragicamente, per la strage nel metr, stazione Maelbeek. Non ancora
invasa come oggi da nuovi palazzi che ospitano istituzioni internazionali, nei primi anni Settanta quella
zona centrale era abitata da immigrati. Marocchini come Muhammad, insieme a italiani e spagnoli,
greci e tunisini. Tra noi e loro, cio tra mediterranei-cattolici e mediterranei-islamici, allora
colpivano soprattutto le somiglianze, non le differenze. Nel weekend c'incontravamo a fare la spesa al
mercato della stazione, la Gare du Midi, dove le bancarelle dei marocchini erano una profusione di
colori e odori del nostro Sud. Ricordo il profumo del basilico marocchino, pi mentolato di quello
italiano. Salvia e rosmarino. Pomodori e peperoncini, olive, pinoli, acciughe sotto sale, tonno sfuso
sott'olio, roba che oggi si trova in tutti i supermercati ma a quell'epoca era esotica nel Nordeuropa.
C'era un'altra cosa in comune, oltre alla nostalgia delle stagioni e dei sapori, dei colori e dei
profumi del nostro Mediterraneo. L'immigrato italiano o spagnolo, e quello nordafricano, erano uniti
dalla stessa aspirazione. Integrarsi. Farsi accettare.
Essere all'altezza di una societ nordeuropea, che si percepiva come un traguardo, una
conquista. Era la ragione per cui il pap di Muhammad preferiva parlargli in uno stentato francese;
bisognava ridurre le differenze con la popolazione locale. Proprio come i padri operai dei bambini
siciliani e sardi, calabresi e veneti, tutti decisi ad assimilare rapidamente le regole e i valori del paese
d'arrivo.
Nell'arco di una o due generazioni si  consumata una rottura totale, drastica. Prima ancora che
apparissero la jihad e le cellule del terrore. Il cambiamento  accaduto in una parte della comunit
islamica proprio mentre il Belgio migliorava: s, diventava meno razzista del paese in cui ero cresciuto,
molto pi aperto verso le culture d'origine, le lingue e i costumi del mondo maghrebino. Al tempo
stesso, una parte crescente dell'immigrazione islamica cambiava atteggiamento verso di noi.
Un passaggio chiave di quel capovolgimento coincide con la rivoluzione di Khomeini in Iran
(1978-79), l'instaurazione di una teocrazia sciita che denuncia l'Occidente come una civilt decadente,
immorale, corrotta e peccaminosa.
Quello che a me rimane impresso  un prima e un dopo.
Da un certo momento in poi tanti immigrati musulmani hanno deciso che non vogliono
integrarsi. Lo strappo non ha mai avuto degli equivalenti nelle comunit d'immigrati italiani o
portoghesi o greci nell'Europa nordica; o d'immigrati ispanici negli Stati Uniti.
Tanti islamici hanno cominciato a pensare che la loro  una civilt superiore, che non hanno
nulla da imparare, anzi, devono evitare ogni contaminazione con noi. Inoltre, questo senso di
superiorit si  mescolato a un sentimento di rancore verso l'Occidente, producendo un mix esplosivo,
di cui solo oggi vediamo tutte le conseguenze.
Questo fenomeno  ben diverso dall'attaccamento alle tradizioni, sempre vivo in tutte le
diaspore: italiani o ebrei, irlandesi o polacchi, cinesi o messicani, da sempre gli immigrati cercano di
salvaguardare la propria identit. Tutt'altra cosa  sentirsi moralmente superiori e al tempo stesso
covare risentimenti, recriminazioni. Questo giacimento di vittimismo esiste in un vasto mondo
islamico, anche moderato;  il terreno di coltura per i predicatori della jihad.  il grande problema di
cui l'Islam moderato  portatore, e di fronte al quale chiude gli occhi, con conseguenze drammatiche.
Gli immigrati italiani nella Bruxelles della mia infanzia e adolescenza, anni Sessanta e Settanta,
erano dei combattenti. Cercavano dei sindacati per difendere i propri diritti. Si organizzavano nelle
sezioni estere del Partito comunista o delle Acli (Associazioni cristiane lavoratori). Volevano, in fondo,
migliorare il Belgio per viverci bene. E ci sono riusciti. In quanto a Muhammad, la sua generazione di
immigrati nordafricani si  integrata molto meglio di quanto si creda. Perch lo voleva.
Il Belgio, ho letto nelle cronache frettolose di tanti inviati in quel terribile mese di marzo 2016
(stragi dell'aeroporto e del metr), sarebbe uno Stato fallito. Ma davvero? Per reddito pro capite
supera Francia e Inghilterra, Giappone e Italia. Per longevit media, che  anche un indicatore di
qualit delle cure mediche, supera gli Stati Uniti e perfino la Danimarca. Nei rapporti internazionali
sulla corruzione  uno dei paesi meno inquinati d'Occidente. Nelle classifiche Ocse-Pisa sulla qualit
dell'istruzione  sopra la media dei paesi ricchi, nonostante gli studenti immigrati siano saliti in un
decennio dal 12 al 15 per cento. L'Indice della Felicit delle Nazioni Unite, il pi completo su ci che
determina la qualit della vita, piazza questo paese davanti a Inghilterra, Francia e Italia.
Questo  il Belgio. Stato fallito? Dopo le stragi di Bruxelles la definizione  stata usata dai
commentatori americani, poi  rimbalzata sui media europei, che l'hanno ripresa senza pensarci tanto.
Stato fallito non  un'etichetta qualsiasi. Si usa per descrivere paesi africani nella guerra civile, dove
le istituzioni sono incapaci di garantire i pi elementari diritti umani, i servizi basilari per la
sopravvivenza. Applicata al Belgio la definizione mi ha colpito. La sconfitta di quello Stato balza agli
occhi, imperdonabile, nella prevenzione del terrorismo. Molte vite si sarebbero salvate se la polizia e i
servizi segreti belgi non fossero stati paurosamente inefficienti. Meno convincente  lo spettacolo di
quanti salgono in cattedra e subiscono dbcle in casa propria: la Francia con Charlie Hebdo, il
Bataclan, Nizza; gli Stati Uniti con la maratona di Boston, la strage di San Bernardino in California,
quella di Orlando in Florida. Nessun servizio segreto vide i segnali di pericolo.
A me non interessa certo difendere i governanti del Belgio, non mi sono mai sentito belga e
faccio fatica a ricordare il nome del loro premier. Ma parlare di Stato fallito  pericoloso per le
conseguenze che poi si traggono nell'analisi del pericolo incombente sulle democrazie occidentali.
Dopo avere incollato l'etichetta di Stato fallito, si passa alla denuncia della ghettizzazione degli
immigrati di religione islamica, quindi si cominciano a enumerare tutte le colpe dell'Occidente.  un
film che abbiamo gi visto, a cominciare dagli Stati Uniti: erano passate poche ore dall'attacco alle
Torri Gemelle e part un dibattito su cos'abbiamo fatto noi per provocarli, come ci siamo tirati
addosso questo castigo.  una sindrome segnalata perfino da sopravvissuti dei campi di
concentramento: accadde anche a loro di interrogarsi sulle ragioni dei nazisti. Terribile ma forse
molto umano, la vittima cerca di spiegarsi il carnefice.
Tra le ragioni dietro la violenza dei jihadisti, si descrive il quartiere di Molenbeek come un
ghetto, appunto. Anche qui le parole hanno un peso. I ghetti nella storia furono quartieri dove venivano
confinate comunit come quella ebraica in tempi di discriminazioni e persecuzioni. Si parla di ghetti,
per estensione, anche quando vi abitano persone discriminate per le loro condizioni socio-economiche,
l'origine etnica, il livello di istruzione: in tal senso, mezzo secolo fa certi quartieri di Bruxelles lo erano
davvero. Non  questo che descrive il Belgio di oggi, n la parabola esistenziale dei suoi terroristi.
Uno dei massimi studiosi del jihadismo, il francese Olivier Roy,  stato fra i primi a denunciare
l'errore di analisi, ci ha segnalato subito che la maggior parte dei terroristi sono figli della piccola
borghesia, benestanti, scivolati per colpe personali nella delinquenza comune prima di trovare nel
fanatismo religioso un alibi. Roy ci esorta spesso a fare analogie con le Brigate rosse. Che non furono il
prodotto della disoccupazione giovanile n dello sfruttamento della classe operaia. Ma, almeno, nei
loro documenti le Brigate rosse volevano spacciarsi come avanguardie rivoluzionarie del proletariato
oppresso. Al contrario, non c' nella narrazione islamista il minimo accenno a problemi
socio-economici come la disoccupazione. E il Welfare belga  uno dei pi generosi, inclusivo verso gli
stranieri.
Le storie individuali non vanno ignorate, per distinguere tra ghettizzazione e processi
d'integrazione in atto. Il fratello del terrorista suicida Najim Laachraoui (uno degli autori dell'attacco
all'aeroporto di Bruxelles-Zaventem)  stato ammesso nella squadra nazionale belga di taekwondo; i
genitori avevano allertato le autorit quando il jihadista era partito per la Siria. Questi sono segni
concreti che i familiari del terrorista non si sentivano perseguitati dai belgi. A Molenbeek vivono
nordafricani di seconda o terza generazione che sono diventati avvocati, medici, ingegneri, insegnanti.
Altro che ghetto. Ci vivono anche dei giovani italiani attirati da Erasmus o dagli stage presso le
istituzioni internazionali. Anche loro si sono sentiti abbandonati dalla polizia e dallo Stato, certo, in
quel terribile 22 marzo 2016. Ma cercare dentro lo Stato democratico le cause di questa tragedia
sarebbe solo uno sbaglio in pi.
Quando il Belgio era veramente un paese razzista, quando i ghetti c'erano, nessuno dei nostri
immigrati imbracci mai un kalashnikov per farsi giustizia contro i belgi. Non c'erano in circolazione
fra loro ideologie di vendetta e di morte. Quando arriv in Italia e in Francia il terrorismo rosso, i nostri
immigrati diffidarono subito; era roba per giovani borghesi, universitari, figli di pap. Oggi, la jihad
nascerebbe dalle ingiustizie sociali? Non certo quella di Abdelhamid Abaaoud, 28 anni, uno dei capi
della strage a Parigi. Cittadino belga di origine marocchina. Suo padre  benestante, ha fatto ottimi
affari in Belgio come commerciante. Ha messo il figlio in una delle migliori scuole private di
Bruxelles, un liceo per ricchi. Sfruttamento, emarginazione, disagio sociale? I guru dei talk show usano
queste formulette come dei passe-partout, per pigrizia intellettuale. I jihadisti no. Di quei problemi, loro
non parlano mai.
Eppure non mancano i loro proclami ideologici, i documenti di propaganda dello Stato Islamico
dilagano virali nei social media. Mai che trattino della disoccupazione tra giovani immigrati; mai che
denuncino qualche problema sociale nelle banlieue. Sono temi completamente estranei al loro orizzonte
ideologico.
Non gliene importa nulla. Quel che odiano dell'Occidente non sono lo sfruttamento capitalistico
n le diseguaglianze sociali; ci che denunciano  lo Stato laico che mette tutte le religioni sullo stesso
piano, la libert di espressione, la libert dei costumi, l'emancipazione femminile, il fatto che le donne
possano studiare e lavorare, vestirsi come preferiscono, sposare chi vogliono.
Se fosse vero che le nostre ingiustizie sociali generano malessere e ribellione violenta, il
brigatismo rosso dovrebbe esistere nell'Italia di oggi, dove gli indicatori della disoccupazione giovanile
e del precariato sono decisamente peggiori rispetto agli anni Settanta. Le ideologie di terrore, di
sopraffazione e di morte hanno vita autonoma come i virus.  sul piano delle idee che vanno analizzate,
contrastate e sconfitte.
Mi vengono in mente le mie Chinatown. Ne ho conosciute tante, da vicino, e molto prima di
andare a vivere a Pechino. Negli anni Ottanta, quando abitavo a Parigi, frequentavo la gigantesca
Chinatown del XIII arrondissement, dissimulata dentro quella che all'epoca era considerata una
banlieue, brutta e anonima. A Milano nei primi anni Novanta, quando ero vicedirettore del Sole-24
Ore, avevo l'ufficio vicino a via Paolo Sarpi, che  la sede storica di una delle pi vaste comunit
cinesi d'Italia. Poi, sedici anni fa, andai a vivere a San Francisco, casa mia era a un quarto d'ora a piedi
dalla pi antica Chinatown degli Stati Uniti, nata nel 1848. Altre ne esplorai in Estremo Oriente, da
Saigon in Vietnam a Giacarta in Indonesia. Per finire con New York, dove la Chinatown di Manhattan
ha ormai fagocitato i quartieri limitrofi come Little Italy, e resiste impavida alla gentrification: 
l'unica zona centrale dove continuano a trovare alloggio anche gli immigrati poveri.
Penso alle Chinatown perch sono un modello di... mancata integrazione. Proprio cos. Gli
immigrati dalla Cina, una diaspora di 90 milioni di persone, in qualsiasi parte del mondo vadano a
finire tendono a non integrarsi. Ancora oggi, se vi addentrate nelle Chinatown di San Francisco e New
York, finite in un mondo separato da frontiere invisibili, autoreferenziale. Gli anziani parlano
mandarino o cantonese. I genitori mandano i figli in classi che adottano i programmi scolastici cinesi
per preservare la cultura d'origine. Pullulano le scuole confuciane e i corsi di tai chi. I negozi hanno
insegne in ideogrammi. Le bancarelle sono identiche a un mercato di Pechino, Shanghai, Guangzhou o
Chengdu.
All'origine, molte Chinatown erano controllate dalle loro mafie, le Triadi, che gestivano il
gioco d'azzardo e la prostituzione. Lo Stato di diritto, americano o francese o italiano, ha faticato molto
per fare rispettare le sue regole. Tuttora vi si scoprono aree d'illegalit economica, officine clandestine
dove si sfrutta lavoro nero, senza rispetto dei minimi salariali o delle regole sanitarie.
Chi ha studiato la storia di queste Chinatown sa che il problema dell'integrazione ha due
ragioni. Ci furono all'inizio delle politiche discriminatorie: in America i cinesi arrivarono dopo
l'abolizione dello schiavismo, erano manodopera a buon mercato per costruire la ferrovia
intercontinentale, subivano un razzismo spaventoso. La loro chiusura a riccio era anche un'autodifesa.
Poi  subentrata un'altra causa. Ondate successive di immigrati dalla Cina arrivano convinti di
appartenere a una civilt antica di cinquemila anni, per certi versi superiore alla nostra. Sono fieri delle
loro radici, coltivano lingua e costumi, non sentono alcun bisogno di mescolarsi a noi. L'integrazione
avviene lentamente, dalla terza o quarta generazione, quando crescono i matrimoni interetnici.
E tuttavia, per quanto tante Chinatown del mondo restino introverse e autosufficienti, non
sprigionano violenza antioccidentale. Anche se non desiderano integrarsi con noi, e mantengono i
rapporti col paese ospitante su un piano di pura transazione economica, non hanno un'ideologia del
vittimismo, del rancore antioccidentale, della recriminazione, non rimuginano antichi conti da saldare,
torti subiti nel corso della storia. Non cercano risarcimenti n tantomeno vendette violente. Si
accontentano di competere, e generalmente con successo (anche se, talvolta, barando sulle regole).
L'integrazione riuscita o mancata, dunque, non  una chiave interpretativa della tragedia che
viviamo. Di fronte alla violenza islamista, continuare a discutere di quel che noi avremmo dovuto
fare per integrarli  un falso problema,  ancora una volta il riflesso di una pigrizia intellettuale
politically correct. Ci sono altre comunit d'immigrati che mantengono degli universi di valori separati
dai nostri. Ma in quei mondi non ha mai attecchito un'ideologia stragista. Il problema, dunque, 
quell'ideologia.
Donald Trump propone di schedare i musulmani d'America. Gi fatto. L'idea fu applicata da
George W. Bush dopo l'11 settembre 2001. Ben 85.000 maschi adulti di religione islamica finirono su
un registro speciale nel 2002. Fu abolito gi nel 2003 dopo le proteste dei movimenti per i diritti civili.
Nessun terrorista venne catturato con quella schedatura di massa.
Ma l'America nella sua storia ha fatto cose peggiori. Molto prima, il nemico furono gli
immigrati nippo-americani. Una storia infame: l'internamento in campi di prigionia di molti cittadini
Usa di origine giapponese durante la seconda guerra mondiale sotto l'amministrazione di un presidente
progressista, Franklin Roosevelt. Prevalse la paura che fossero spie del nemico e sabotatori. Molti di
loro avevano figli che combattevano al fronte con la divisa degli Stati Uniti. Anche gli italo-americani
subirono abusi simili durante la guerra.
Lo ricordo per vaccinare chi legge contro uno stereotipo persistente: l'idea che l'America sia
da sempre una nazione d'immigrati. Falso. Per gran parte della sua storia  stata una nazione razzista
e ha imposto pesanti limiti all'arrivo dei non anglosassoni. Gli italiani che nell'Ottocento e nel primo
Novecento attraversavano l'Atlantico in terza classe sui piroscafi e arrivavano nell'isola della
quarantena, Ellis Island, non venivano schedati come bianchi. L'America di oggi, la societ
multietnica pi avanzata del mondo,  frutto di riforme sull'immigrazione varate solo a met degli anni
Sessanta, per la precisione dal presidente Lyndon Johnson. Il risultato  esemplare: non si spiega la
vitalit degli Stati Uniti di oggi  non solo in campo economico, ma culturale, scientifico  senza il
contributo degli stranieri. Che rapidamente diventano americani a pieno titolo (come me).  una
fabbrica di cittadini.
I musulmani d'America, con eccezioni limitate, si sentono anzitutto americani. Questo non
esclude affatto che spuntino anche qui i lupi solitari (come gli autori delle stragi di Boston, San
Bernardino, Orlando), per  diverso il clima che si respira nelle comunit di musulmani immigrati in
America. Si riconoscono nei valori degli Stati Uniti pi di quanto ci accada ai nordafricani in Francia
e in Belgio, ai turchi in Germania. Perch? Una ragione sta nel contratto sociale che si accetta per
diventare americani. Cinque anni di Green Card, poi passi l'esame fatto di due prove. Devi parlare
inglese. Devi conoscere la Costituzione. Il messaggio  chiaro: sei ben accetto se rispetti le regole;
diventare cittadino vuol dire acquisire molti doveri, insieme con i diritti. Dietro c' un altro messaggio
implicito, la sintesi del contratto sociale americano. Chi arriva qui conosce gi il patto, lo ha introiettato
dalla partenza: questa  una nazione dove puoi avere successo, ti si offrono delle opportunit; se ce la
farai, sar merito tuo, del tuo talento e dei tuoi sforzi; se invece non ce la fai, devi prendertela con te
stesso, non dare la colpa alla societ, al sistema; non aspettarti aiuti dallo Stato. Qui lo Stato di aiuti ne
d pochi anche agli americani.
Pu piacere o non piacere, ma questo contratto sociale genera fra gli immigrati d'America una
cultura diversa da quella che si respira in alcune comunit islamiche d'Europa. Quando le cose vanno
male, per tanti immigrati musulmani in Europa la colpa  sempre di qualcun altro: la Francia,
l'America, l'Occidente, la colonizzazione. Questa  la narrazione che condanna una parte dei popoli
nordafricani, arabi, mediorientali. Perch deresponsabilizza anche certi moderati avversi alla violenza.
La storia del nostro tempo registrer come eventi formidabili il decollo della Cina e dell'India.
La classe dirigente indiana, che ne avrebbe avuto tante ragioni (l'India  stata la pi grande nazione
posseduta e sfruttata da una potenza imperiale d'Occidente), non ha mai usato la rendita politica del
rancore anticoloniale.  grazie allo sviluppo delle due nazioni pi popolose del pianeta che le frontiere
della miseria sono arretrate in modo sostanziale. Prima ancora che il mondo fosse sconvolto dal decollo
economico di Cindia, c'erano stati altri miracoli economici in quella parte dell'Asia. Sono storie
molto diverse tra loro, ma con due elementi in comune: primo, tutti quei paesi cominciarono da una
situazione di povert molto peggiore rispetto al Nordafrica e al Medio Oriente; secondo, in nessuno di
quei paesi le classi dirigenti hanno instillato e manipolato una cultura del vittimismo e del rancore, o la
pretesa di risarcimenti.
Il Giappone sub, unica nazione al mondo, l'Olocausto nucleare con le due bombe atomiche su
Hiroshima e Nagasaki; ripart dopo la seconda guerra mondiale da un livello di distruzione senza eguali
al mondo; tuttavia, non  mai prevalso l'antiamericanismo come valvola di sfogo per i problemi interni.
La Corea del Sud negli anni Cinquanta era molto pi povera dell'Egitto e della Siria, dell'Algeria e
dell'Iraq. L'ex segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, quando era bambino in Corea viveva in
un campo profughi; fu in grado di studiare solo perch  ironia della sorte  l'Alto Commissariato Onu
per i rifugiati procurava manuali scolastici. Oggi la Corea del Sud per noi  sinonimo di Samsung e
Hyundai.  una nazione tra le pi avanzate tecnologicamente.
Cina e India sono agli antipodi, la prima  governata da una tecnocrazia comunista che mescola
autoritarismo e capitalismo, la seconda  la pi vasta, caotica e turbolenta democrazia del mondo. N
l'una n l'altra hanno risolto tutti i loro problemi, che sono enormi. Per hanno classi dirigenti che
hanno voluto voltare pagina rispetto al passato, prendere in mano il proprio futuro, gareggiare con
l'Occidente, non trasformarlo in capro espiatorio.
Il Medio Oriente partiva da condizioni migliori; perch non ha imboccato la traiettoria della
Corea del Sud n ha saputo emulare Cindia o l'Indonesia o Singapore? Perch le sue classi dirigenti
hanno sperperato risorse immense, hanno sprecato occasioni storiche; salvo distrarre l'attenzione dai
loro fallimenti per addossarli ad altri. Alcune dittature militari come Nasser in Egitto e Gheddafi in
Libia, alcune rivoluzioni socialiste come quella algerina, fecero sperare in una via araba verso la
modernizzazione. Era possibile, visto che ce l'hanno fatta paesi che partivano da condizioni molto
peggiori. L'aggancio con lo sviluppo  stato un fallimento perch le classi dirigenti nordafricane, arabe
e mediorientali hanno rapidamente preferito la strada della corruzione, dell'arricchimento personale,
del saccheggio di risorse. E s che di risorse ne avevano tante: basti pensare che il primo shock
petrolifero  un immenso spostamento redistributivo di ricchezza da Nord a Sud, dai paesi sviluppati
verso il mondo arabo  risale al 1973-74. Poi ci fu il secondo shock petrolifero, un altro poderoso rialzo
dei prezzi, proprio in coincidenza con la rivoluzione khomeinista in Iran alla fine degli anni Settanta.
Poteva essere l'inizio di un lungo boom economico in tutto il Medio Oriente. Invece  stato
l'inizio di una grande rapina, perpetrata anzitutto dai loro dirigenti. Ma la narrazione dominante  in
quei paesi cos come fra tanti intellettuali occidentali   che tutto  accaduto sempre e comunque per
colpa nostra. Magari per via del petrolio e della nostra avidit energetica, altro passe-partout con cui
si spiega tutto. Davvero? Se fossimo cos onnipotenti, noi occidentali, avremmo dovuto determinare
altrettanti fallimenti in Indonesia e magari pure in Messico o in Brasile. C' tanto petrolio in Messico e
in Brasile. Anche l in passato l'imperialismo Usa fece un bel po' di porcherie. Non esiste, tuttavia, sul
mercato politico latinoamericano un'ideologia della vendetta terrorista, non abbiamo kamikaze
brasiliani che si fanno esplodere a New York. L'Indonesia, la pi grande nazione del mondo con una
maggioranza islamica tra i suoi abitanti, e tanto petrolio,  stata anch'essa vittima di intrighi americani
fino a qualche decennio fa. Oggi  una grande democrazia e non esporta attentati terroristici sul suolo
europeo.
Insieme al petrolio, l'altra spiegazione facile chiama in causa Israele e la Palestina. Anzi,
chiamava. Per decenni, al fine di distogliere l'attenzione dalla loro incapacit di guidare lo sviluppo, i
dirigenti dei paesi arabi hanno rinfacciato all'Occidente (soprattutto all'America) l'appoggio a Israele.
La questione palestinese era una ferita aperta, cos terribile da giustificare l'odio antioccidentale in
vaste popolazioni di quell'area. Oggi se ne parla meno. Perch nel frattempo una parte dei palestinesi,
dopo avere liquidato alcune classi dirigenti incapaci e corrotte, si sono affidati al movimento Hezbollah
alleato con l'Iran, potenza sciita. Poich l'avanguardia jihadista, da al-Qaeda all'Isis,  sunnita e odia
gli sciiti, la nobile causa palestinese ha smesso di interessarli. Era stata un pretesto anche prima, per
tanti leader arabi ansiosi di distogliere l'attenzione dal loro bilancio di governo. D'incanto, se si
esaminano i documenti della propaganda jihadista,  sparito ogni riferimento alla tragedia del popolo
palestinese.
Addebitare il disastro mediorientale a forze esterne, in particolare all'Occidente,  un
atteggiamento che gli psicologi definirebbero adolescenziale: tipico di chi non si sente adulto e
responsabile della propria vita. (Altro discorso  quando sono le nostre lite, perlopi progressiste, a
intonare il mea culpa di fronte a ogni tragedia che accade in Medio Oriente. Dietro c' una forma di
occidentocentrismo, la convinzione che siamo sempre noi la causa di tutto, l'illusione che siamo ancora
l'ombelico del mondo.) Un'altra manifestazione di quella pericolosa immaturit di massa  il
negazionismo, la teoria del complotto permanente. Di queste sindromi il mondo islamico non ha certo
il monopolio. Vivendo in America sono esposto quotidianamente alle dietrologie estreme che possono
attecchire nella cultura popolare, almeno in alcuni segmenti della popolazione. Un esempio classico 
la falsa leggenda di Barack Obama nato in Kenya (quindi ineleggibile, un usurpatore alla Casa Bianca)
nonch musulmano: nata in ambienti di estrema destra, cavalcata da Donald Trump gi nella campagna
elettorale del 2012, continua ad avere un robusto seguito sui social media. E naturalmente suscita
l'ilarit o lo sgomento dell'intellighenzia progressista.
Ma non vi  altrettanto sgomento di fronte alla paranoia informativa che domina il mondo
islamico, anche quello moderato. L'11 settembre 2001 per molti nordafricani e arabi resta, tuttora, un
complotto sionista o un attentato orchestrato dalla Cia per gettare il discredito sull'Islam. Pi
volte, di fronte a stragi compiute dagli islamisti,  scattato nel mondo arabo il riflesso di additare
contraddizioni nelle versioni ufficiali dell'Occidente, e quindi di imboccare la pista dei nostri servizi
segreti come veri mandanti. Tutto questo farneticare prescinde dal fatto che gli stessi attentati vengano
rivendicati apertamente da al-Qaeda o dall'Isis.
Analizzando queste forme di negazionismo, questa rappresentazione paranoica della realt, un
intellettuale egiziano rifugiato in Germania, Hamed Abdel-Samad, figlio di un noto imam sunnita, ha
coniato il termine di islamo-fascismo ( il titolo di un suo saggio del 2014, pubblicato prima in
tedesco e poi tradotto in molte altre lingue). Abdel-Samad cita un passaggio dai Cinque scritti morali di
Umberto Eco, dove il filosofo e semiologo italiano individuava nei sentimenti di massa di abiezione e
degrado un carattere del fascismo emergente, i cui sostenitori si sentono costantemente perseguitati, si
rifugiano nella retorica vittimista, esagerano la forza dei loro nemici. Questa sindrome  una delle
ragioni che spingono Abdel-Samad a esplorare le analogie tra islamismo e fascismo.
La ricerca di un responsabile che  sempre altro, altrove; la sistematica capacit delle classi
dirigenti locali di dirottare l'attenzione verso le colpe dell'Occidente; un sentimento di umiliazione
diffusa perch tante parti del mondo ex coloniale sono riuscite a svilupparsi ma loro no; l'immenso
spreco di risorse che dagli anni Settanta in poi ha condannato intere generazioni di musulmani a essere
spettatori impoveriti mentre tanti indiani e cinesi godevano di un boom, benessere e aspettative
crescenti. Tutti questi sono problemi di massa che investono ampia parte del mondo islamico, non solo
i jihadisti. Perci  dentro il mondo islamico, non in quello buddista o induista, che oggi c' l'humus
ideale per i terroristi. Non a caso, quasi sempre dei ventenni, reduci da fallimenti personali, dai quali
cercano un riscatto assurdo: la vendetta sanguinosa, la cultura nichilista della morte.
Dopo ogni attentato terroristico, passato il lutto e la breve solidariet coi familiari delle vittime,
scatta in molte lite occidentali la controreazione: il vero pericolo  l'islamofobia. Si obietta, non a
torto, che qui in America uccide pi esseri umani la polizia che non il terrorismo islamico. Se poi si
parla dell'ecatombe provocata dalla diffusione di armi da fuoco, gli attentati islamisti appaiono
certamente meno cruenti. O, ancora, uno strumento innocuo come l'automobile fa pi vittime negli
incidenti stradali, e non per questo ci sentiamo spaventati ogni volta che si avvicina il rumore di un
motore, n guardiamo con sospetto tutti gli automobilisti.
Ma la matematica non cura la paura. L'angoscia provocata dal terrorismo  di una natura
diversa dalla probabilit statistica di morirne. E per una ragione molto semplice, banale: il terrorismo
nasce proprio per quello, chi lo pratica vuole terrorizzarci, per l'appunto. Il suo linguaggio, le sue
tecniche, la scelta delle vittime e dei luoghi, tutto converge per amplificare il senso di vulnerabilit
collettiva nelle comunit colpite.  sempre stato cos, nelle varianti storiche del terrorismo. Non  un
caso se il singolo gesto di un terrorista, l'uccisione dell'arciduca d'Austria nel 1914 a Sarajevo, fu la
scintilla capace di trascinare l'Europa nella prima guerra mondiale, che avrebbe determinato la caduta
di tre imperi e lo sconvolgimento delle carte geografiche. Dunque, non ha senso colpevolizzare noi
stessi se il terrorismo ci fa paura:  la sua natura.
Il peggio del terrorismo recente, noi europei lo subimmo negli anni Settanta e Ottanta. Ci
furono molti pi morti negli attentati di allora, rispetto all'era contemporanea. Quanto agli Stati Uniti,
con due eccezioni importanti nel 1995 e nel 2001, hanno sempre avuto e continuano ad avere poche
vittime di attentati terroristici. Il senso d'insicurezza che ci avvolge oggi per gli attacchi jihadisti,
l'allarme Isis che domina il discorso politico e mediatico, sono dunque un'illusione ottica? Non
proprio. C' almeno una ragione vera dietro l'ansia del nostro tempo: la minaccia del terrore oggi viene
prevalentemente da una matrice sola, quella islamista. Non era cos in passato, quando la galassia
terrorista era molto variegata per sigle e ispirazioni ideologiche (pi politiche che religiose).
Una rievocazione dei nostri anni di piombo, cos come viene tratteggiata in poche righe sulla
rivista americana The Atlantic, aiuta sia a rinfrescarci la memoria sia a capire alcune distinzioni
importanti. La Francia e il resto dell'Europa si legge hanno gi conosciuto questa sindrome da stato
d'assedio. Ci fu un'epoca in cui comunisti, nazionalisti, anarchici, islamisti e criminali internazionali
misero a soqquadro il continente.
Se si eccettua l'imprecisa definizione di comunisti per le nostre Brigate rosse, comprensibile
in un giornale americano (effettivamente le Br si autodefinivano tali), The Atlantic si riferisce a fatti
di cronaca come l'attacco dei terroristi palestinesi alle Olimpiadi di Monaco nel 1972, dove furono
uccisi 11 atleti israeliani; l'uccisione di Aldo Moro, degli uomini della sua scorta, e tanti altri omicidi
politici che lasciarono una lunga scia di sangue nell'Italia degli anni Settanta e Ottanta; le analoghe
scorribande mortali dei terroristi di estrema sinistra in Francia (Action Directe) e in Germania (Rote
Armee Fraktion, detta anche banda Baader-Meinhof); i vari attentati di origine mediorientale in
Francia negli anni Ottanta; le guerre civili larvate, con metodi da guerriglia stragista contro bersagli
civili, combattute dall'Ira irlandese (cattolica) nel Regno Unito e dai separatisti (laici) dell'Eta nei
Paesi Baschi.
Poich la memoria personale non  oggettiva, che cosa ci dicono i dati, sulla pericolosit
delle varie forme di terrorismo? Una delle fonti pi citate  il Global Terrorism Database della
University of Maryland. Tiene un registro delle morti per terrorismo dal 1970 al 2015. I picchi, gli anni
con il pi alto bilancio di vittime, furono il 1988 (un singolo attentato al volo PanAm su Lockerbie fece
270 morti), il 1980, il 1974, il 1972. Questi sono gli unici quattro anni in cui l'Europa occidentale perse
pi di 400 vite per terrorismo. Anche se il 2015 e il 2016 sono stati segnati da una recrudescenza di
attentati e stragi in Europa occidentale  in particolare Parigi, Bruxelles e Nizza , tuttavia il numero di
vittime  meno della met rispetto a quelle punte massime degli anni Settanta e Ottanta.
I terrorismi nazionalisti e religiosi di allora (che includono Eta, Ira, Hezbollah e altre
formazioni mediorientali), pi quelli di marca politica (Br, Prima linea, Raf, Action Directe),
provocarono molti pi morti dei jihadisti di oggi che si richiamano all'Isis. In compenso, questi ultimi
hanno il quasi monopolio del terrore, mentre negli anni del rapimento Moro (1978) e della bomba alla
stazione di Bologna (1980), della strage di Fiumicino o del dirottamento dell'Achille Lauro (1985), le
strategie della tensione erano molteplici e diversificate nelle loro matrici ideologiche.
Il quadro cambia solo parzialmente se si includono gli Stati Uniti. Le statistiche americane
hanno due impennate tragiche e anomale, nel 1995 per la strage compiuta dall'estremista di destra
Timothy McVeigh a Oklahoma City (168 morti) e nel 2001 con gli attacchi dell'11 settembre (3000
morti). Se si escludono quei due eventi, dagli anni Settanta fino ai nostri giorni i bilanci di attentati
terroristici sul suolo Usa sono sempre rimasti al di sotto dei 50 morti all'anno. Il peggioramento di
percezione del 2015 e 2016, che ha condizionato anche i temi della campagna elettorale americana,
corrisponde a un'effettiva recrudescenza di attentati (San Bernardino, Orlando), ma non paragonabile ai
peggiori precedenti.
Il quadro cambia se si allarga lo sguardo al resto del mondo. Le stragi in Occidente diventano a
malapena percepibili, rispetto a un bilancio di morti che sale a decine di migliaia ogni anno ed 
concentrato in modo smisurato in sei paesi: Afghanistan, Iraq, Nigeria, Pakistan, Siria, Yemen. La
matrice del terrorismo in quei paesi  islamista. E anche questo concorre alla percezione nuova che ne
abbiamo.
I pi lucidi intellettuali arabi e nordafricani ormai avvertono proprio questo: non  pi
accettabile, di fronte alla violenza, il classico discorso che distingue la maggioranza degli islamici
moderati da una minuscola minoranza di terroristi; come se non vi fosse alcun collegamento tra i due
mondi. Il collegamento c', non vederlo  un grave errore.
Lo dice chiaramente lo scrittore Tahar Ben Jelloun, nella lettera aperta ai musulmani
dell'estate 2016. Ecco il suo passaggio chiave:
Dopo i massacri del 13 novembre a Parigi, la strage di Nizza e altri crimini individuali, siamo
tutti chiamati a reagire: la comunit musulmana dei praticanti e di chi non lo , voi ed io, i nostri figli, i
nostri vicini. Non basta insorgere verbalmente, indignarsi ancora una volta e ripetere che questo non 
l'Islam. Non  pi sufficiente, e sempre pi spesso non siamo creduti quando diciamo che l'Islam 
una religione di pace e di tolleranza. Non possiamo pi salvare l'Islam  o piuttosto  se vogliamo
ristabilirlo nella sua verit e nella sua storia, dimostrare che l'Islam non  sgozzare un sacerdote, allora
dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci attorno a uno stesso messaggio: liberiamo l'Islam
dalle grinfie di Daesh [un altro nome dell'Isis]. Abbiamo paura perch proviamo rabbia. Ma la nostra
rabbia  l'inizio di una resistenza, anzi di un cambiamento radicale di ci che l'Islam  in Europa.
Se l'Europa ci ha accolti,  perch aveva bisogno della nostra forza lavoro. Se nel 1975 la
Francia ha deciso il ricongiungimento famigliare, lo ha fatto per dare un volto umano all'immigrazione.
Perci dobbiamo adattarci al diritto e alle leggi della Repubblica. Rinunciare a tutti i segni provocatori
di appartenenza alla religione di Maometto. Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a
coprirsi come fantasmi neri che per strada spaventano i bambini. Non abbiamo il diritto di impedire a
un medico di auscultare una donna musulmana, n di pretendere piscine per sole donne. Cos come non
abbiamo il diritto di lasciar fare questi criminali, se decidono che la loro vita non ha pi importanza e la
offrono a Daesh.
Non solo: dobbiamo denunciare chi tra noi  tentato da questa criminale avventura. Non 
delazione, ma al contrario un atto di coraggio, per garantire la sicurezza a tutti. Sapete bene che in ogni
massacro si contano tra le vittime musulmani innocenti. Dobbiamo essere vigilanti a 360 gradi. Perci
 necessario che le istanze religiose si muovano e facciano appello a milioni di cittadini appartenenti
alla casa dell'Islam, credenti o meno, perch scendano nelle piazze per denunciare a voce alta questo
nemico, per dire che chi sgozza un prete fa scorrere il sangue dell'innocente sul volto dell'Islam.
Se continuiamo a guardare passivamente ci che si sta tramando davanti a noi, presto o tardi
saremo complici di questi assassini.
In quella lettera aperta, Tahar Ben Jelloun ha sollevato un problema di responsabilit dell'Islam
moderato, che spesso gli stessi intellettuali occidentali preferiscono evitare: per non essere accusati di
islamofobia e razzismo. Le lite politically correct sono pi timide, su questo terreno, di alcuni
opinionisti che vengono dal mondo musulmano, e ne vedono lucidamente i pericoli.
Il tema indicato da Tahar Ben Jelloun si pone ogni volta che nei nostri paesi le comunit
islamiche scendono in piazza per manifestare contro il terrorismo, cosa che per fortuna sta accadendo
pi spesso di una volta. Il loro ruolo sar cruciale in questa sfida. Bisogna che queste mobilitazioni
siano permanenti, possibilmente coinvolgendo numeri pi vasti (finora la partecipazione  stata
modesta).  anche opportuno che l'azione per estirpare l'ideologia jihadista si sviluppi in profondit,
fino alle radici di questo virus.  giusto, in prima istanza, lo slogan Not in my name usato in Francia
e altrove dai manifestanti musulmani contro il jihadismo. Non in nome mio significa che i terroristi
non devono appropriarsi dell'Islam, uccidere nel nome di una religione che non li giustifica affatto, una
religione praticata peraltro da una maggioranza di non violenti.
Ma dopo i cortei, una volta che si torna a casa, in famiglia e nelle moschee, il passaggio
successivo esige che le comunit islamiche aprano una riflessione e una discussione su un altro tema:
Why in my name?. Perch nel mio nome? Perch i terroristi si chiamano Stato Islamico, perch il
loro richiamo  proprio a quella religione? Rispondere a questo non chiama in causa solo gli esegeti, le
autorit religiose o gli storici. Chiedersi perch nel mio nome significa affrontare le zone di
contiguit fra i jihadisti e una parte dell'Islam moderato, non violento e pacifico, proprio come fa Ben
Jelloun.
Il vittimismo storico che ho descritto non sfocia necessariamente nel culto della violenza; per 
il terreno ideale su cui possono attecchire le ideologie dei terroristi, che in qualche modo portano fino
alle conseguenze estreme quella rappresentazione del mondo: con la vendetta finale. Perci l'ideologia
jihadista pu far presa su certi giovani non perch siano vittime di degrado economico-sociale, di
razzismi o discriminazioni; ma perch vi sono stati culturalmente preparati. In questo il ruolo delle
comunit islamiche diventa cruciale e prezioso: per cambiare la narrazione generale. Un compito
altrettanto importante tocca a noi, nell'incalzarli. Il riflesso automatico di tante lite occidentali, che
dopo ogni strage si affrettano a rassicurare le comunit islamiche  voi non c'entrate, lo sappiamo ,
ha ritardato una presa di coscienza, un chiarimento, una dolorosa ma urgente opera di revisione dei
valori e della visione del mondo in quelle comunit.
Uno stupido divieto di alcuni sindaci francesi contro il burkini  giustamente bocciato dal
Consiglio di Stato in quel paese  scatena molti pi editorialisti indignati di quanti scrivano sul pericolo
islamista. L'estate del burkini  stata vissuta come un'ennesima conferma del terribile trattamento che i
francesi infliggono ai musulmani.  stata in realt una conferma dell'asimmetria delle lite. C' un
esercito di opinionisti molto suscettibili, pronti a denunciare il minimo segnale d'islamofobia;
insensibili, invece, quando alcuni comportamenti nelle comunit islamiche segnalano un rifiuto
dell'integrazione.
 una delle differenze tra l'immigrazione in America e in Europa. A New York o in un'altra
metropoli degli Stati Uniti  meno frequente vedere delle donne islamiche con il volto coperto. Cosa
che invece accade sempre di pi in certi quartieri di Parigi o Bruxelles, Berlino o Colonia. Lo considero
un segnale d'integrazione, a conferma del fatto che gli islamici qui si sentono prima di tutto americani.
C' un'eccezione. I campus universitari. Pi che nei quartieri d'immigrati,  nelle universit che
succede anche qui in America di vedere qualche ragazza col velo.  un gesto di sfida, di rivendicazione
di un'identit culturale che non si vuole piegare all'egemonia dell'Occidente. E questo  un
problema, se perfino un simbolo esterno della discriminazione verso le donne diventa una bandiera da
esibire con orgoglio, addirittura con una punta di multiculturalismo progressista. Il velo  di sinistra?
Nel suo libro Prigionieri dell'islam (Rizzoli 2016), Lilli Gruber, che nelle sue vite precedenti
 stata anche inviata in Medio Oriente, reagisce con insofferenza alle donne saudite che si considerano
privilegiate... e hanno la met dei diritti di noi uomini. Si dice preoccupata dal silenzio delle
femministe occidentali subito dopo i fatti di Colonia (le molestie sessuali perpetrate nei confronti delle
donne di quella citt, nella notte di Capodanno, prevalentemente da immigrati mediorientali), o per la
difficolt delle islamiche cosiddette moderate di far sentire la propria voce contro l'interpretazione
retrograda del Corano. Sempre la Gruber cita, sui fatti di Colonia, questo passaggio della sociologa
turca Nilfer Gle: L'Islam ... nel giro di un paio di decenni si  trasformato da una questione
meramente teologica a una visione del mondo che incide (e chiede di incidere) nella nostra vita
quotidiana. ... mette in discussione abitudini nonch valori che credevamo acquisiti. Come la libert
d'espressione, di culto e tolleranza.
Torno alla mia America. Ho sempre consigliato ai turisti italiani di visitare il museo
dell'immigrazione a Ellis Island, un viaggio istruttivo nella storia dei flussi di disperati che arrivavano
qui. In genere lo consiglio come un vaccino contro le tentazioni xenofobe. Ma c' qualcos'altro che
oggi dobbiamo imparare da quelle foto, da quegli archivi, da quei ricordi di tragedie che hanno
traversato l'Ottocento e il Novecento.  qualcosa di sgradevole, non  politically correct. Ma bisogna
pur ricordare che i nostri bisnonni, nonni o genitori, quando approdavano qui, erano convinti di aver
messo piede in una civilt pi progredita. Avevano mille nostalgie struggenti, un amore infinito per la
propria terra d'origine. Conservavano delle incrostazioni di valori premoderni, arcaici, oppressivi. Basti
pensare alla cultura mafiosa. Ma la rappresentazione prevalente che si facevano era questa: bisognava
adottare le regole e i valori della societ nuova. Come lo Stato di diritto.
Quest'accettazione del fatto che esistono gerarchie, valori universali, e quindi culture arretrate
da cui ci si deve emancipare, ha funzionato anche per gli immigrati islamici qui in America, a
stragrande maggioranza. Dove non funziona pi si afferma la narrazione opposta: secondo cui l'Islam 
moralmente superiore, non ha nulla da imparare, anzi, deve evitare ogni contaminazione con un
Occidente privo di valori. Questo rende certi flussi migratori di oggi molto pi problematici che in
passato. Non riconoscerlo  il miglior regalo che si pu fare ai populismi xenofobi del mondo intero.
II
Regole per integrare gli stranieri
Si apre la porta scorrevole automatica e all'ingresso dello scompartimento appare il controllore
delle ferrovie. Fa un inchino prolungato, si presenta a noi passeggeri con un saluto elaborato (che
naturalmente non capisco). Poi passa a verificare i nostri biglietti, prendendoli con le mani giunte, che
indossano guanti bianchi, immacolati. Sto viaggiando su un convoglio per pendolari giapponesi, un
trenino regionale da Nagoya a Toba. Prima di arrivare a destinazione vedo ripetersi venti volte la scena:
a ogni passaggio, il controllore rispettosamente ci omaggia del suo inchino. Di treni come questo mi
tocca prenderne tre, per spostarmi dall'aeroporto internazionale di Chubu alla mia meta finale,
Ise-Shima.
Il silenzio dei viaggi  assordante. Tutti i passeggeri sono muniti di smartphone (ovviamente:
siamo in Giappone!), tutti hanno lo sguardo incollato sullo schermo del cellulare. Eppure non uno, lo
giuro, non uno avr mai una conversazione in treno, per tutta la durata dei miei tragitti. Cortesia,
pudore maniacale, rispetto degli altri. Sono l'unico il cui telefonino squilla, un paio di volte, per
chiamate dall'Italia a cui devo rispondere, e fuggo in un angolo del corridoio per non esibirmi in questo
comportamento osceno. Mi sento un selvaggio, in confronto a loro.
Viaggiare al seguito di Barack Obama  in questo caso per il vertice G7 e la storica visita del
presidente a Hiroshima  mi offre anche il privilegio di tornare regolarmente in Estremo Oriente, di
rivedere luoghi dove ho vissuto e lavorato per anni. Il Giappone lo ritrovo sempre identico a se stesso.
E ogni volta  un piccolo shock culturale. Quando abitavo in Cina, per me il Giappone era una specie di
polo opposto dell'esperienza umana. Lasciavo i cinesi caciaroni, estroversi, mediamente cafoni, e
sbarcavo nel paese del silenzio ossequioso, delle buone maniere all'antica, della pulizia ossessiva,
dell'igiene estrema.
Non  cambiato nulla. Il primo contatto con la pulizia nipponica  un taxi: con il coprisedile
obbligatoriamente di lino bianco, appena lavato e stirato. Guanti bianchi obbligatori anche per il
tassista. Poi c' ovviamente il bagno pubblico, un'esperienza che solo in Giappone  al tempo stesso
rassicurante, rilassante, esilarante. Anche chi non  mai stato in questo paese avr visto in qualche film
i famosi wc con gli spruzzi di acqua calda e sapone incorporati, getti precisi indirizzati alle parti intime.
Noi italiani andiamo giustamente fieri del bidet, una conquista per l'igiene personale, ma i giapponesi
ci surclassano con questa specie di Jacuzzi-toilette. Continuo a non capire perch si esporti cos poco
nel resto del mondo.
La cortesia, la buona educazione, il rispetto delle regole, l'efficienza non si sposano
necessariamente con il cosmopolitismo. Anzi, per certi aspetti il Giappone ha preservato il galateo
antico, l'ordine pubblico, il senso del dovere in modo inversamente proporzionale all'influenza
straniera che  rimasta ben controllata:  l'isola pi... insulare che ci sia. Al mio primo arrivo allo scalo
di Chubu vengo accolto da schiere di giovani volontarie mobilitate per il G7. Studentesse universitarie,
hanno dovuto indossare un costume tradizionale. Inchini a non finire, sorrisi, borse di plastica piene di
souvenir e dpliant promozionali per il turismo nella regione. Ma il loro inglese  stentato, quasi
incomprensibile. Le ferrovie  pulitissime, puntuali, veloci  sembrano non contemplare viaggiatori
stranieri. La maggior parte della toponomastica  in caratteri nipponici. Gli impiegati non parlano
inglese e ogni adulto occidentale si sente come Bill Murray nel film Lost in Translation.
Rivivo la sorpresa che mi riserv il Giappone la prima volta, decenni fa: sapendolo
modernissimo, all'avanguardia tecnologica, e per di pi alleato strategico dell'America, lo crediamo
pi simile a noi di altri paesi orientali. Invece no.  come se la modernit e la ricchezza avessero
rafforzato uno scudo invisibile per rendere impenetrabile la sua identit.  un paese dove ancora ti senti
spaesato, dove l'esotismo regna, grazie alla sua insularit. Ti tratta benissimo, ma non puoi dimenticare
la tua diversit neanche per un secondo.
L'incontro pi affettuoso che ho avuto? Con un robot, un modello avanzato che veniva esibito
all'aeroporto in occasione del G7. Cominciano a sperimentarlo come un sostituto delle colf, delle
badanti, perfino delle infermiere in ospedale. Il Giappone  stato il primo paese a conoscere la
denatalit e l'invecchiamento demografico. Non volendosi aprire all'immigrazione, investe pi di tutti
nei robot. Anche a loro  stata insegnata l'arte dell'inchino.
Treno Regionale 2890, Genova-Piacenza, partenza dalla stazione Principe alle ore 12.05. Lo
prendo al termine delle mie vacanze d'agosto in Liguria. Un signore anziano, seduto vicino a me, mi
racconta il suo mestiere raffinato e antico:  un piastrellista specializzato nell'arte dei mosaici genovesi,
quelli che decorano i pavimenti dei palazzi di una volta. Lavora per una ditta che restaura magnifiche
case nobiliari, oggi spesso acquistate da ricchi stranieri, nel centro storico di Genova. Le case si
vendono per milioni, ma noi artigiani guadagniamo duemila euro al mese, nonostante che siamo ormai
in pochi a padroneggiare quella tecnica. Lo dice con una sorta di stoica rassegnazione: ama il suo
mestiere, anche se  pagato poco. Con il suo stipendio mensile non pu permettersi la casa in citt, fa il
pendolare ogni giorno sulla tratta da Genova a Ronco Scrivia. Questo trenino regionale  la sua
seconda casa.
Poco dopo la partenza assistiamo a una scena molto ordinaria.  la caccia all'abusivo. Una
caccia condotta con metodi civili, e una pazienza infinita, da parte del controllore di Trenitalia. Un
uomo ormai anziano, di esperienza, che deve averne viste di tutti i colori. Non sembra n sorpreso n
rassegnato. Sul treno  sparpagliata una popolazione di immigrati africani, perlopi giovani uomini.
Nessuno, proprio nessuno di quelli che vedo io, si  neanche sognato di comprare il biglietto alla
stazione di partenza. Quando il controllore li avvicina, mettono in atto una serie di manovre diversive,
che lui sembra conoscere a memoria. Fingono di non capire l'italiano, rispondono in un inglese molto
approssimativo. Lui non ci casca, a sua volta passa all'inglese, egualmente approssimativo, ma tanto gli
basta per eliminare l'alibi della lingua. Spiega e rispiega all'infinito che il biglietto va comprato,
altrimenti lui  costretto a farli scendere. Dopo lunghe insistenze si capisce che i soldi ce li hanno, non
sono davvero indigenti. Provano a fregarlo comunque, si dicono disposti a comprare un biglietto per la
stazione pi vicina, la prossima fermata, cio il costo minimo, anche se probabilmente sono diretti
altrove. Lui non ci casca, guarda che ti vedo se non scendi subito. Ha un accento meridionale, tratta
questi giovanotti con un approccio quasi paterno, o forse paternalistico, ma comunque sempre pi soft
di quel che accadrebbe nell'America dove vivo: la versione Usa della stessa scena sarebbe pi ruvida,
si concluderebbe o con il pagamento immediato di una grossa multa, o con l'arrivo della polizia, le
manette, l'arresto. Nella mia New York non ci sarebbero da parte degli addetti al servizio pubblico n
la pazienza n la flessibilit per il lungo negoziato in cui si prodiga il ferroviere italiano. Peraltro, che
alternativa ha lui? Se chiamasse la polizia ferroviaria, prima che gli agenti arrivino i passeggeri abusivi
sarebbero gi scomparsi.
Non  la prima volta che assisto a scene di quel genere quando passo per l'Italia. Non sui treni
veloci e lussuosi, non sui Frecciarossa. Ma ogni volta che viaggio su un regionale, mi imbatto in
immigrati che non hanno il biglietto. E i controllori diventano, in quelle situazioni, gli unici guardiani
delle regole, i rappresentanti solitari di un'autorit che dovrebbe farle rispettare. Alcuni si girano
dall'altra parte, stufi di dover combattere contro quest'illegalit dilagante. Altri si ostinano a fare il loro
mestiere, con alterne fortune. A volte gli abusivi abbozzano e pagano, altre volte sfidano la denuncia e
proseguono imperturbabili il loro viaggio a sbafo. Con quale effetto sugli altri passeggeri, quelli che il
biglietto lo pagano e osservano in silenzio?
 una scena che mi torna in mente quando in Italia si discute la proposta di impiegare i profughi
in modo che ricambino l'ospitalit con dei lavori socialmente utili. Un'alternativa al parcheggio
senza attivit che in passato era tipico di questi rifugiati. La questione dei rifugiati e quella
dell'immigrazione economica pi tradizionale dominano l'attenzione in molte parti d'Europa e degli
Stati Uniti.
Nessuno ha trovato la formula perfetta per governare questo fenomeno in modo indolore.
Sappiamo per qual  la formula sbagliata. Se l'immigrazione in generale (profughi o immigrati
economici poco importa) viene vissuta come una invasione barbarica da parte di chi ignora e
calpesta le nostre regole; se chi arriva riceve qualche forma di assistenza ma non fa nulla in cambio:
questi sono ingredienti perfetti per alimentare le crisi di rigetto. Organizzare qualche forma di attivit
lavorativa per i profughi trasmette due messaggi importanti. Uno a loro: per chi arriva ci sono dei
doveri, non solo dei diritti. Uno alla popolazione ospitante, che vuole sentirsi rassicurata. L'Italia non
ha una tradizione esemplare in quanto a rispetto delle regole, neppure da parte dei suoi abitanti. Siamo
il paese della mafia, della camorra e della 'ndrangheta; dell'evasione fiscale record; dell'abusivismo
edilizio; della corruzione politica; dei furbi e dei raccomandati, dei figli di qualcuno che fanno
carriera. O, per ritornare nell'ambito dei trasporti pubblici, siamo il paese in cui il metr della capitale 
una giungla, dove squadre di piccole rom borseggiano indisturbate, e dove dei teppisti italianissimi
hanno massacrato di botte un passeggero che aveva chiesto loro di non fumare, il tutto sotto lo sguardo
indifferente delle pattuglie di militari antiterrorismo. L'aria che si respira non  purissima, non 
esemplare il messaggio che ricevono i nuovi arrivati. E il piccolo Far West ferroviario di cui sono stato
pi volte il testimone indica che tanti stranieri pensano di poterne approfittare. Confermando cos
pregiudizi e paure da parte nostra, in un circolo vizioso. Ma non  giusto bollare con l'etichetta
infamante di razzista e xenofobo un italiano che ha paura di veder aumentare ulteriormente il tasso di
caos del paese, gi elevato.
Non era certo un razzista antimeridionale il grande scrittore siciliano Leonardo Sciascia, quando
nel 1961, in un dialogo del suo romanzo Il giorno della civetta, invent la metafora della linea della
palma. Cito qui quel celebre passaggio: Forse tutta l'Italia sta diventando Sicilia... A me  venuta una
fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea
della palma, cio il clima che  propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di
cinquecento metri, mi pare, ogni anno... La linea della palma... Io invece dico: la linea del caff
ristretto, del caff concentrato... E sale come l'ago di mercurio di un termometro, questa linea della
palma, del caff forte, degli scandali: su su per l'Italia, ed  gi oltre Roma....
 curioso come oggi quel discorso appaia profetico anche per quel che abbiamo appreso... sul
cambiamento climatico. Ma Sciascia si riferiva ad altro, com' evidente. Nel 1961 quel che lo
preoccupava era l'infiltrazione della mafia sempre pi a Nord, perch vedeva nel sistema di gerarchie,
di valori e di regole dell'organizzazione criminale mafiosa una realt decisamente peggiore, inferiore,
pi arretrata e incivile, rispetto a un certo modello sociale che prevaleva al Nord. Non c' nulla di
razzista n di xenofobo nell'osservare che oggi un altro avanzamento della linea della palma porta
dentro societ nordiche i valori che vengono da un mondo islamico, dal Maghreb o dal Medio Oriente,
e che sono pi arretrati, meno civili. Non  arrogante n presuntuoso stabilire, per esempio, che il
contratto sociale scandinavo  preferibile  perch pi equo, solidale, rispettoso  in confronto alle
logiche del familismo amorale, del clan, della fedelt tribale, del patriarcato, della sottomissione al
leader, che sono radicate in tante nazioni di religione musulmana. Il discorso politically correct
imperante da decenni ci proibisce di usare aggettivi come superiore e inferiore. Ma questo 
assurdo, perch rinunciando a stabilire gerarchie di valori precipitiamo noi stessi in un baratro
d'insicurezza, smarrimento. Finch la vertigine del caos spinge alcuni di noi nelle braccia dei nuovi
autocrati, dell'Uomo forte di turno che si affaccia dal balcone e promette di restaurare l'ordine antico.
Rafforzare lo Stato di diritto in ogni angolo del paese e in ogni momento della vita sociale  la
priorit se vogliamo evitare un senso di prevaricazione e di abbandono. Eppure, questo non  un
principio cos radicato come dovrebbe essere. C' in mezzo a noi, soprattutto nella sinistra e nella
tradizione cattolica, una tendenza a sorvolare sul tema dei doveri degli immigrati. Gli avversari parlano
di buonismo, e non sempre hanno torto. Vedere solo il bisogno dello straniero, la sua debolezza,
insistere solo e unilateralmente sul nostro dovere umanitario di accoglienza, genera squilibri pericolosi.
Se insieme con l'aumento degli stranieri si allarga l'area delle illegalit piccole o grandi, in una parte
della popolazione italiana  spesso la parte pi debole, quella che vive negli stessi caseggiati degli
immigrati, che viaggia sugli stessi treni e autobus  l'immigrazione genera paura. E le reazioni di
rigetto sono inevitabili.
 istruttivo guardare l'ultima serie televisiva Gomorra. In uno degli episodi il boss camorrista,
dal carcere, d ordini ai suoi di non concedere territorio alle nuove gang venute dall'Africa che si
stanno introducendo nel business della droga. Roberto Saviano sa di cosa parla, e non  sospetto di
xenofobia. La criminalit che arriva con l'immigrazione  una realt. Io da turista occasionale in Italia
resto colpito quando nel mio girovagare scopro l'estensione della tratta delle nigeriane, con le
prostitute che si offrono in bella vista, seminude, a tutte le ore del giorno e in zone di grande traffico.
Ma le mie veloci impressioni da viaggiatore in transito, o perfino il neorealismo dark di
Saviano, sono superati dalla realt quando si scopre un orrore come quello di Borgo Mezzanone, vicino
a Foggia, dove si trova il terzo Centro d'accoglienza per richiedenti asilo (Cara) pi grande d'Italia. Un
reporter dell'Espresso che  riuscito a entrarci, Fabrizio Gatti, lo ha descritto come un modello di
immigrazione tutto italiano, dove tutte le notti i gangster della mafia nigeriana vanno a procurarsi
ragazzine africane da far prostituire. In quel centro, racconta Gatti, la polizia non si vede, la forza
dell'ordine sono gli sgherri dei boss nigeriani. Il tutto costa 22.000 euro al giorno al contribuente
italiano, e il Cara in provincia di Foggia  gestito da una cooperativa rossa della Lega, ancorch il
suo capo venga da Comunione e Liberazione. Ce n' per tutti. L'inferno di Borgo Mezzanone 
certamente un caso estremo. La maggioranza degli italiani vive in aree del paese lontane da quel tipo di
realt, e quindi ha una visione meno angosciante del fenomeno dei profughi. Ma la risonanza che hanno
avuto quelle rivelazioni dell'Espresso  giustificata. Il solo fatto di sapere che qualche pezzo del
territorio nazionale  fuori dal controllo dello Stato, che la gestione della sofferenza e dei traumi dei
rifugiati  diventata un business cogestito dalla mafia nigeriana in casa nostra, contribuisce a diffondere
insicurezza e a generare allarme.
Il buonismo talvolta  un lusso, una prerogativa di classe, uno status symbol. Quello dei ricchi
lo avevo vissuto alle origini, quando abitavo a Parigi negli anni Ottanta. Improvvisamente, nel giro di
qualche anno la cintura operaia alla periferia parigina smise di votare per il Partito comunista. Fu uno
shock: il Pcf era stato per decenni uno dei pi forti partiti della sinistra europea, subito dopo il Pci. La
classe lavoratrice era passata, quasi in blocco, col Fronte nazionale. La ragione era l'immigrazione. La
gauche caviar (sinistra al caviale) che abita nei quartieri borghesi del centro storico, il V, VI e VII
arrondissement sulla Rive Gauche, era scandalizzata, inorridita, disgustata dall'improvviso razzismo
degli operai. Chi vive a Saint-Germain-des-Prs incontra arabi e nordafricani, certo, ma li intravede
come autisti di autobus, netturbini, camerieri, donne delle pulizie. Gli operai della banlieue di
Saint-Denis li hanno come vicini di pianerottolo nelle case popolari e i loro figli condividono le stesse
scuole. La differenza di prospettiva sta tutta l, e non  poca.
Per quale ragione Legge e Ordine sono diventati slogan di destra, mentre le prime vittime
dell'illegalit e del disordine sono i ceti popolari, quelli che abitano nelle zone pi insicure?
Per noi newyorchesi una sola metropoli al mondo  paragonabile alla nostra. Per dimensioni,
variet, vitalit culturale, ma anche per la vocazione al business e alla finanza, Londra  la gemella
rivale. In America non ci sono citt cos simili alla Grande Mela: Los Angeles ha tanto sole, mare e
cinema; San Francisco  piccina, carina e hi-tech; Washington ruota attorno alla politica.
C' un'altra somiglianza, chiara dal 23 giugno 2016. La citt di Londra ha votato a stragrande
maggioranza per rimanere nell'Unione europea. Non ha mai condiviso gli slogan antimmigrati della
campagna Brexit. New York  una delle citt meno razziste d'America,  stata definita una citt
santuario perch il sindaco Bill de Blasio vi ha realizzato una sua sanatoria di fatto, rilasciando agli
immigrati senza permesso di soggiorno una speciale carta d'identit che in qualche modo li regolarizza,
e viene accettata dalla polizia locale. Citt santuario perch vige una sorta di amnistia preventiva, le
forze dell'ordine a New York non danno la caccia ai clandestini come in qualche altra parte d'America
(l'Arizona dello sceriffo Joe Arpaio, Maricopa County).
Il paragone tra New York e Londra ha un valore pi generale. Analizzando la mappa del voto
Brexit in Gran Bretagna, e le roccaforti della destra xenofoba negli Stati Uniti, emerge questo dato:
dove gli immigrati sono pi numerosi fanno meno paura. Le sacche del risentimento e della xenofobia
sono situate in un'America profonda che di stranieri ne ha relativamente pochi. A New York, ma anche
a San Francisco e Los Angeles, metropoli multietniche dove noi bianchi siamo ormai minoranza (40
per cento i bianchi definiti caucasici, di origini europee, esclusi cio i latinos), i flussi migratori non
provocano reazioni di rigetto.
Le spiegazioni? La prima  semplice: noi che ne abbiamo cos tanti sappiamo apprezzare il
ruolo benefico degli immigrati. Sappiamo che senza di loro l'economia di New York o di Londra si
fermerebbe: dai ristoranti agli alberghi, dall'edilizia agli ospedali, dai taxi ai servizi di consegna a
domicilio. Non solo camerieri o fattorini, ma anche scienziati e medici: gli stranieri ci circondano dalla
mattina alla sera,  assurdo pensare di sopravvivere senza di loro.
Inoltre abbiamo avuto la dimostrazione  almeno a New York, di cui posso parlare con certezza
 che l'aumento degli immigrati, se ben governato, non fa salire la criminalit. La Grande Mela ne ha
assorbiti un milione in pi nell'ultimo decennio, e i reati hanno continuato a scendere. Vivo in una citt
pi multietnica e al tempo stesso pi sicura di vent'anni fa. Dunque, se li conosci davvero, ti fanno
meno paura. New York e Londra hanno elaborato un software della convivenza civile, un capitale
sociale che fluidifica l'integrazione e riduce il potenziale minaccioso dell'invasione straniera.
Sempre nel rispetto delle regole fondamentali, per. Tornando al parallelo con Gomorrah (con l'acca
finale nell'edizione americana): i regolamenti di conti fra le gang del narcotraffico avvengono in
Messico, non a New York. C' una norma implicita che la grande criminalit conosce bene: non le
conviene attirare l'attenzione su di s nei luoghi dove le forze dell'ordine, lo Stato, hanno un controllo
del territorio e della convivenza civile.
Una variante di questa spiegazione del modello newyorchese allarga lo sguardo alla storia. New
York stratifica generazioni successive di immigrati. Un ruolo importante lo ebbero gli ebrei, accorsi qui
perch la Germania li sterminava e gran parte d'Europa non li voleva. La comunit ebraica, anche dopo
essersi integrata, affermata in termini sia di potere sia di successo economico, non dimentica le proprie
origini e il passato. Una delle ragioni per cui New York  politicamente a sinistra, molto liberal, sta
nell'orientamento della sua componente jewish: respinge la xenofobia anche quando le vittime sono gli
altri. Un riflesso simile si  verificato pi di recente con gli asiatici. Pur essendo mediamente ricchi (il
loro reddito  superiore a quello dei bianchi) gli asian-american nel 2012 votarono per Barack Obama
con percentuali altissime, inferiori solo ai neri. Nel caso degli asiatici, la ragione  la stessa che per la
comunit ebraica: anche se oggi stanno bene, non vogliono dimenticare un passato in cui gli
indesiderati erano loro.
Come spiegare, invece, il successo di Brexit nella provincia inglese, o di Trump in certe aree
degli Stati Uniti che sono ancora molto bianche? Una ragione  semplice. Quelle zone non vogliono
diventare pi simili a New York e Londra. I provinciali che affluiscono sotto casa mia in vacanza e
passeggiano col naso all'ins fra Times Square e il nuovo World Trade Center, vanno la sera a un
musical di Broadway, girano in bici a Central Park, alla fine se ne tornano a casa come se fossero stati
in un paese straniero: soddisfatti dell'esperienza, ma contenti di ritrovare le loro certezze, le loro
sicurezze, i luoghi e i volti familiari. Il caos newyorchese li diverte come un giro sulle montagne russe,
eppure non hanno nessuna voglia di viverci, sulle montagne russe. La seconda transizione
demografica, com' stato definito l'impatto trasformativo delle nuove migrazioni, la vogliono tenere
lontana da casa loro. La societ multietnica  una conquista faticosa, un equilibrio instabile, una sfida
continua per determinare quali valori e quali identit prevarranno nel mix finale. C' chi si sente
sconfitto in partenza, e preferisce alzare il ponte levatoio prima che sia troppo tardi. Le paure sono
fondate, non nascono solo da rozza ignoranza, pregiudizi, egoismo e razzismo.
Un grande intellettuale americano colto e raffinato come Samuel Huntington, pi noto nel
mondo intero per il suo saggio Lo scontro delle civilt e il nuovo ordine mondiale, pochi anni prima di
morire ne scrisse un altro sui pericoli legati alle ondate d'immigrazione ispanica. L'editore italiano,
Garzanti, prefer dargli un titolo politically correct e nel nostro paese il libro  uscito come La nuova
America. Le sfide della societ multiculturale. L'originale aveva un titolo diverso e pi inquietante:
Who Are We?, Chi siamo noi? Avvertiva il rischio che l'ispanizzazione di intere zone degli Stati Uniti
segnasse la prevalenza di una cultura familistica, avversa allo Stato di diritto.  un problema che noi
italiani conosciamo bene, perch i nostri immigrati all'inizio furono portatori dello stesso tipo di valori
sociali.
Le conclusioni di Huntington sono problematiche, indicano una sfida sempre aperta.
Io credo che una delle maggiori conquiste, se non la maggiore in assoluto, dell'America
scrive l'autore nell'introduzione a quel saggio sia di essersi trasformata in una societ multietnica e
multirazziale in cui le persone vengono giudicate per i loro meriti. Io credo che tutto questo sia
avvenuto grazie all'impegno delle successive generazioni di americani nei confronti della cultura
anglo-protestante e del credo dei padri fondatori. Se quell'impegno verr mantenuto nel tempo,
l'America sar ancora l'America, anche dopo che i discendenti Wasp (white anglo-saxon protestant)
dei suoi fondatori saranno diventati una piccola e ininfluente minoranza.
Gwen, abbreviazione di Gwendolen,  la ragazza di mio figlio Jacopo. Molto carina, deliziosa.
Gwen non  newyorchese doc, viene dalla provincia.  cresciuta vicino a Ferguson, nel Missouri, la
cittadina dove due anni fa ebbe inizio la nuova ondata di proteste razziali contro gli abusi della polizia.
Gwen fa la ballerina, ha lavorato in uno spettacolo di Beyonc. Ha un altro merito, per cos dire.  la
prima afroamericana che  entrata a far parte delle mie frequentazioni assidue e intime. Proprio cos. Ci
sono voluti pi di sedici anni, da quando ci siamo trasferiti negli Stati Uniti, perch una persona di
colore entrasse nella mia cerchia familiare allargata. Nel corso di questi sedici anni l'America ha avuto
due segretari di Stato neri (Colin Powell e Condoleezza Rice), poi ha eletto Barack Obama, che a sua
volta ha nominato nel suo esecutivo diversi ministri neri. Ma io in tutto questo tempo non ho mai avuto
un amico afroamericano, di quelli che frequenti regolarmente, con cui ti trovi spesso a cena, vai al
cinema, fai qualche vacanza.
Il mio caso non  anomalo, e la dice lunga sull'esperimento multietnico degli Stati Uniti. Meno
riuscito di quanto si creda. O forse, per essere precisi: pi limitato, pi superficiale di quanto si creda.
Ci fu un tempo in cui l'America venne definita un melting pot. La traduzione: un crogiuolo dove le
razze si fondono. Poi, pi prudente e realistica, arriv un'immagine alternativa: meglio parlare di
salad bowl, il contenitore dell'insalata. In un'insalata mista, le varie verdure e i condimenti si
possono mischiare all'infinito, ma rucola e pomodoro non si fondono. Questo descrive meglio il
contratto sociale americano. L'immigrazione dal resto del mondo continua, ma ciascuno si integra
prevalentemente dentro la comunit dei suoi simili. E le varie comunit coesistono pacificamente, in un
accordo di rispetto reciproco, nell'osservanza delle regole comuni.
La situazione dei neri  diversa in quanto a rispetto reciproco, questa  la comunit con cui le
tensioni razziali sono riaffiorate in modo acuto negli ultimi anni, in parte anche come reazione di
certi bianchi allo shock-Obama; ma, in ogni caso, vale per loro come per le altre comunit etniche
l'apartheid implicito che continua a regolare tanti aspetti della vita quotidiana, compresa la geografia
residenziale, la composizione abitativa dei quartieri.
Mi sforzo di ricordare ma non trovo un amico nero nei primi quattro anni in cui ho vissuto a
San Francisco, n in seguito a New York, prima che Jacopo ci presentasse Gwen. Ho avuto un po' pi
fortuna con cinesi, indiani e latinoamericani; soprattutto professori universitari. Ma anche loro li conto
sulle dita della mano. La maggior parte del tempo si vive in una societ a compartimenti, abitando in
quartieri dove i vicini di casa hanno la pelle del mio stesso colore. Gli altri li incrocio in gran quantit
quando prendo il metr la mattina: i trasporti pubblici sono pieni di pendolari etnici. Neri se ne
vedono tanti negli uffici statali, l'impiego pubblico  sempre un mezzo di promozione sociale delle
minoranze. E poi ci sono tutti i servizi dove la manodopera immigrata  maggioritaria, dai camerieri nei
ristoranti alle ragazze asiatiche nei saloni di bellezza per le signore, dai fattorini per le consegne ai
tassisti. Per questi ultimi, di recente, la citt di New York ha perfino abolito l'esame d'inglese come
condizione per la licenza. (Prima ancora, l'esame d'inglese lo aveva abolito la societ Uber, sempre in
anticipo di una lunghezza.)
Va un po' meglio con i miei figli, come dimostra la cooptazione di Gwen. Essendo arrivati
qui da adolescenti, hanno avuto pi occasioni per diversificare le amicizie. Hanno anche mestieri svolti
in genere da diverse minoranze: Costanza nell'universit statale della California, Jacopo sia nella
versione attore sia quando fa il cameriere. Tra i giovani della loro generazione crescono in percentuale
le coppie multietniche. Ma l'America resta un modello imperfetto e un cantiere incompiuto. Perfino per
le ondate migratorie antiche. Se ti capita di essere invitato al bar mitzwah di un ragazzino ebreo, ti
troverai in un ambiente prevalentemente ebraico. Due comunit che hanno un'alta percentuale di
matrimoni misti, gli americani di origine italiana e irlandese, hanno in comune anche la religione
cattolica. Viceversa, i nuovi immigranti che arrivano dall'Africa non vengono accolti facilmente dai
neri di qui, come ha raccontato Chimamanda Ngozi Adichie nel romanzo Americanah. Un'attrice
comica nera che ho visto nel teatro di satira politica Gotham Comedy Club, ricordando che i suoi
genitori sono immigrati dalla Nigeria, scherzava: Ci distingue il fatto che noi l'America l'abbiamo
scelta.
Le trib a cui tutti apparteniamo sono il primo rifugio: e per quanto la convivenza con le altre
trib sia pacifica, la sera ci si ritira molto spesso nelle proprie riserve.
Ma che cosa accade quando in alcune parti d'America la riserva bianca  impoverita,
declassata, senza un orizzonte, defraudata di speranze? Questo  il terreno dove la questione
dell'immigrazione incrocia lo shock da globalizzazione, e genera mostri come Donald Trump.
C' un pezzo di popolazione bianca che ha perso lavori ben pagati, ha visto sparire industrie
intere spazzate via dalla concorrenza cinese, ha visto franare il proprio tenore di vita e status sociale. 
troppo povera per mandare i figli a studiare nelle migliori universit, quelle stesse universit in cui
eccellono i talenti venuti dall'Asia. Ma non  abbastanza povera da rientrare nelle categorie sfavorite
per le quali esistono corsie preferenziali di accesso. Il Sogno americano sta scivolando via velocemente
dalle loro vite, n lo vedono a portata delle generazioni future. Si sono convinti che la sinistra, il Partito
democratico, sia diventata una coalizione arcobaleno dove c' attenzione per i diritti di tutte le
minoranze: neri o ispanici, gay e lesbiche. Tutte le minoranze fuorch loro, la futura minoranza bianca.
Se spunta all'orizzonte un politico che parla a loro, parla per loro, sono disposti a perdonargli di tutto.
Nel settembre 2015 la storia di Ahmed Mohamed aveva indignato e poi commosso l'America.
L'adolescente inventore era stato arrestato in Texas dopo aver portato un orologio di sua fabbricazione
in classe, solo perch il suo volto e il suo nome ne avevano fatto automaticamente un potenziale
terrorista. Erano intervenuti prima il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg e poi Barack Obama a
mostrargli solidariet sui social media (geniale il tuo orologio twitt il presidente). Obama in seguito
lo aveva invitato pi volte alla Casa Bianca. Per ripagarlo dell'umiliazione subita, additarlo a esempio e
dimostrare che l'America accoglie a braccia aperte i talenti stranieri. Anche se islamici. Ma c' un
pezzo di America che non la pensa cos. E si  presa la sua rivincita. Mohamed non abita pi fra noi.
Non gli  bastata l'ammirazione di Obama, n l'essere diventato una piccola star nel mondo dei giovani
cervelli appassionati d'invenzioni tecnologiche. Preferisce una vita tranquilla. Sembra il colmo, ma se
la va a cercare nel Golfo Persico. Dove chiamarsi Ahmed Mohamed perlomeno non attira l'attenzione.
La vicenda comincia il 15 settembre 2015. Quel giorno nel liceo di Irving, una cittadina del
Texas vicino a Dallas, il quattordicenne Ahmed Mohamed arriva in classe portando il frutto di un suo
progetto: appassionato di piccoli lavori ingegneristici, ha messo a punto da solo un orologio digitale. In
una scatola a parte ha messo i cavetti che servono a collegarlo alla presa elettrica. Una prof d'inglese
vede quei fili che escono dalla scatola, osserva Ahmed: bruno, capelli ricci nerissimi, le sue origini
etniche sono inconfondibili (il padre  un arabo del Sudan, fuggito con la famiglia negli Stati Uniti per
salvarsi dalle persecuzioni religiose). Altri prof di quella scuola conoscono le prodezze tecniche di
Ahmed, spesso gli chiedono di installargli i software dei computer e di aggiornargli le app sullo
smartphone. Ma l'insegnante d'inglese non lo sa e lancia l'allarme: bomba in classe. Arriva la polizia,
Ahmed viene ammanettato e portato via. In commissariato lo interrogano senza la presenza di un
legale. E anche se viene rilasciato dopo poche ore, arriva la sanzione dalla scuola: sospensione
disciplinare.
Della storia si accorge il quotidiano Dallas Morning News. Poi un blogger esperto di
tecnologia, Anil Dash. Il caso diventa virale, nelle prime ventiquattr'ore dalla notizia un milione di
americani esprimono la loro solidariet con l'adolescente, twittando #IStandWithAhmed, io sto con
Ahmed. Fino ad attirare l'attenzione di Obama, di Zuckerberg e tanti altri. In seguito il ragazzino
geniale viene invitato alla Nasa. Partecipa a una conferenza dell'Onu al Palazzo di Vetro. Altro che
ammanettarlo, l'America progressista ne vuol fare un modello per tanti suoi coetanei.
Ma l'interesse di quest'America si dilegua col passare dei mesi. Le subentra un'altra nazione,
feroce e crudele, la sua gemella nemica. Razzista, islamofoba, in cerca di vendette contro il gesto
pacificatore di Obama. Nei social media di destra cominciano le insinuazioni: Ahmed e la sua famiglia
sarebbero degli imbroglioni in cerca di fama. Peggio, alcune teorie del complotto lo descrivono come
un docile strumento nelle mani di gruppi islamici che vogliono screditare la polizia del Texas. Arrivano
minacce, anche di morte. Via via che la storia di Ahmed sparisce dalle prime pagine dei giornali, altri
media pi discreti ma tenaci se ne impadroniscono. La trasformano in una controstoria. La notoriet
diventa un pericolo. Il ragazzino non regge allo stress, il padre teme per il suo equilibrio psichico.
Arriva, benefica, l'offerta di una borsa di studio dalla Qatar Foundation. I legali di Ahmed convocano
una conferenza stampa e annunciano: la famiglia si trasferisce a Doha.
La fuga di Ahmed ci ricorda che quando vince il pregiudizio e diamo la caccia ai diversi, alla
fine restiamo tutti un po' pi poveri.
In un'intervista rilasciata negli ultimi mesi della sua presidenza, Obama ha confidato al
giornalista Fareed Zakaria queste riflessioni sulle radici dell'islamofobia, sulla presa dei messaggi
antimmigrati: Ci sono categorie di persone che si sentono abbandonate, che sono spaventate dalla
rapidit del mutamento etnico-demografico, delle trasformazioni sociali. Hanno paure pi che legittime
sulla loro situazione economica. Pensano di essere stati lasciati indietro. Dobbiamo prendere sul serio
queste paure. Dobbiamo prestare attenzione.
Com' ovvio, Obama non ha nessuna indulgenza o tolleranza verso i personaggi alla Trump,
tutti coloro che aizzano il razzismo. Eppure, nelle sue parole c' l'invito a non commettere un altro
errore, che  il razzismo degli antirazzisti. Un conto  disprezzare i demagoghi della xenofobia, guai a
disprezzare quella base popolare che li segue per disperazione vera perch si sente straniera in casa
propria. La prima regola per governare l'immigrazione  proprio questa: ascoltare chi fra noi vive nelle
condizioni socio-economiche pi vicine a quelle degli immigrati.
Inquietudine migratoria. Le radici profonde della mobilit umana  il titolo di un bel saggio di
Guido Chelazzi uscito nel 2016 (Carocci). Il termine inquietudine migratoria descrive il
comportamento di specie animali in cattivit, quando sentono che  giunta la stagione in cui i loro
simili liberi partono per le grandi migrazioni. Anche certi uccelli in gabbia possono dare segni di
agitazione perch avvertono nel loro istinto la pulsione a spostarsi. Insieme con un altro libro
pregevole, Libert di migrare di Valerio Calzolaio e Telmo Pievani (Einaudi 2016), rientra in una
corrente che analizza i fenomeni migratori partendo da molto lontano. Biologi, antropologi,
archeogenetisti, grazie alle nuove tecnologie e all'analisi dei Dna nei reperti fossili, ricostruiscono la
storia e la preistoria dell'umanit alla luce di questa costante: siamo stati quasi sempre una specie
migratoria, o per meglio dire una specie anche migratoria, che alternava gli spostamenti e la
sedentariet. Homo sapiens ha origine in Africa, si dirama in Asia (poi da l anche in America) e in
Europa attraverso le emigrazioni. Spinto, fin dall'inizio, da fattori climatici o alimentari, o dalla
pressione incalzante di qualche trib pi organizzata e pi aggressiva, o infine dalla curiosit e sete di
scoperta.
La figura del profugo, quella dell'immigrato economico, quella del nomade transumante
accompagnano la storia dell'umanit fin dall'esordio. Non  un caso se i pi grandi miti religiosi e
letterari narrano di esodi come quello del popolo d'Israele nella Bibbia, o di esplorazioni come
nell'Odissea di Omero. I testi fondanti delle culture cinese e indiana hanno storie molto simili. Essendo
io discendente di una famiglia di naviganti, da una cittadina ligure dove i mariti partivano per anni,
talvolta definitivamente (le morti per naufragi erano frequenti, cos come pure il passaggio dalla vita di
mare all'espatrio), l'inquietudine migratoria ce l'ho nel sangue, mi appartiene dalla nascita.
L'analisi della storia sui tempi lunghi  interessante anche per quest'altro aspetto: ci ricorda che
nelle migrazioni il ceppo dominante non  sempre quello che accoglie, talvolta  quello in arrivo. La
distinzione tra migrazione e invasione  sottile, mobile, variabile. In diversi casi importanti furono le
popolazioni immigrate a rappresentare la civilt superiore, e quindi a trapiantare nelle zone
d'insediamento i loro stili di vita, le loro tecnologie, le loro gerarchie, i loro costumi, i loro di.
Non c' quindi alcuna contraddizione nel riconoscere, da una parte, che le civilt umane e il
nostro patrimonio biogenetico si sono continuamente adattati, trasformati ed evoluti attraverso le
mescolanze migratorie; e, dall'altra parte, che da ogni incontro-fusione alla fine esce un mix che non 
paritetico, in cui uno dei caratteri ha la prevalenza. Anche questo rientra nella nostra inquietudine
migratoria: mentre sentiamo che gli incroci multietnici sono inevitabili, c'interroghiamo sull'identit
che sar prevalente.
In questo senso il dibattito sul burkini che ha agitato brevemente l'estate del 2016  meno
stravagante di quanto sembri. Molti hanno voluto liquidarlo come una forma d'intolleranza, un
estremismo laicista, una perversione tipicamente francese. Mi lascia perplesso sentire da che pulpito
vengono certe lezioni. Per esempio dall'Italia, paese dove la Chiesa ha spesso sconfinato dal suo
spazio esercitando interferenze indebite nella vita civile. Oppure dall'America, dove i politici finiscono
i loro discorsi invocando la benedizione di Dio sul loro paese e sentono il bisogno di esibire in modo
quasi indecente la propria fede religiosa.
Capisco che il laicismo francese risulti insopportabile per degli italiani cresciuti con i crocifissi
in classe (anche nella scuola pubblica), o per degli americani le cui banconote recano la dicitura In
God We Trust. E naturalmente esagerazioni e sciocchezze ce ne sono state tante da parte francese,
nell'estate 2016 del burkini (che veniva, va ricordato, subito dopo l'orrenda strage degli innocenti sui
marciapiedi di Nizza, con bambini maciullati dall'urto di un camion usato come arma). Ma, al fondo,
nella storia umana le trib si sono sempre distinte anche per le acconciature e l'abbigliamento: segni
esteriori di appartenenza a un gruppo, a una civilt, a un sistema di valori. E i veri esperti di Islam ci
ricordano che un'involuzione inquietante  avvenuta nell'uso dei vestiti: c' stata una generazione di
donne arabe orgogliose di essersi liberate da certi dettami di abbigliamento che vivevano come un
simbolo di oppressione; poi, talvolta, alcune delle loro figlie adolescenti si sono riappropriate di quei
vestiti antichi e ne hanno fatto un segno identitario, un simbolo di rivolta. Il messaggio, non
illudiamoci,  proprio quello: l'Occidente fa schifo.
E noi come dobbiamo reagire? Un pezzo della nostra societ non ha dubbi: l'Occidente deve
fare schifo anche a noi, essendo il coagulo di tutti i mali, di tutte le nefandezze. Il rifiuto d'integrazione
che emana da una parte delle comunit islamiche si salda con le pulsioni autodistruttive che da tempo
registriamo al nostro interno. C' fra noi chi considera la nostra liberaldemocrazia una farsa e
un'impostura. C' chi crede di essere rispettoso degli altri  e di espiare le colpe dei secoli coloniali 
adottando il multiculturalismo, che relativizza tutto e vieta i giudizi di valore: guai a stabilire che
altri sistemi di regole sono pi arretrati.
Poi succede il Capodanno di Colonia. Forse l'evento pi rivelatore degli ultimi anni, quasi pi
emblematico delle stragi terroriste. Perch nel Capodanno di Colonia non agivano minuscoli gruppi di
jihadisti votati al martirio, criminali o squilibrati, ma erano interi branchi di maschi, perlopi immigrati
da paesi di religione islamica, a dare la caccia alle donne per le vie della citt, a molestarle, a
violentarne alcune. Non erano gesti folli o vendette isolate, era l'esplosione di un costume, di un
atteggiamento tribale. Le donne che a quell'ora della notte non erano chiuse in casa o intabarrate nei
costumi etnici erano animali da preda.
Quella rivelazione improvvisa di un comportamento di massa  non una devianza, non il blitz
di un commando   stata cos sconvolgente che per molti giorni la societ tedesca educata e civile ha
voluto chiudere gli occhi. Le donne vittime di violenze si sono autocolpevolizzate, a lungo hanno
tardato a sporgere denuncia. Molto lentamente i fatti di quella notte sono venuti a galla. Perch stavolta
non c'era la scorciatoia automatica postattentato, che  la solenne e rituale condanna del gesto folle di
un minuscolo gruppo di assassini. Stavolta bisognava dare un giudizio morale su una vasta comunit
d'immigrati.
Faticosamente, qualcosa  cambiato nel discorso politically correct della democrazia tedesca.
Quando, pochi mesi dopo il Capodanno di Colonia, si sono aggiunte le manifestazioni di massa degli
immigrati turchi a favore dell'autocrate islamista Erdo?an, quando un pezzo della comunit
turco-tedesca ha fatto la scelta di appoggiare entusiasticamente colui che calpesta i diritti umani ad
Ankara e di protestare contro la politica estera di Berlino, quando si  scoperto che il governo turco ha
6000 informatori e 500 agenti di spionaggio sul territorio tedesco, allora la cancelliera Angela Merkel
ha dichiarato: Ci aspettiamo che le persone di origine turca che vivono da molti anni in Germania
sviluppino un alto livello di lealt verso il nostro paese. Il linguaggio  pacato e gentile, un modo
diplomatico e moderato per affermare un principio. La lealt al nostro paese non  compatibile con
l'appoggio entusiasta a un paese che ha imboccato la strada diametralmente opposta, che vuole
rappresentare con orgoglio un modello alternativo all'Occidente. Bisogna scegliere.
Lo stesso governo tedesco ha poi reagito al Capodanno di Colonia distribuendo fra gli
immigrati in arrivo dal Medio Oriente dei manuali d'istruzione sui costumi di vita in Germania: vi si
spiega, per esempio, che se una donna indossa una gonna corta non significa che la si possa
brutalizzare. Ma non  una questione che si risolve sul piano delle buone maniere, degli usi e costumi
locali.  una questione etica e di civilt. Abbiamo il diritto, anzi il dovere, di indicare ci che  giusto e
ci che  sbagliato; e di farne una condizione d'accesso per chi vuole vivere in mezzo a noi. Le civilt
nascono e muoiono, si evolvono, si fondono, s'influenzano, e alla fine qualcuna imprime ad altre un
segno dominante. Vogliamo poter scegliere quale civilt lasceremo ai nostri figli, e ai figli dei nostri
figli.
III
Putin o l'arte della guerra (e l'amico cinese)
A Mosca! A Mosca!
Chi avrebbe mai detto che avrei rivissuto il mito russo, quarant'anni dopo...
Ne  passata di acqua sotto i ponti. Ero un giovanissimo iscritto al Partito comunista italiano,
presi la tessera nel 1974, tre anni dopo cominciai a lavorare da precario nella stampa di partito. Enrico
Berlinguer stava accelerando lo scisma dall'Unione Sovietica. Lo chiamarono eurocomunismo. Si
avvicinava alle socialdemocrazie nordeuropee. Per, tagliare il cordone ombelicale con la patria del
leninismo fu un'operazione lenta e faticosa. Nel frattempo, per quanto conflittuali, restavano intensi i
rapporti con il granitico Pcus (Partito comunista dell'Unione Sovietica).
Io non avevo ruoli politici, ero solo un giornalista, ma poich sapevo un po' di lingue straniere
m'infilavano spesso nelle delegazioni ufficiali. Partecipai a diversi congressi: Mosca e Leningrado
(oggi San Pietroburgo), Varsavia, Berlino Est. A noi giovani quel mondo piaceva poco. Inefficiente e
corrotta, l'Unione Sovietica non poteva fungere da modello esportabile. Al contrario erano i giovani
russi, polacchi, tedeschi dell'Est a invidiare noi: i nostri jeans, il nostro rock, la nostra libert di
viaggiare. Ma tra i vecchi compagni il mito dell'Urss resisteva. A Mosca! A Mosca!
Molto pi di recente, quello slogan mi  toccato sentirlo in bocca a Donald Trump. Il flirt fra il
tycoon newyorchese e Vladimir Putin  stato ben visibile, ostentato, sfacciato. I suoi aspetti pi beceri
sfidano il buon senso: il candidato repubblicano si rallegr pubblicamente il giorno in cui gli hacker
russi violarono le email segrete di Hillary Clinton. Ma le affinit elettive Trump-Putin riguardano punti
sostanziali. Bisogna elencarli, perch l'atteggiamento si sta diffondendo in mezzo a noi. Come in altre
cose, Trump ha intercettato una moda gi esistente. Ammira Putin come un modello nella lotta al
terrorismo islamista, al punto da ventilare la possibilit di appaltargli le operazioni militari contro l'Isis
in Siria (la ragione sta nei successi di Putin contro i secessionisti ceceni, da lui bollati tutti quanti come
terroristi islamici, e terrorizzati a loro volta con rappresaglie indiscriminate sulle loro famiglie, sulla
popolazione civile). Trump  sempre stato indulgente verso l'aggressione russa in Crimea e in Ucraina.
Parlando della Nato, l'ha trattata come un optional, mettendo in dubbio la volont americana di
difendere i paesi dell'Est dall'espansionismo russo.
Sembra incredibile che il Partito repubblicano, o almeno una parte della destra americana, dopo
avere idolatrato in Ronald Reagan il vincitore della guerra fredda, colui che mise in ginocchio
l'Impero del male (l'Urss), abbia ceduto alla tentazione filoputiniana. Eppure c' una logica
profonda.  la stessa ragione per cui tutte le destre europee simpatizzano per l'uomo forte di Mosca: da
Marine Le Pen a Matteo Salvini, in Europa occidentale. Perfino nell'Europa dell'Est che fu dominata
dall'impero sovietico, i dirigenti al potere in Ungheria e in Polonia riecheggiano temi cari a Putin,
anche se diffidano delle sue mire espansioniste.
Un osservatore europeo, l'editorialista Jochen Bittner del giornale tedesco Die Zeit, riassume
in modo acuto il fascino di Putin in Occidente. La sua ideologia dell'Ordine parte dalla premessa che
la liberaldemocrazia ha generato il caos. La religione secolare dell'Occidente  stata la globalizzazione.
Le frontiere aperte hanno distrutto posti di lavoro e favorito le migrazioni di massa. Al tempo stesso
sono cadute le frontiere mentali, le societ liberali hanno messo in gioco tutti i valori tradizionali,
nessuna istituzione sacra resiste. Dalla liberalizzazione della marijuana ai matrimoni gay, fino alla
tolleranza del fondamentalismo islamico, tutto fa parte dello stesso lassismo, permissivismo.  la
debolezza morale che ha sempre preceduto la caduta degli imperi.
L'ideologia dell'Ordine di Putin offre le sue medicine: dal nazionalismo al militarismo, dal
maschilismo al patto con la Chiesa ortodossa pi conservatrice. Non tutti questi ingredienti sono
altrettanto seducenti in Occidente. Ma ciascuno, da Trump a Orbn, dal Fronte nazionale francese alla
Lega Nord, sceglie  la carte ci che gli piace di Putin.
Nel mio piccolo, sono assediato dai fan italiani di Putin. Ogni volta che dall'America scrivo su
temi di politica estera, che si tratti dell'Ucraina o della Siria, il mio blog s'intasa di commenti
durissimi. Mi si accusa di essere asservito all'America, alla sua propaganda, e quindi di ignorare le
legittime e sacrosante pretese della Russia sulle zone limitrofe, ivi compresi quei paesi che avevano
faticosamente recuperato la propria sovranit dopo il disfacimento dell'Urss, come appunto Ucraina e
Crimea.
Ogni volta che in Italia tocco questi temi in un incontro col pubblico, per discutere i miei libri,
qualcuno si alza a difendere Putin. A Mosca! A Mosca! Intuisco che nella versione italiana
confluiscono diversi fenomeni. C' qualche residuo di veterostalinismo, vecchi compagni mai
rassegnati alla scomparsa del Pci (anche se mi duole che non vedano in Putin una deriva di tutt'altro
segno: fascista e zarista, nostalgica e bigotta nell'alleanza con la Chiesa). C' un antiamericanismo di
ogni colore, destra sinistra e centro, che in Italia ha radici profonde: allignava nella cultura fascista, in
quella cattolica, in quella comunista. Oggi l'antiamericanismo pu resuscitare in nuove forme tra i
leghisti o altri populismi, avversi a ci che l'America rappresenta come societ aperta
all'immigrazione. Ci sono, ovviamente, anche tutte le critiche legittime verso l'imperialismo
americano, dalle origini fino all'invasione dell'Iraq. Difficile, per, vedere un nesso tra l'orrore per gli
abusi commessi dall'America e la simpatia nei confronti dell'autocrate russo, che in fatto di prepotenze
 un vero campione.
Ed  proprio qui che subentra l'altro ingrediente segreto, mai del tutto confessato, del
filoputinismo: all'attrazione verso l'uomo forte, cos diverso dai nostri leader indecisi a tutto, si
aggiunge la seduzione del guerriero. Le armi lui le usa, senza remore, proprio quando l'Occidente 
immerso in una cultura pacifista, o tende comunque a escludere che la guerra sia un'opzione pensabile
per noi stessi.
In un libro collettivo che riprende gli atti di un convegno all'Accademia dei Lincei, intitolato
Senza la guerra (il Mulino 2016), Ernesto Galli della Loggia fa risalire al 1945 l'adozione di massa di
una vera e propria ideologia della pace ... fatta propria dalla vastissima maggioranza delle opinioni
pubbliche europee, alle quali si unisce la voce delle Chiese. La criminalizzazione della guerra avviene
sotto il manto di una grande ipocrisia, visto che gli europei dell'Ovest durante la guerra fredda si
trasformano in parassiti della sicurezza, delegano all'America il costo di difenderli. Una parte del
paradisiaco Welfare europeo costruito negli anni Sessanta  anche il dividendo di una pace garantita da
altri, che consente di spendere pochissimo per le armi e gli eserciti. Ma al tempo stesso, come spiega
Galli della Loggia, la criminalizzazione della guerra viene appoggiata su un revisionismo storico, che
trasforma in orrori soprattutto le nostre guerre: dal primo conflitto mondiale (inutile strage) si
risale all'indietro per ricostruire una lunga catena di obbrobri e atrocit, dalle Crociate all'Inquisizione,
dallo schiavismo al colonialismo, quasi che l'uso della violenza a scopo di conquista e sottomissione
fosse un monopolio dell'Occidente. Si approda infine all'Europa contemporanea, politically correct,
dove molti sono convinti che il Male siamo noi, e dunque nel resto del mondo non possono esistere
nemici ma solo ex vittime che oggi pretendono giustizia.
Ho notato che questa narrazione buonista si  interrotta di colpo, ma per poco tempo, quando
i nostri mar sono stati catturati dall'India per essere processati. Sotto shock, e comprensibilmente
solidale con i propri militari, gran parte dell'opinione pubblica italiana ha smesso di rappresentarsi il
pianeta come diviso tra un Occidente aggressivo e rapace, e un Terzo Mondo animato solo da legittime
rivendicazioni. Di colpo l'India per gli italiani  diventata cattivissima, odiosa, ripugnante. Solo quando
noi stessi ci siamo ritrovati alle prese con una minuscola scheggia dei conflitti mondiali,  stata
sospesa la criminalizzazione di tutto ci che  militare e porta una divisa.
Torno a Galli della Loggia, al passo in cui sottolinea questo paradosso generale: Mentre
l'Europa democratica ... ha messo virtualmente fuori legge la guerra, e si  ritratta anche
psicologicamente dalla dimensione dell'uso della violenza, viceversa nel resto del mondo le nuove e
vecchie statualit hanno dato inizio a una fase di quasi epidemica, forte, conflittualit. Non solo infatti
di democrazia l non  questione, ma in quelle contrade, a differenza che da noi, restano ancora potenti
i legami tra la guerra da un lato e dall'altro tutto ci che  connesso: i valori tradizionali della virilit, la
disponibilit al sacrificio, infine lo spirito di conquista e di proselitismo alimentati da un afflato
religioso tuttora vivo. A petto di siffatta conflittualit il nostro continente rischia di apparire oggi il
classico vaso di coccio....
Qui sta un'altra chiave per capire il fascino di Putin, il leader forte che coltiva l'arte della
guerra. Il mio collega Nicola Lombardozzi, corrispondente della Repubblica a Mosca da tanti anni,
ci racconta quotidianamente proprio il culto della virilit di Putin, l'esaltazione del soldato russo, il
rilancio di Mosca come l'altra Roma capace di difendere i valori del cristianesimo contro l'assalto
islamico. Per un'Europa occidentale che ha deciso di non avere pi valori universali da difendere, e che
certamente non li vuole difendere con la forza delle armi, lo slogan mai pi la guerra si accompagna
alla precisazione mai pi combatteremo noi... ma ben venga qualcun altro disponibile a farlo al
nostro posto. Anche se il prezzo da pagare  un ritorno dell'Europa dell'Est sotto la sfera d'influenza
dell'orso russo, amen. (Del resto, cos'hanno fatto i polacchi per meritare di stare insieme a noi?)
Oltre al fascino oggettivo di una figura come Putin, va aggiunto che la sua capacit di
conquistare simpatie e proseliti in Occidente viene attivamente perseguita, con un marketing che Mosca
finanzia generosamente, malgrado le difficolt dell'economia russa. Alcuni strumenti di questo
marketing sono evidenti, per esempio la televisione RT (Russian television, in lingua inglese), che vista
negli Stati Uniti  molto interessante: racconta un mondo alla rovescia, dove solo gli americani
soffrono per disoccupazione, miseria, discriminazioni, droga e alcolismo, solo Washington diffonde
propaganda menzognera, solo i bombardamenti della US Air Force (e occasionalmente francesi e
inglesi) fanno vittime civili in Siria o altrove. C' comunque una nicchia di cittadini americani  ne
conosco personalmente  che adorano la televisione RT considerandola una fonte di
controinformazione. Nostalgia degli anni Sessanta.  la nicchia di radical chic che prende per
Vangelo tutto ci che scrive Noam Chomsky, e che ha votato per l'ambientalista Ralph Nader
nell'elezione presidenziale del 2000, contribuendo cos a mandare George W. Bush alla Casa Bianca.
Poi c' un altro tipo di marketing putiniano, rivolto a specifiche forze politiche in Occidente.
L'11 ottobre 2014 Matteo Salvini compie una memorabile visita a Mosca, nel corso della quale invia
un tweet entusiasta ai suoi seguaci italiani: No clandestini, no lavavetri, no campi rom. Ragazze in
metropolitana alle due di notte senza paura. Qui non c' Mare Nostrum (il riferimento  all'operazione
che mobilitava la marina italiana per il soccorso alle imbarcazioni di profughi nel Mediterraneo). In
quel periodo, il leader leghista prende una decisa posizione contro le sanzioni economiche, inflitte dai
paesi Nato alla Russia dopo l'annessione della Crimea avvenuta nel marzo 2014. La visita a Mosca si
conclude con la firma di un accordo di partenariato tra la Lega Nord e il partito di Putin.
Nella conferenza stampa che convoca prima di rientrare in Italia, Salvini viene interrogato su un
possibile aiuto finanziario che accompagnerebbe quell'accordo. Lui spiega che se arrivasse un prestito
conveniente non lo rifiuterebbe, ma che la questione non  oggetto delle sue missioni nella Federazione
russa. Se ci saranno finanziamenti russi alla Lega dovete chiederlo a loro, dice Salvini noi non
veniamo qui per questo. Veniamo qua perch le sanzioni sono sanzioni idiote, dovrebbero essere tolte
domani mattina. Salvini si sofferma sull'aiuto economico russo al Fronte nazionale in Francia: A
Marine Le Pen dice  stato offerto un prestito. Se ci fosse una banca russa o islandese, che mi
offrisse un prestito a meno di quello che mi garantisce, per esempio, Banca Intesa, perch no? Ma non
contiamo che la Lega vada avanti con finanziamenti di questo genere, contiamo sulle nostre forze.
Un anno e mezzo dopo quel viaggio di Salvini il Congresso americano  scrive il quotidiano
britannico Daily Telegraph nel gennaio 2016  incarica James Clapper, responsabile dell'intelligence
nazionale, di indagare sui fondi segreti versati dalla Russia ai partiti europei nell'ultimo decennio. A
Washington si sospetta che l'obiettivo di Putin sia di indebolire la Nato, limitare i programmi
missilistici europei e far cessare le sanzioni internazionali dopo la guerra in Ucraina e l'annessione
della Crimea. Nei documenti rivelati dal giornale si parla di operazioni russe in Francia, Olanda,
Ungheria, Austria e Repubblica Ceca. Le fonti del quotidiano citano anche il caso britannico, con la
prospettiva del referendum sulla Brexit e l'elezione di Jeremy Corbyn (anti-Nato) a leader dei laburisti
come potenziali opportunit per indebolire l'Europa.
In certi casi la Russia ha gi comprato singoli leader occidentali, come l'ex cancelliere
socialdemocratico tedesco Gerhard Schrder, che, dopo avere negoziato dalla sua posizione di governo
gli accordi sulle forniture di gas russo, viene assunto nel consiglio d'amministrazione di una grande
azienda pubblica russa nel settore energetico. In altri casi sono gli occidentali stessi ad appoggiare
Putin per i propri interessi economici: tutte le Confindustrie d'Europa si sono mobilitate contro le
sanzioni, salvo poi deprecare la mancanza di europeismo dei cittadini. Il tradimento delle lite
avviene anche con questi comportamenti. Molte di queste lite sono in vendita alla luce del sole, col
cartellino del prezzo ben visibile.
Perfino l'America, che le guerre ha continuato a combatterle, oggi  alle prese con una forma di
attrazione fatale verso Putin. Durante la campagna elettorale del 2016 diverse fonti
dell'amministrazione Obama hanno puntato l'indice contro l'autocrate russo, sospettandolo di fare un
gioco sporco a favore di Donald Trump (con lo spionaggio degli hacker). Ma al tempo stesso
l'amministrazione Obama ha continuato a cercare con i russi l'intesa sulla Siria, pur di evitare un
coinvolgimento americano troppo impegnativo e pericoloso. Guerriero riluttante, Obama ha voluto
mantenere le promesse fatte nella prima campagna elettorale del 2008, sul ritiro dall'Afghanistan e
dall'Iraq. Ci  riuscito solo in parte. Ma non voleva chiudere la sua presidenza con un terzo fronte di
combattimenti in Medio Oriente. Scendere a patti con Putin era quasi inevitabile. L'attrazione fatale
verso l'uomo forte di Mosca, nella destra repubblicana si unisce alla rinascita di correnti isolazioniste
di cui Trump non  l'unico esponente (abbiamo fin troppi problemi a casa nostra, occupiamoci di
questi, il resto del mondo vada pure al diavolo). In ogni caso, questa intesa conferma un ritorno di
centralit del vecchio rivale russo, almeno su alcuni scacchieri strategici come il Medio Oriente (e in
parte l'Europa).
La situazione attuale  anche il frutto di un investimento che Putin ha fatto sulla propria
disponibilit a combattere. Fu in coincidenza con l'assemblea generale dell'Onu a fine settembre 2015
che il presidente russo si fece avanti con la sua proposta. In estrema sintesi, disse all'Occidente (e
innanzitutto a Obama): voi non avete capito qual  la posta in gioco in Siria; il vero nemico  l'Isis;
indebolire Assad fa il gioco dei jihadisti. Seguiva il corollario: ora vi faccio vedere io come si fa. Poco
dopo l'assemblea generale dell'Onu ci fu l'annuncio dell'intervento militare russo, accolto con riserve
e diffidenze infinite dagli americani. Ma senza che avessero veramente un'alternativa da opporgli. Da
allora hanno continuato a scontrarsi due narrazioni antitetiche sull'accaduto. Putin attribuisce
all'intervento militare russo i rovesci subiti dallo Stato Islamico. Gli americani sostengono invece che
la Russia ha soprattutto puntellato il regime di Assad, colpevole di atroci stragi fra la sua popolazione
civile.
Resta che per Putin  gi una vittoria, se si considera il punto di partenza quando il ruolo russo
in quell'area era molto pi marginale. Dopo l'Europa, dunque, perfino l'America sconta un limite che
si  autoimposta.  lo slogan No boots on the grounds, niente scarponi americani sul terreno. Questo
principio di non intervento terrestre non solo  coerente con la prima regola d'oro della dottrina Obama
in politica estera (il celebre Don't do shit che possiamo eufemisticamente tradurre con non fare
idiozie), ma riscuote anche un consenso maggioritario tra gli elettori. Di qui la tentazione di usare
l'uomo forte, Putin, come un capo mercenario. La storia insegna per che quando gli imperi
cominciano ad affidarsi ai mercenari stranieri, spesso perdono il controllo sui risultati finali.
A 63 anni il presidente cinese Xi Jinping ha scalato i vertici del potere comunista cominciando
dagli incarichi dirigenziali nelle ricche provincie costiere: Fujian, Zhejiang, Shanghai. Non si  fatto da
solo: suo padre fu uno dei fondatori del partito, compagno d'armi nella guerra di resistenza con Mao
Zedong. Per questo Xi viene catalogato nella categoria dei principini, come i cinesi chiamano i
rampolli della nomenclatura rossa.  il pi autoritario e accentratore fra i leader cinesi dai tempi di
Deng Xiaoping. Ha rotto la consuetudine della direzione collegiale che prevaleva sotto i due
predecessori Hu Jintao e Jiang Zemin. La sua arma vincente per accumulare un potere cos enorme 
stata la campagna anticorruzione. Lo ha reso popolare tra i cittadini, ma lui l'ha usata anche per
eliminare concorrenti e rivali interni.
Xi  il primo leader cinese ad avere una First Lady moderna, glamour, di stile occidentale. La
sua seconda moglie, infatti,  Peng Liyuan, famosa cantante, che a lungo  stata la vera celebrity della
coppia. Oltre all'immagine della moglie bella, telegenica e popolare, Xi padroneggia tecniche molto
moderne per la manipolazione dell'opinione pubblica. I suoi bagni di folla assomigliano alle
campagne di un candidato americano. Ha creato un culto della personalit, adattandolo all'era dei
social media (quelli cinesi: Facebook e Twitter sono vietati). Ha mandato la figlia a studiare a Harvard,
sotto falso nome: tipica scelta della lite cinese. Nonostante i proclami di lotta alla corruzione, la
famiglia Xi ha accumulato enormi ricchezze. Quando alcuni giornali americani ne hanno scritto, li ha
censurati e ha bloccato l'accesso ai loro siti.
La cosa migliore che ha fatto finora: l'accordo con Obama per la lotta al cambiamento
climatico. Una vera svolta. Prima di lui, i dirigenti cinesi non volevano adottare dei limiti alle emissioni
carboniche, sostenendo che l'Occidente aveva molte pi colpe per l'inquinamento del pianeta. Xi si 
reso conto che l'emergenza ambientale  un problema molto sentito dal ceto medio cinese, e ne ha fatto
una priorit. Ma riconvertire il capitalismo carbonico della fabbrica del pianeta sar un'impresa
lunga. La democrazia liberale dell'Occidente? Un modello superato. Lui ha preso una posizione pi
dura dei suoi predecessori. La risposta tradizionale di Pechino alle critiche dell'America e dell'Europa
sui diritti umani era che la nostra democrazia non si addice alla Cina. Xi fa un passo pi avanti:
sostiene che in questa et del caos il modello occidentale mostra i suoi limiti anche l dove  nato.
Autoritarismo, paternalismo, il pugno di ferro con la censura e la leva del capitalismo di Stato per
sostenere un'economia che rallenta: queste sono le sue armi.
Con Putin, Xi ha un rapporto strumentale. Lo guarda dall'alto della ricchezza economica della
Cina, al cui confronto la Russia  un nano, un petro-Stato incapace di usare le proprie rendite
energetiche per acquisire vera competitivit. Ma rispetta la proiezione internazionale della Russia, la
sua capacit (ereditata dagli zar e poi dall'Urss) di esercitare una diplomazia globale sorretta dalla forza
militare. E poi, se serve per mettere in difficolt l'America, un asse Pechino-Mosca si pu anche usare
opportunisticamente, purch sia chiaro chi  il pi forte dei due. Non c' pi nulla di ideologico, niente
che ricordi l'alleanza fra Stalin e Mao, le due chiese del comunismo. Oggi rimane solo una comune
opposizione alle ingerenze dell'Occidente quando pretende di dare lezioni sui diritti umani.
Xi Jinping ha una visione imperiale e comincia come gli antichi romani: il suo visionario piano
Una cintura, una strada punta alla costruzione di gigantesche reti infrastrutturali che colleghino la
Cina al mondo intero. Ha gi stanziato 600 miliardi per autostrade, ferrovie, porti, aeroporti, oleodotti e
reti elettriche che arriveranno fino al Mediterraneo. Questa attenzione alla qualit delle infrastrutture
fisiche mi costringe a fare un paragone  inquietante  con lo stato dell'America in cui vivo.
Questa scena inizia alla Penn Station di New York: vasto antro sotterraneo da archeologia
industriale anni Sessanta, angusta, male illuminata, sporca. Insieme a Grand Central,  la maggiore
stazione ferroviaria della pi grande metropoli americana. Attorno a me una massa di passeggeri
accalcata in piedi scruta ansiosa il tabellone delle partenze. Bisogna stare sul chi vive. L'arrivo di un
treno di regola viene preannunciato solo 15 minuti prima e nessuno pu raggiungere il binario (ancora
pi sprofondato nelle viscere sotterranee) finch il convoglio non  l. Peggio, le ferrovie federali
Amtrak non hanno ancora scoperto cosa sia la preassegnazione dei posti a sedere. Un biglietto,
perfino di prima classe, non d diritto a un posto preciso. Troppo complicato? Quando scatta
finalmente l'annuncio che il treno  arrivato, bisogna buttarsi in discesa lungo scale mobili
ottocentesche (spesso guaste) alla ricerca del binario, poi di un vagone e un sedile a caso, di corsa,
trascinando le valigie.
Il treno in questione nel luglio 2016 mi porta a Filadelfia per la convention democratica.  un
convoglio che risale a quarant'anni fa, un ferrovecchio, orrendo, scomodo e lercio. Serve la rotta pi
importante degli Stati Uniti, parte da Boston e arriva a Washington, capitale della superpotenza
economica globale. Qui la chiamano ferrovia ad alta velocit perch le altre sono ancora pi lente,
ma la tecnologia  quella del nostro Pendolino o perfino del Settebello (ricordate? Forse voi no, allora
chiedete ai nonni...). Carrozze arrugginite, rumorosissime, nelle curve sembra di stare sulle
autoscontro nei lunapark della mia infanzia, roba da lividi per le botte che prendi. Acela, si chiama
questa patetica Tav che da New York a Washington impiega tre ore mentre col Frecciarossa
basterebbe la met. Eppure  carissimo (anche 400 dollari in prima) e strapieno di pendolari vip,
senatori e deputati; su questo treno ho incontrato il vicepresidente Joe Biden.
Per la modica cifra di 85 dollari, in seconda classe, dopo un'ora e mezza arrivo a Filadelfia.
Altra ricchissima citt, ha dato i natali alla Costituzione americana.  sede di grandi istituzioni
finanziarie, universit d'avanguardia, centri medici di eccellenza. Ma alla mia prima passeggiata dalla
stazione verso l'appartamentino che ho affittato per la convention, in sei isolati incontro una quantit di
mendicanti che mi ricorda Calcutta. Quando prendo il metr, devo acquistare come biglietti dei
gettoni in nichel, in piena era digitale. Al primo temporale le stazioni del metr si allagano e
cammino con l'acqua alle caviglie.
Da notare che Filadelfia ha un sindaco democratico,  in uno Stato (la Pennsylvania) con un
governatore democratico, e siamo all'ottavo anno della presidenza Obama. Non si pu dire che povert
e diseguaglianze abbiano un marchio esclusivo di destra.
America, Third World Country. Sapete chi di recente ha accusato l'America di essere un
paese del Terzo Mondo? Donald Trump. Ohib, avrei dovuto brevettare l'idea, forse ci scappava
qualche royalty. Accusatemi pure di essere vanitoso, autoreferenziale, ma ho le prove. Nel mio libro
Occidente estremo.  l che sette anni fa vi rivelavo il mio shock. Avevo vissuto in California dal 2000
al 2004. Poi in Cina fino al 2009. Nel luglio di sette anni fa ritraslocavo, stavolta da Pechino a New
York. Di colpo ebbi un'impressione sconcertante: abbandonavo la modernit e tornavo indietro nel
tempo. Non in tutti i campi, per carit, dal punto vista delle libert e del dinamismo culturale la Cina 
un paese arretrato, inquietante. Mi riferisco alle infrastrutture: aeroporti, stazioni, metropolitane,
autostrade, perfino le reti telefoniche e di distribuzione elettrica, in molte parti d'America fanno schifo,
cascano a pezzi, sono derelitte e in decadenza da decenni. Lo dissi in qualche occasione pubblica e gli
americani mi trattarono come un insopportabile disfattista, antipatico, filocinese. Poi Arianna
Huffington, la fondatrice dell'omonimo sito, ne fece il titolo di un suo bel libro: America, Third World
Country. Ma sia io sia la ben pi celebre Arianna siamo dei critici da sinistra.
Il colpo di scena finale  avvenuto appunto quando dello stesso tema si  impadronito The
Donald. Nella campagna elettorale del 2016 ha incominciato a inveire contro gli aeroporti, in
particolare quelli newyorchesi di JFK e LaGuardia. Siete mai stati in un aeroporto cinese, o del Golfo
Persico? urlava il candidato repubblicano nei comizi. I nostri fanno schifo.  una vergogna. Siamo
noi, ormai, il paese del Terzo Mondo. Non ha mai spiegato le cause, tra cui l'ideologia neoliberista
che ha sacrificato gli investimenti pubblici. Non ha un piano serio su come uscirne. Per, da quando ha
sdoganato l'espressione, tutti cominciano a lamentarsi. Prima era antipatriottico.
Dunque, la Cina sa competere anche sul terreno del soft power, non solo mostrando i muscoli
militari ai suoi vicini. Mentre l'attenzione degli europei  dominata da guerre civili e flussi migratori, il
presidente Xi costruisce le premesse di un impero fatto di porti, strade, ponti, acquedotti, pi tutto
l'equivalente moderno che i romani non potevano immaginare. Lancia i ganci delle sue reti
infrastrutturali lontanissimo, fino all'Italia.
Un libro utile per capire questo grandioso piano cinese  Connectography, del giovane esperto
di geoeconomia e geostrategia Parag Khanna.  una mappa delle connessioni che contano davvero, la
nuova geografia che sostituisce le vecchie carte del pianeta. Di origine indiana, cresciuto tra America,
Medio Oriente e Germania, Khanna  docente all'universit statale di Singapore. La sua premessa  che
l'umanit costruir pi infrastrutture nei prossimi quarant'anni di quante ne abbia costruite negli ultimi
quattromila. Le grandi reti di trasporto e comunicazione (anche virtuale) sono ormai realt pi
importanti degli Stati nazione. Le catene della logistica sono talmente complesse, ramificate e
diversificate, che su ogni prodotto andrebbe messa l'etichetta Made in Everywhere, cio fabbricato
dappertutto. Un possibile modello del nostro futuro  Dubai, un luogo creato da una visione del tutto
a-storica, a-geografica, ovviamente popolato da apolidi.
Il suo saggio  quasi una provocazione, per diversi motivi. Comincerei da questo: per le giovani
generazioni, la parola connessione evoca subito il mondo digitale, la Rete, le app sugli smartphone.
Khanna, invece, ci riporta all'importanza delle connessioni fisiche, fatte di acciaio, cemento armato,
tubi di oleodotti...
Certo, mi dice per i pi i giovani il concetto di connettersi  seguito automaticamente da
online. Ma neanche loro devono dimenticare che le infrastrutture di trasporto dei beni, delle persone,
dell'energia hanno preceduto il digitale di alcuni secoli. E perfino la Rete non esisterebbe senza una
dimensione fisica, che richiede immensi investimenti, per esempio le reti a fibre ottiche o i ripetitori
wi-fi.
Khanna si occupa anche del fenomeno della connettivit globale che sono le migrazioni, con
particolare attenzione a quella che secondo la sua analisi ne sar la causa pi dirompente: il
cambiamento climatico. Oggi in primo piano per noi ci sono i profughi dalla Siria, domani prevarranno
coloro che fuggono da cataclismi naturali?
La conclusione mi risponde  scomoda ma ineluttabile. Se osserviamo le mappe della
densit di popolazione e dell'urbanizzazione, abbiamo forti concentrazioni umane in zone costiere dove
i livelli dei mari si alzano; mentre in altre parti del mondo avanzano siccit e desertificazione. Al tempo
stesso, il riscaldamento climatico rende fertili e accoglienti delle aree vicine all'Artico, dal Canada alla
Russia. Tutto questo non  futurologia, sta succedendo mentre parliamo. Ed  una spinta irresistibile a
emigrare dal Sud verso zone che un tempo erano fredde, e diventano di anno in anno sempre pi
abitabili.
Infine, a proposito del piano Una cintura, una strada lanciato da Xi, non esita a definirlo la
pi grande iniziativa strategica del XXI secolo. Secondo Khanna, la connessione attraverso le grandi
reti infrastrutturali  centrale.  perfino pi importante del rafforzamento militare. La Cina  disposta a
investire subito centinaia di miliardi nei paesi vicini, ed  la nazione che ha pi paesi confinanti di ogni
altra. Vuole liberarsi dal vincolo del passaggio delle merci e dell'energia attraverso lo Stretto di
Malacca. Punta a raggiungere i suoi obiettivi strategici senza dover necessariamente inviare truppe
all'estero. Rende i suoi vicini dipendenti attraverso la finanza. I suoi progetti disegnano le mappe del
mondo per i prossimi vent'anni.
Cinque anni di vita a Pechino mi hanno vaccinato contro il fascino del modello autoritario
cinese. La mia giovent comunista mi aveva gi reso allergico alle sirene moscovite, e qualche ritorno
recente nella Russia putiniana non mi ha convertito. Ma in mezzo alle nostre democrazie, in mille modi
stanno penetrando miasmi che odorano di simpatia verso l'Uomo Forte. Non  la prima volta: gli anni
Trenta furono un'epoca in cui le democrazie liberali dubitarono di sopravvivere, di fronte alle risposte
pi energiche e risolute dei totalitarismi. E anche allora qualcuno pens di averne anche il proprio
tornaconto, mettendosi in vendita al migliore offerente. Il problema  qui, dentro di noi.
IV
Figli pi poveri dei genitori, chi ha rovesciato il mondo?
Una madre: Mi dica cosa devo consigliare a mio figlio: studiare in Italia o all'estero? Come
prepararsi un futuro migliore?.
Un giovane: Mi spieghi cosa possiamo fare noi ragazzi in Italia, in un paese dominato dagli
anziani. Che spazio abbiamo? Che cosa ci lascia la vostra generazione, a parte una montagna di debito
pubblico?  giusto che dobbiamo pagarli noi, se i debiti li avete fatti voi?.
Sono domande che mi rivolgete quando vengo in Italia. Spesso in occasione dei festival
culturali estivi. In poco tempo vedo le estremit della penisola: le isole Eolie e Pordenone, Madonna di
Campiglio e Polignano a Mare, Trento e Reggio Emilia, Valdagno e Camogli. E tanti altri luoghi
meravigliosi, dei quali sento una nostalgia acuta quando torno alla mia vita lavorativa negli Stati Uniti.
I festival sono una prova che l'Italia  migliore di come spesso la descriviamo; un paese avido di
cultura e di dibattito civile. Ma i miei brevi viaggi mi danno anche un assaggio delle preoccupazioni
pi diffuse. Le domande dal pubblico sono uno spaccato di ansie nazionali. E non sono rivolte solo a
me. All'economista americano e premio Nobel Joseph Stiglitz, una mamma italiana a un festival ha
chiesto consigli sull'indirizzo di studi di suo figlio. Lui  rimasto stupito. In America lo interpellano per
questioni pi generali, non casi personali.
Un mio tour recente sembrava fatto apposta per provocare quelle domande. Presentavo un libro
(L'Et del Caos) che  una guida per decifrare le cause profonde del grande disordine mondiale:
geopolitico, economico, migratorio, climatico, tecnologico.  anche una sorta di manuale per l'uso del
caos: consigli di sopravvivenza in un'epoca in cui il disordine  la nuova normalit. C' perfino una
specie di happy ending, lieto fine. Mi affascina quel mondo giovanile  soprattutto californiano  che
considera il caos come un'opportunit, ci naviga sopra come i surfisti scivolano agilmente sulle onde
minacciose dell'oceano. Questa visione positiva converge con le teorie che nel caos matematico,
finanziario o climatico cercano una logica nuova.
Proprio per questo, quando vengo in Italia, le domande si fanno angosciose. I miei coetanei mi
chiedono lumi su quel che devono fare i figli, per sfuggire a un presente durissimo. Gli studenti
universitari mi propongono un dilemma generazionale: perch gli lasciamo un mondo sconvolto e
soprattutto un'Italia tanto malconcia? Cosa possono fare loro? Solo andarsene?
Non so Stiglitz, ma io quelle domande le vivo sulla mia pelle. Ho due figli sui trent'anni. Da
quando sono adolescenti abitano in America, in quella che al momento appare come l'economia pi
solida. Il mercato del lavoro negli Stati Uniti offre pi opportunit. Non la sicurezza, per. Tanti
giovani anche in America trovano lavori da freelance, contratti a tempo determinato. Sempre pi spesso
devono accontentarsi di retribuzioni molto inferiori a quelle dei genitori. In pi hanno sulle spalle debiti
enormi con le banche, gli student loans (da noi li chiamano prestiti d'onore), contratti per pagare
rette universitarie ormai a livelli assurdi. Di recente un amico di mia figlia, giovane medico, mi ha detto
di avere raggiunto a fine specializzazione un debito complessivo di 500.000 dollari. Mezzo milione!
Gli ci vorr una vita per restituirlo. Con quel che guadagna, non pu chiedere un altro mutuo per
comprarsi casa. L'idea delle aspettative crescenti che era stata tipica del Sogno americano  ogni
generazione star meglio dei genitori e dei nonni   un miraggio. Lo dice da molti anni Obama, che
non  un disfattista.
Forse gli americani sentono un po' meno lo shock rispetto agli europei, perch negli Usa anche
tra gli adulti il posto fisso  raro. Tutti hanno accettato da tempo un'insicurezza superiore a quella
del Vecchio Continente. Per, economisti quali Robert Reich si chiedono come i giovani potranno
metter su famiglia, costruirsi una pensione, se continuano a saltare da un lavoro freelance all'altro.
Osservo i miei figli e i loro coetanei, e mi pare che la loro ginnastica mentale quotidiana sia proprio
questa: studiano come vivere in un mondo dove manca un copione gi scritto, dove tutte le regole
cambiano, dove la vita dei genitori  un album di foto ricordo ma non offre indicazioni utili su quel che
verr.
Mi sento una privilegiata, per adesso. Avendo conquistato l'ammissione alla scuola di
specializzazione, prendo quasi 1500 euro al mese. Ma sta per finire. Se tutto va bene, se al termine
della specializzazione trovo un posto, di euro ne guadagner mille al mese. Cos parla una mia
giovane cugina romana, Giulia, gi laureata brillantemente in medicina, e che sta ultimando la
specializzazione in pediatria tra Roma e Parigi.
Non vi rivelo nulla.  una realt che vivete tutti i giorni. Quando arrivo in Italia, devo imparare
nuove sigle e nuove espressioni con cui si maschera il disastro del lavoro giovanile. Anni fa c'erano i
co.co.co, oggi tanti giovani si mascherano da partite Iva, forse nel frattempo sta spuntando qualche
altra forma giuridica. Pi i famosi stage gratuiti, altra maschera ipocrita dello sfruttamento
generazionale (E ringrazia pure che ti prendiamo). E sto parlando dei meno disastrati, quelli che
qualche forma di attivit riescono a svolgerla.
Sembra incredibile che certi italiani non vedano la rovina verso cui stanno andando tutti, adulti
e anziani compresi. Alcuni miei coetanei continuano a fare i calcoli sugli anni o i mesi che li separano
dalla pensione, traguardo ambito. Ma quale pensione? La previdenza italiana  un sistema organizzato
per ripartizione. Non esiste, cio, un fondo capitale che garantisca il pagamento futuro delle pensioni
(come ha invece la Norvegia, alimentato dalle vendite di petrolio del Mare del Nord, beati loro). Gli
assegni ai pensionati vengono pagati via via che dai lavoratori attivi si prelevano i contributi.  un
flusso di cassa, da chi lavora a chi sta in pensione. Se si ferma il flusso, lo Stato deve metterci del suo:
e ha gi debiti oltre il 120 per cento del Pil. Come si pu pensare che questo sistema regga, e che
continui a pagare i pensionati prossimi venturi, se il mondo del lavoro sar fatto di giovani che
guadagnano fra gli 800 e i 1500 euro al mese? Da quel magro reddito dovrebbero pure tirar fuori di che
finanziare le pensioni dei genitori?
L'America non  il paradiso terrestre neanche al termine di sette anni di ripresa. Tra le centinaia
di migliaia di assunzioni che qui avvengono ogni mese, ci sono tanti addetti ai fast-food o ai
supermercati Walmart, pagati al salario minimo. Il minimo federale  7,25 dollari l'ora, solo di recente
alzato in molti Stati Usa tra i 9 e gli 11 dollari.  sempre troppo poco. Ma ci sono anche assunzioni di
giovanissimi ingegneri nella Silicon Valley, di neolaureati economisti a Wall Street, con ben altri
stipendi.  una crescita diseguale. Pur fra tanti squilibri, la ricchezza ha ripreso a circolare, l'economia
si  rimessa in movimento.
A lungo la depressione italiana  stata interpretata come il risultato di una guerra generazionale:
anziani che godono di tutti i diritti, giovani che ne fanno le spese. Ero in vacanza a Roma in quel
Capodanno in cui l'80 per cento dei vigili urbani della capitale si mise in malattia per non fare i turni
lavorativi nelle feste. Mai sanzionati. In America il dipendente pubblico  passibile di licenziamento
immediato per comportamenti simili.
Ma parlare di guerra tra padri e figli  un'impostura. Ci sono padri e figli che si amano e si
aiutano, naturalmente qualcuno pu aiutare meglio di altri. Ricordo una surreale intervista televisiva a
Giuseppe De Rita, l'ex direttore generale del Censis che ha piazzato il figlio sulla stessa poltrona che
occupava lui. L'intervistatrice lo incalzava: Ma come, proprio lei che da sociologo invent la
definizione del familismo amorale per descrivere una tara dell'Italia?. E lui: Mio figlio  bravo e
competente. Il dialogo proseguiva, sempre pi paradossale: Se  tanto bravo, perch non ha avuto il
buon gusto di cercarsi un posto altrove?.
Tra i giovani italiani che conosco, tanti vengono danneggiati dai padri altrui... e dai propri
coetanei: la minoranza dei figli di pap, quelli che in Italia ci stanno benissimo perch non si fanno
mancare nulla. L'America, fra tanti difetti enormi, ha delle qualit innegabili. In politica le dinastie
esistono anche qui, nel mondo del lavoro molto meno. Non c' un Gates junior alla guida di Microsoft
dopo il fondatore Bill, n un Jobs junior alla guida di Apple dopo la scomparsa di Steve. Per esserne
sicuri, alcuni capitalisti americani diseredano i figli alla nascita. I nostri capitalisti parlano di
meritocrazia ai convegni della Confindustria, poi guardi i loro cognomi e le loro storie, sono quasi tutti
rampolli ereditari, figli di pap o nipoti del nonno fondatore. Tradimento delle lite: come prendere sul
serio una classe dirigente cos cialtrona?
Poi ci sono gli intellettuali, categoria alla quale in senso lato appartengo pure io. In Italia, anche
loro tengono famiglia. Donde la disgustosa Parentopoli delle cattedre universitarie. Neanche nella
Francia prerivoluzionaria, nell'Ancien Rgime monarchico, il mestiere di docente universitario si
ereditava di padre in figlio come da noi. Occasionalmente, le varianti sono le figlie. I nipoti. I cugini.
L'Italia spende solo l'1,27 per cento del Pil in ricerca  al 18 posto tra i paesi industrializzati , ma
quel poco se lo accaparrano le famiglie che dell'universit hanno fatto una loro propriet privata. Il
presidente dell'authority anticorruzione, Raffaele Cantone, quando fu nominato in quell'alto incarico
forse pensava di dover affrontare soprattutto mafia, camorra, infiltrazioni di grande criminalit negli
appalti e in altri settori dell'economia.  stato sorpreso, per sua stessa ammissione, dalla valanga di
denunce che riguardano il nepotismo universitario. Ma gli intellettuali italiani  talvolta gli stessi che
scrivono sui nostri giornali, gli stessi che esaltano la meritocrazia  non conoscono la vergogna. Cito da
un collega del Corriere della Sera, Sergio Rizzo, la risposta che diede Luigi Frati, rettore
dell'universit La Sapienza di Roma e preside per anni della facolt di Medicina, a chi gli chiedeva
spiegazioni sulle promozioni dei tre familiari (moglie, figlio, figlia) nella stessa facolt: Quando
Cesare Maldini  diventato commissario tecnico della Nazionale di calcio, Paolo Maldini non  stato
buttato fuori dalla squadra. (Favori agli amici e concorsi truccati. In cattedra finiscono i figli dei prof,
di Sergio Rizzo, Corriere della Sera, 24 settembre 2016.)
Tradimento delle lite: non c' da stupirsi se gli intellettuali italiani, giornalisti inclusi, sono
considerati casta, autoreferenziali, immersi nei conflitti d'interessi, avvezzi a predicare bene e
razzolare male. Raccomandazioni, favoritismi, concorsi truccati, promozioni ai figli dei soliti noti:
questo andazzo mi viene regolarmente descritto come la prima causa della fuga all'estero, dai ragazzi e
dalle ragazze espatriati qui in America.
L'ultimo decennio ha sconvolto l'ordine economico: i figli sono pi poveri dei genitori, e forse
destinati a rimanerlo. Non era mai accaduto dal dopoguerra fino al passaggio del Millennio. L'Italia si
distingue, fra tutti i paesi avanzati, come il paese in cui questo ribaltamento generazionale  pi
dirompente. L'impoverimento generalizzato e l'inversione delle aspettative sono i fenomeni
documentati nell'ultimo Rapporto del McKinsey Global Institute, intitolato Poorer than their parents?
A new perspective on income inequality (Pi poveri dei genitori? Una nuova prospettiva
sull'ineguaglianza dei redditi). Il fenomeno  di massa e praticamente senza eccezioni nel mondo
sviluppato anche se a livelli diversi. Contribuisce a spiegare  secondo lo stesso Rapporto McKinsey 
il disagio sociale che alimenta populismi di ogni colore, da Brexit a Trump. Per effetto
dell'impoverimento e dello shock generazionale, una quota crescente di cittadini non crede pi ai
benefici dell'economia di mercato, della globalizzazione, del libero scambio.
Lo studio di McKinsey ha preso in esame le 25 economie pi ricche del pianeta. C' dentro
tutto l'Occidente: Europa e Nordamerica. In quest'area il disastro si compie nella decade compresa fra
il 2005 e il 2014: include la grande crisi del 2008, ma in realt il trend era cominciato prima. Fra il 65 e
il 70 per cento della popolazione si ritrova al termine del decennio con redditi fermi o addirittura in
calo rispetto al punto di partenza. Il problema affligge tra 540 e 580 milioni di persone, una platea
immensa. Non era mai accaduto nulla di simile nei sessant'anni precedenti, cio dalla fine della
seconda guerra mondiale. Fra il 1993 e il 2005, per esempio, solo una minuscola frazione della
popolazione (2 per cento) aveva subito un arretramento nelle condizioni di vita. Ora l'impoverimento 
un tema che riguarda la maggioranza. L'Italia si distingue per il primato negativo.  in assoluto il paese
pi colpito: il 97 per cento delle famiglie italiane al termine di questi dieci anni  ferma al punto di
partenza o si ritrova con un reddito diminuito. Al secondo posto arrivano gli Stati Uniti, dove
stagnazione o arretramento colpiscono l'81 per cento della popolazione. Seguono Inghilterra e Francia.
Sta decisamente meglio la Svezia, dove solo una minoranza del 20 per cento soffre di questa sindrome.
Ci che fa la differenza, alla fine,  l'intervento pubblico. Il modello scandinavo ha ancora qualcosa da
insegnarci. In Italia, guardando ai risultati di questa indagine, non vi  traccia di politiche sociali che
riducano le diseguaglianze o compensino la crisi del reddito familiare.
L'altra conclusione del Rapporto McKinsey riguarda i giovani: la prima generazione, da molto
tempo, che sta peggio dei genitori. I lavoratori giovani e quelli meno istruiti si legge nel Rapporto
sono colpiti pi duramente. Rischiano di finire la loro vita pi poveri dei loro padri e delle loro
madri. Questa generazione ne  consapevole, l'indagine lo conferma: ha introiettato lo
sconvolgimento delle aspettative.
Lo studio non si limita a tracciare un quadro desolante, vi aggiunge alcune distinzioni cruciali
per capire come uscirne. Il caso della Svezia viene additato come un'eccezione positiva dove le
politiche economiche dei governi e gli interventi sul mercato del lavoro hanno contrastato con successo
il trend generale. Lo Stato in Svezia si  mosso per mantenere i posti di lavoro, e cos per la
maggioranza della popolazione alla fine del decennio i redditi disponibili erano cresciuti. Perfino
l'iperliberista America, per, ha fatto qualcosa per contrastare le tendenze di mercato. Riducendo la
pressione fiscale sulle famiglie e aumentando i sussidi di Welfare, gli Stati Uniti hanno agito per
compensare l'impoverimento con qualche successo. In Italia, una volta incorporati gli effetti delle
politiche fiscali e del Welfare, il risultato finale  ancora peggiore: si passa dal 97 al 100 per cento,
quindi la totalit delle famiglie sta peggio in termini di reddito disponibile.
Se lasciata a se stessa, l'economia non curer l'impoverimento neppure se dovesse ricominciare
a crescere: Perfino se dovessimo ritrovare l'alta crescita del passato, dal 30 per cento al 40 per cento
della popolazione non godr di un aumento dei redditi. E se invece dovesse prolungarsi la crescita
debole dell'ultimo decennio, dal 70 all'80 per cento delle famiglie nei paesi avanzati continuer ad
avere redditi fermi o in diminuzione.
Un giorno la chiameremo Generazione Giappone? I pi giovani, non solo nel paese del Sol
Levante ma anche in Occidente, avranno conosciuto per un bel pezzo della loro vita un mondo a tasso
zero. Come se il risparmio non dovesse mai rendere nulla. Come se l'inflazione fosse un fenomeno
esotico, da paesi emergenti, oppure un ricordo tramandato dai nonni. Generazione Giappone, perch  a
Tokyo che l'esperimento della politica monetaria raggiunge le punte pi estreme: tasso zero forever.
E non  rassicurante. Le banche centrali manipolano i mercati con un obiettivo nobile e urgente:
rilanciare la crescita, l'occupazione. L'obiettivo, per, non viene raggiunto n in Giappone n in
Europa. L'unica certezza  che i mercati sono falsati, il risparmio non rende pi nulla, i fondi pensione
sono in crisi. Senza l'ombra di una ripresa del potere d'acquisto, della fiducia, dei consumi e degli
investimenti, resta solo un numero impresso su tutto. Lo zero, appunto.
Nella gara tra i moderni apprendisti stregoni che sono i banchieri centrali, un nuovo primato lo
ha segnato il Giappone. La banca centrale di quella che resta la terza nazione pi ricca del pianeta ha
deciso di inchiodare a zero il rendimento dei titoli pubblici decennali, per un lungo periodo, in modo da
tenere sottozero gli altri tassi d'interesse. Il Giappone  il grande malato delle economie sviluppate, la
sua crisi  cominciata diciotto anni prima delle altre, con il crac del 1989 che sgonfi le due bolle
speculative della Borsa di Tokyo e del mercato immobiliare. Ci sono ormai delle biblioteche di studi
sulla depressione nipponica, che il premio Nobel Paul Krugman consiglia agli europei di studiare da
vicino. Nella politica monetaria estrema applicata da Tokyo ci sono lezioni utili a tutti. Con i tassi
negativi la banca centrale di fatto sta pagando le banche commerciali purch facciano credito a
qualcuno, ma se il cavallo non beve non lo si pu costringere. Altra similitudine  con la corda:
spingerla non puoi.
Certi tassi ultraminimi che gli investitori oggi accettano su titoli pubblici decennali ventennali e
trentennali, non solo nipponici ma anche europei e perfino americani, equivalgono implicitamente alla
previsione che non ci sar una vera e vigorosa ripresa per un'intera generazione. Se ci fosse in vista una
ripresa classica, tornerebbe l'inflazione e quindi la necessit di compensare il risparmio dall'erosione
del suo valore monetario. I mercati possono sbagliare, e in questo caso la loro capacit previsionale 
manipolata in modo frenetico dall'azione delle banche centrali. L'unico precedente di una misura
analoga a quella varata a Tokyo fu quando, nell'immediato dopoguerra, gli Stati Uniti manipolarono i
tassi per schiacciarli al ribasso e ridurre il costo del rimborso dei debiti contratti nel 1941-45 per
finanziare lo sforzo bellico. Ma almeno quella volta dur poco, e arriv il boom.
Paradiso svedese, inferno italiano. Torno al Rapporto McKinsey sull'impoverimento
generazionale per capire perch esalta il modello scandinavo come antidoto alla regressione del tenore
di vita che affligge le economie pi avanzate. E perch mette all'indice il nostro paese, il peggiore di
tutto l'Occidente per la performance economica misurata nell'arco di un decennio. Eppure, tutti i paesi
esaminati nell'indagine hanno subito lo stesso shock esterno: dopo la crisi finanziaria globale del 2008
il Pil si  ridotto in tutte le economie senza eccezione. Il modello svedese si fonda su una serie di ricette
originali, a cominciare dai rapporti di forze sociali. Il 68 per cento dei lavoratori svedesi sono
sindacalizzati, un record in tutto l'Occidente. Questo li ha resi capaci di spostare in loro favore la
distribuzione nazionale del reddito, la ripartizione della torta fra profitti e salari.  un tema centrale,
perch nell'insieme dell'Occidente questo  un periodo dominato da una dinamica totalmente opposta:
I profitti delle imprese sono saliti ai livelli record dagli ultimi tre decenni, +30 per cento rispetto al
1980.
Torna in primo piano la battaglia distributiva, che era stata al centro dell'attenzione negli anni
Settanta, poi fu contrastata dal liberismo che dava la priorit alla crescita. Da Ronald Reagan e
Margaret Thatcher in poi, si  imposto il dogma secondo cui non conta la diseguaglianza tra i ricchi e il
resto della societ, perch quando sale la marea alza tutti i battelli, grandi e piccoli. Pi di trent'anni
dopo, lo studioso delle diseguaglianze Thomas Piketty sconfigge il padre del neoliberismo Milton
Friedman. Un eccesso di diseguaglianze contribuisce alla stagnazione secolare, bloccando la crescita.
Lo stesso Rapporto McKinsey  generoso di riconoscimenti verso Piketty: a conferma che ormai
l'attenzione alle diseguaglianze  trasversale, non  un tema ideologico. (La societ McKinsey, nota
soprattutto per le consulenze d'impresa, non ha fama di essere un think tank radicale.)
Il modello Svezia, cos come lo illustra questa indagine, contiene vari altri ingredienti che si
riconducono all'importanza dell'intervento pubblico. Sono state messe in opera normative per
proteggere i salari. Dopo la crisi finanziaria globale il governo svedese ha operato d'intesa con i
sindacati per raggiungere accordi di riduzione temporanea degli orari di lavoro, in alternativa ai
licenziamenti, in modo da mantenere alti livelli di occupazione. Sono state aumentate le assunzioni
con contratti a tempo determinato nei servizi pubblici, sempre al fine di contrastare l'aumento della
disoccupazione. Sono stati ridotti gli oneri sociali e il cuneo fiscale per le imprese. Sono stati offerti
incentivi fiscali per le assunzioni di giovani e disoccupati di lungo periodo.
Le lezioni dalla Svezia non mancano; insieme con le difficolt a esportarle da Stoccolma a
Roma. Da una parte, il paradiso svedese  la conferma della bont delle ricette keynesiane: in una
recessione o in una prolungata stagnazione, lo Stato  l'unico ad avere la capacit di rianimare
un'economia esangue. La Svezia ha pi autonomia nel decidere politiche di bilancio neokeynesiane, in
quanto non fa parte dell'Eurozona e quindi non  sottoposta alle stesse rigidit (rifiut di entrare
nell'euro con il referendum del 2003). Parte anche da una situazione di bilancio molto pi florida della
nostra: il suo debito pubblico era inferiore al 40 per cento del Pil prima della grande crisi,  aumentato
da allora, ma rimane ben inferiore ai livelli italiani. Ha un'evasione fiscale tra le pi basse del mondo; e
una spesa pubblica notoriamente efficiente, poco viziata da clientelismi e sprechi. Un modello davvero,
in tutti i sensi. Rilanciare la spesa pubblica in Italia si presta sempre all'antico sospetto: che sia una
manna riservata a poche categorie, come il pubblico impiego, e in cima a tutti i soliti noti, le caste, per
esempio quelli di Parentopoli.
Quello che il Wall Street Journal ha definito il cambiamento pi sottovalutato del 2016 sta
avvenendo in tutto l'Occidente pi Cina e Giappone.  l'abbandono dell'austerity. In alcune nazioni la
svolta  conclamata. In altre, pi legate all'ortodossia, avviene alla chetichella, nei fatti, senza avanzare
nuove teorie alternative. Ma il cambiamento  netto e generale. Che cosa stia accadendo nella realt lo
illustra uno studio realizzato dagli economisti della banca americana JPMorgan Chase. Il segno netto
delle politiche di bilancio in tutto il mondo sviluppato  cambiato proprio tra il 2015 e il 2016. La
direzione del cambiamento  univoca, anche se i mix di misure variano tra chi privilegia la riduzione
delle imposte e chi punta pi sull'aumento della spesa pubblica. Tutti insieme, all'unisono, si muovono
verso l'abbandono del rigorismo e qualche dose di stimolo alla crescita. La dimensione di questi
cambiamenti pu essere modesta, ma il nesso con il clima politico  evidente. Greg Ip, sul Wall Street
Journal, ci vede il risultato dell'ascesa globale dei populismi. In America il termine non  mai stato
dispregiativo. Populismi di destra e di sinistra vengono considerati tutti quei movimenti che vogliono
ricondurre la democrazia americana alle sue origini: We, The People. Noi, il Popolo: cos si apre il
Preambolo alla Costituzione degli Stati Uniti. Si ricorda che l'era delle prime riforme progressiste,
come l'antitrust di Theodore Roosevelt, fu resa possibile da vaste proteste di populisti di sinistra. Oggi
vengono definiti populisti Donald Trump cos come Bernie Sanders. E i populismi di ogni colore
stanno condizionando pure leader pi moderati e tradizionali, come Angela Merkel. Anche nei casi 
vedi la Germania  in cui rimane l'adesione formale all'ortodossia sul pareggio di bilancio, le azioni
rivelano una realt diversa. Complici le scadenze elettorali, e l'avanzata dei populismi, per l'appunto.
L'analisi grafica del rapporto JPMorgan  istruttiva perch tutte le maggiori economie avanzate,
Occidente pi Giappone, sono raffigurate da linee rette che muovono nello stesso senso: verso un segno
pi della politica di bilancio, quello che si ottiene facendo il saldo netto fra la pressione fiscale (che
sottrae domanda ai consumi e agli investimenti) e la spesa pubblica (che accresce la domanda stessa).
Per la prima volta dal 2009, conclude JPMorgan, l'impatto complessivo delle politiche di bilancio  di
stimolo alla crescita.
Gli Stati Uniti non hanno mai sposato l'austerity come dottrina ufficiale, tantomeno i parametri
di Maastricht. Nel buio della crisi del 2009 Barack Obama var una maximanovra da 800 miliardi, che
fece schizzare il rapporto deficit/Pil fino al 12 per cento, il quadruplo del limite consentito dal Patto di
stabilit europeo. I sette anni di crescita Usa cominciano proprio da l. In seguito, per, lo scontro duro
fra Obama e il Congresso ha paralizzato le politiche di bilancio, imprimendo un segno neutro o perfino
leggermente negativo. Nel 2016  cambiato il vento: anno di elezioni.
L'Inghilterra  un altro caso da manuale. Tra le vittime dello shock Brexit va annoverato anche
l'obiettivo di un bilancio in pareggio, a cui teneva David Cameron e che la nuova premier Theresa May
tacitamente abbandona. In Germania, il ministro delle Finanze Wolfgang Schuble ha annunciato
riduzioni d'imposte e aumenti di spesa per oltre 15 miliardi in un biennio. E lo stesso governo tedesco
ha avallato la scelta di chiudere un occhio su paesi come Spagna e Portogallo, che hanno sforato i
limiti di deficit.
Il Giappone ha varato l'equivalente di 73 miliardi di programmi di investimenti pubblici. C'
anche il caso della Cina, seconda economia del pianeta ancorch emergente. Pechino come Washington
non ha mai aderito all'austerity, ma in questo momento si allontana ancora pi di prima dal rigore del
bilancio pubblico. Pur di contrastare il vistoso rallentamento nella crescita cinese, il presidente Xi
Jinping torna a manovrare con vigore le leve dell'investimento pubblico. L'austerity  defunta, anche
se celebrarne il funerale apertamente  un gesto politico che molti esitano a fare.
E se non bastasse neppure questo, per spezzare il trend dell'impoverimento generazionale? Il
caso americano mette in guardia. Anche se all'Europa farebbe un gran bene un settennato di crescita
obamiana, bisogna ammettere che crescere non  pi una condizione sufficiente per invertire il
degrado delle aspettative dei giovani.
Il dato migliore che riguarda l'America segnala una svolta positiva per tutti, avvenuta nel 2015.
 un balzo in avanti nel reddito dell'americano medio, cresciuto in un anno al netto dell'inflazione del
5,2 per cento (il dato riguarda un reddito standard di 56.000 dollari annui lordi).
Un analogo miglioramento del reddito medio in un singolo anno non si verificava dal lontano
1967. La ripresa Usa che dura da oltre sette anni aveva finora trascurato proprio la vasta middle class.
Nonostante la crescita del Pil, nonostante i 15 milioni di posti di lavoro creati da quando Barack Obama
si insedi alla Casa Bianca, la maggioranza degli americani non sentiva veramente la fine della crisi
nelle proprie buste paga, nel proprio tenore di vita.  stato solo al settimo anno che si  spezzata la
regola perversa per cui i benefici della ripresa si concentravano in modo sproporzionato nelle tasche di
pochi. Per la prima volta  diventata una ripresa per tutti: il rapporto del Census Bureau (lo stesso
che cura i censimenti decennali) dice che l'aumento consistente del reddito lo hanno avuto anche i
giovani, i neri, gli immigrati. Sono diminuiti i poveri, ben 3,5 milioni di americani si sono risollevati al
di sopra della soglia della miseria, fissata a 24.000 dollari annui per una famiglia di quattro persone.
Commentando quel dato nel settembre 2016, il presidente uscente si  permesso un tocco
d'ironia autogratificante. Dopo avere enumerato le statistiche positive ha detto: Grazie, Obama. A
futura memoria. Nel fare un bilancio di questo presidente si dovr pur ricordare che eredit dal
repubblicano George W. Bush la peggiore crisi economica dopo la Grande Depressione degli anni
Trenta. E tuttavia, l'autocongratulazione scherzosa  durata solo per un attimo. Subito dopo lo stesso
presidente ha elencato dubbi che ancora assillano gli americani: Si chiedono se i loro figli ce la
faranno; quanti debiti dovranno fare per ottenere una laurea; quali vulnerabilit rimangono dopo il crac
Lehman; quali sono i rischi legati alla globalizzazione, all'automazione, agli effetti delle tecnologie sul
lavoro.
La lista si pu allungare. L'ottimo 2015 non basta a far risalire il reddito dell'americano medio
al livello in cui si trovava nel 2007, cio subito prima della crisi; tantomeno ai livelli di benessere
toccati alla fine degli anni Novanta. Le diseguaglianze sociali rimangono estreme, il 5 per cento della
nazione ha incassato il 22 per cento del reddito nazionale e la disparit  ancora pi acuta se si guarda
ai patrimoni posseduti: qui il trend negativo risale addirittura agli anni Ottanta; un anno buono non
rovescia una tendenza cos antica. Altro elemento di preoccupazione: se ci vogliono sette anni di
ripresa per cogliere finalmente dei benefici ben distribuiti su tutta la popolazione, vuol dire che le fasi
di convalescenza e recupero dopo una recessione diventano sempre pi lunghe. Intere fasce di
popolazione, pur stando meglio, si sentono intrappolate in uno scenario di aspettative decrescenti,
convinte che i figli saranno pi poveri di loro. Un'annata felice non cambia questi sentimenti. N basta
a smentire quegli economisti che diagnosticano per ragioni strutturali una stagnazione secolare in
tutto l'Occidente.
Anche se l'America resta il traguardo ambito da tanti giovani italiani, un paese dove le cattedre
universitarie non si ereditano, un paese dove il mondo delle imprese non  in mano ai figli di pap,
dove l'economia  pi dinamica e vigorosa, tuttavia anche qui il bilancio finale resta problematico: se
non bastano sette anni di crescita, il male  profondo, le soluzioni devono essere radicali.
V
Globalizzazione addio
Dove abbiamo sbagliato? La globalizzazione doveva renderci tutti un po' pi ricchi, stando alle
promesse iniziali: che cosa non ha funzionato?
Il governo francese  stato tra i primi a gettare la spugna, arrivato all'ultima tappa della
globalizzazione ha definito impossibile un accordo Usa-Ue sul trattato di libero scambio, almeno per
il 2016. Molti leader francesi hanno guidato per anni una fronda protezionista, il loro pessimismo sul
pi recente dei trattati forse non stupisce. Ma dalla sponda opposta, cio dal partito dei sostenitori del
Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il Trattato transatlantico sul commercio e gli
investimenti), arriva un messaggio analogo. In Italia Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo
economico, che ha sempre difeso i benefici del Ttip per la nostra economia, si arrende: Manca la
fiducia verso tutto ci che sa di internazionalizzazione. Alla fine anche la Germania ha abbandonato
l'obiettivo di un'approvazione rapida.
L'atmosfera  simile sulla mia riva dell'Atlantico. Barack Obama rischia di non portare a casa
prima della fine del suo mandato neppure la ratifica del Tpp (Trans-Pacific Partnership), l'altro trattato
con l'Asia-Pacifico che pure  arrivato molto pi avanti nell'iter di approvazione. Il libero scambio 
stato attaccato da tutte le parti nella campagna elettorale americana. Donald Trump ha rotto con l'antica
tradizione liberista del Partito repubblicano chiedendo l'abrogazione del mercato unico nordamericano
che unisce gli Stati Uniti a Canada e Messico (North American Free Trade Agreement, Nafta). Anche
Hillary Clinton, incalzata a sinistra da Bernie Sanders, che le ha dato tanto filo da torcere durante le
primarie democratiche, e a destra dal protezionismo di Trump, che seduce i colletti blu, ha preso le
distanze da questi accordi globali. Poich in passato Hillary fu favorevole alle liberalizzazioni, la
constatazione s'impone: perfino in quell'America che ne fu la regista, la globalizzazione  ormai
entrata in uno stallo politico.
I trattati contestati sono molto diversi fra loro. Il Tpp include paesi emergenti come il Vietnam.
Quindi si presta alla critica tradizionale che suona cos: abbattendo le barriere con quei paesi, noi
occidentali ci costringiamo a una gara al ribasso, dovendo competere con chi ha salari inferiori, meno
protezioni sociali, poche regole a difesa dell'ambiente. Obama reagisce sdegnato:  proprio grazie a
quell'accordo che in Vietnam stanno nascendo sindacati liberi. Questi trattati non sono come quelli del
passato, ci consentono di esportare i nostri standard. Se non lo facciamo, sar la Cina a dettare le regole
della globalizzazione futura. Tant', questo messaggio del presidente uscente non convince la
maggioranza dei suoi cittadini. Le polemiche sono pi infuocate che mai, contro le delocalizzazioni e la
concorrenza dei paesi emergenti. Inoltre, nella cabina di regia dei negoziati contano troppo le lobby:
dalla finanza alla Silicon Valley, dall'agrobusiness a Big Pharma. Cosa che non rassicura gli avversari
di sinistra e pi in generale i lavoratori, i consumatori.
L'accordo in gestazione tra Europa e Stati Uniti  diverso. Qui si ridurrebbero barriere tra aree
economiche gi sviluppate, con livelli di ricchezza comparabili.  significativo l'armamentario di
argomenti usato in difesa del Ttip dall'italiano Calenda alla Camera dei deputati il 15 giugno 2016. Il
ministro del governo Renzi ha ricordato che la prima fase della globalizzazione, all'inizio degli anni
Novanta, fu asimmetrica: noi aprivamo le nostre frontiere ai prodotti dei paesi emergenti senza
chiedere subito la reciprocit (cio uno sbocco altrettanto facile per i nostri prodotti in casa loro),
perch li consideravamo i soggetti deboli. In seguito avremmo ottenuto l'apertura dei loro mercati,
questo almeno era il progetto. Quell'asimmetria ha generato effetti che oggi vengono contestati in tutto
l'Occidente: mezzo pianeta ha imboccato la strada dello sviluppo, ma a casa nostra prima la classe
operaia e ora anche una larga parte del ceto medio si sono sentiti risucchiare verso il basso, i loro
redditi hanno smesso di crescere o si sono impoveriti.
Ma ora  ci dicono i difensori dei trattati  siamo in una fase nuova, il Ttip ha l'obiettivo di
riportare il timone della globalizzazione nelle nostre mani,  un antidoto agli squilibri causati dalla
globalizzazione. Ci rassicurano sul fatto che in materia di salute del consumatore l'Unione europea ha
mantenuto il suo principio di precauzione come irrinunciabile. Non rientrano nei negoziati gli
organismi geneticamente modificati (Ogm), che quindi resterebbero esclusi in Europa anche
nell'ipotesi che si firmasse l'accordo atlantico.
Questi dettagli, per quanto importanti, contano sempre meno agli occhi dell'opinione pubblica.
Il contenuto del trattato passa in secondo piano, di fronte al terremoto geopolitico. Brexit mette fuori
gioco il Regno Unito, che di tutti i paesi europei  stato da sempre il pi favorevole al libero scambio.
S'indebolisce l'asse atlantico. Le forze politiche in ascesa sono d'impronta nazionalista, favorevoli al
protezionismo. Sta franando in tutte le capitali europee, cos come a Washington, il mandato politico
che sosteneva la globalizzazione. La Germania partecipa a questo cambio di clima, eppure  una
potenza esportatrice che continua ad accumulare attivi commerciali col resto del mondo, invade gli altri
paesi dei propri prodotti,  una vincitrice netta della globalizzazione; tant', una delle pi
gigantesche manifestazioni di protesta contro il trattato Ttip si  svolta proprio a Berlino nel 2015.
La competizione globale ammette Obama riflettendo sul nuovo clima protezionista d a
molti lavoratori la sensazione che li abbiamo abbandonati. Provoca diseguaglianze ancora maggiori. I
privilegiati accumulano straordinarie ricchezze e potere. L'angoscia  reale. Quando la gente 
spaventata, ci sono politici che sfruttano queste frustrazioni. Pronunciate dopo il risultato del
referendum inglese, queste parole del presidente degli Stati Uniti abbracciano fenomeni comuni a tutto
l'Occidente. Forti correnti dell'opinione pubblica appoggiano i politici che promettono un ritorno
all'indietro, verso un'Et dell'Oro pre-globalizzazione.  un vasto rigetto delle frontiere aperte, dei
mercati comuni, dei trattati di libero scambio, oltre che dell'immigrazione. Viene rimesso in
discussione tutto ci che sotto il termine di globalizzazione ha segnato l'ordine economico mondiale
nell'ultimo quarto di secolo. Una storia che ha origini in due trattati: l'atto che crea nel 1993 il grande
Mercato unico europeo; il Nafta, negoziato nel 1992 e ratificato nel 1994 tra Stati Uniti, Canada e
Messico. Parte da quei due cantieri la costruzione di un sistema che in seguito si estender fino ad
abbracciare la Cina e altre nazioni emergenti. Ma fin dall'inizio Mercato unico e Nafta avevano in
embrione i problemi destinati a esplodere oggi.
Le riforme di mercato degli anni Novanta arrivano al termine di un'offensiva neoliberista
travolgente: gli anni Ottanta con Ronald Reagan e Margaret Thatcher hanno delegittimato l'economia
mista, il capitalismo di Stato, la pianificazione, la concertazione sindacale. Il crollo del Muro di Berlino
ha sancito il fallimento finale dei sistemi comunisti, le cui economie erano gi affondate in una
inefficienza irreparabile. L'implosione dell'Urss e dei suoi satelliti  l'altra faccia di una storia di
successo che ha baciato le economie di mercato: di qua dal Muro, l'America e l'Europa occidentale
hanno conosciuto decenni di sviluppo e diffusione del benessere, che hanno coinciso con i primi
smantellamenti di barriere doganali.
Dal 1947 al 1995 il Gatt e la Cee sono stati i primi esperimenti di libero scambio. Con gli anni
Novanta la parola d'ordine diventa: andare pi avanti, molto pi avanti. Reagan-Thatcher sposano le
teorie di Milton Friedman, premio Nobel dell'economia, capo della scuola di Chicago. Qualsiasi
ostacolo che freni il mercato va abolito perch impedisce il dinamismo e la creazione di ricchezza.
Senza pi barriere e protezionismi ciascun paese pu specializzarsi nelle cose che fa meglio e sfruttare i
propri vantaggi comparativi.
Fin da allora si levano alcune voci critiche. Jacques Delors, socialista e cattolico,  il presidente
della Commissione europea che gode dell'appoggio di Franois Mitterrand. Delors  al timone a
Bruxelles quando viene avviata la costruzione del Mercato unico. Lui, per, vede la necessit che il
Mercato unico sia accompagnato da una carta sociale dei diritti, e lo dice: per evitare che la
competizione fra paesi di livello diverso si trasformi in una rincorsa al ribasso verso il minimo
comune denominatore. Nel Mercato unico cos come si  costruito concretamente c' rimasto qualcosa
dell'idea di Delors. Tant' che i conservatori inglesi gi allora denunciavano un'Europa socialista
che imponeva rigidit al loro mercato del lavoro, pi simile a quello americano.  di quegli anni un
progresso nelle tutele dei consumatori, terreno sul quale l'Europa parte tardi ma sorpassa rapidamente
gli Stati Uniti.
Il Mercato unico  pi di un'area di libero scambio. Elimina barriere occulte all'esportazione di
beni e anche di servizi; abolisce ostacoli alla circolazione di tutti i fattori di produzione: d libert ai
movimenti di capitali e all'emigrazione di manodopera. Coordina politiche fiscali, industriali, agricole.
Crea regole standard in quasi tutti i settori. Apre il mercato dei lavori pubblici. Vieta gli aiuti di Stato.
Il celebre Rapporto di Paolo Cecchini (eseguito su richiesta di Delors) prevedeva, tra i benefici del
Mercato unico, due milioni di posti di lavoro.
Il Nafta dal 1 gennaio 1994  un esperimento simile applicato a tutto il Nordamerica: un'area
che oggi include 480 milioni di abitanti. Lo firma un presidente democratico, Bill Clinton, con una
dichiarazione scolpita nella pietra, che ancora oggi viene rinfacciata a sua moglie Hillary. Il Nafta
dice Bill quando firma il trattato significa lavoro. Nuovi posti per gli americani, ben pagati. Fin
dall'inizio ci furono resistenze. I sindacati, e non solo. Clinton aveva conquistato la Casa Bianca
perch, nell'elezione del 1992, a rubare voti al presidente uscente George Bush senior era sceso in
campo un terzo candidato indipendente, un Trump ante litteram: l'industriale Ross Perot. Lo slogan pi
celebre di Perot contro Bush padre, che aveva negoziato il Nafta, era il seguente: Quel trattato
succhier fabbriche e occupazione dagli Usa al Messico, dal confine messicano sentiremo il rumore di
un grande vortice aspiratutto che porter via i nostri posti di lavoro. Perot puntava il dito sul divario
salariale: la paga oraria di un operaio messicano arrivava a stento a un decimo di quella Usa.
Fra gli argomenti che Trump ha usato nella campagna elettorale del 2016, oltre al muro contro
l'immigrazione c'era la promessa di pesanti ritorsioni e multe contro le imprese Usa che delocalizzano
nei paesi a basso salario, e anche Sanders era sulla stessa lunghezza d'onda. Uno studio indipendente
del Congressional Research Service, un quarto di secolo dopo, definisce modesti i benefici del Nafta.
La confederazione sindacale Afl-Cio ha censito oltre 700.000 posti di lavoro trasferiti dagli Usa al
Messico. Se si allarga lo sguardo oltre il Messico, si arriva a 3 milioni di posti operai eliminati nella
vecchia Rust Belt, la cintura della ruggine, gli Stati industriali del Midwest che furono il centro della
potenza industriale Usa per due secoli.
Come Trump lo  stato per la destra, cos Sanders  stato a sinistra il candidato
anti-establishment. Ha entusiasmato tanti giovani, tradizionalmente assenteisti alle elezioni americane.
Molti dei suoi obiettivi sono stati recepiti nella piattaforma elettorale del Partito democratico e dalla
candidata Hillary. Tra questi: un salario minimo federale di 15 dollari all'ora, una carbon tax
anti-inquinamento, l'universit gratuita per i figli di famiglie con un reddito inferiore a 125.000 dollari
annui, una correzione della riforma sanitaria di Obama per includervi l'opzione di un servizio sanitario
pubblico. L'appoggio di Sanders alla Clinton ha spostato a sinistra l'asse del Partito democratico. Un
partito che, ai tempi in cui era presidente il marito di Hillary, abbracci con molta convinzione il credo
economico neoliberista. Ancora pi significativo  il fatto che Hillary ha dovuto prendere le distanze
dai trattati di libero scambio. Ha criticato esplicitamente il Tpp, nonostante il trattato (non ratificato)
porti la firma di Obama. Questo d la misura dell'immensa distanza politico-culturale che separa i
democratici di oggi da quelli degli anni Novanta. Gli anni Novanta si chiusero con Bill Clinton alla
Casa Bianca e un passaggio chiave nella storia della globalizzazione: il vertice simbolo a Seattle. Un
evento che gi allora incontr forti resistenze, ma che porta le impronte della leadership democratica.
30 novembre 1999: quel giorno Seattle  sotto assedio. Un summit tra capi di Stato deve varare
i nuovi negoziati mondiali sulla liberalizzazione degli scambi. Protagonista  la World Trade
Organization (Wto), Organizzazione del commercio mondiale, arbitro e cabina di regia della
globalizzazione. Ma su Seattle converge la madre di tutte le proteste: 40.000 manifestanti, in una
serie di cortei in cui si fondono i sindacati operai, le ong ambientaliste, i primi black-bloc. Irrompe
sulla scena il movimento no-global. Il vertice finisce nel caos: molti leader dei governi, assediati negli
alberghi, non riescono neppure a raggiungere il centro congressi, avvolto in nuvole di lacrimogeni, le
forze dell'ordine sono sopraffatte. L'81a Brigata della Washington State Patrol batte in ritirata. Si
dimette il capo della polizia di Seattle. Bill Clinton deve chiamare la Guardia nazionale. Quel giorno
viene scritto un copione che si ripeter in molti summit successivi, raggiungendo l'apice al G8 di
Genova nel luglio 2001 (un morto negli scontri, strascichi di denunce e di processi per le violenze di
polizia che dureranno fino ai nostri giorni). Perfino il World Economic Forum di Davos, l'esclusivo
ritrovo dei vip a ogni fine gennaio sulle montagne dei Grigioni, dopo i precedenti di Seattle e Genova 
costretto a blindarsi con misure di protezione prima sconosciute.
Seattle lancia temi che sono ancora attuali: gli effetti della globalizzazione sui salari occidentali;
i danni per l'ambiente e la salute dei consumatori; lo strapotere delle multinazionali. Diciassette anni fa
era gi vivace quella critica che oggi prende di mira una nuova generazione di trattati, il Tpp tra
America e Asia-Pacifico, il Ttip tra Stati Uniti e Unione europea. Ma la vera ragione per cui fallisce il
vertice di Seattle  un'altra: 40 delegazioni governative venute dall'Africa e dall'America latina
respingono l'accordo; sono i paesi dell'emisfero Sud a far saltare le trattative, allora, perch si
ritengono sopraffatti dagli interessi del capitalismo occidentale. Il movimento no-global condivide
questa narrazione. Anche in Occidente gli avversari della globalizzazione pensano che nel nuovo
assetto economico mondiale i perdenti saranno i paesi in via di sviluppo. Il tema dell'ingiustizia viene
declinato lungo l'asse Nord-Sud. Lo stesso vale per i primi guru teorici del no-global. Il pi celebre 
Joseph Stiglitz, che vince il Nobel per l'economia nel 2001, dopo avere divorziato dall'ortodossia
liberale: negli anni Novanta era stato consigliere economico di Bill Clinton e capo economista della
Banca mondiale. Il suo libro La globalizzazione e i suoi oppositori (del 2002)  un attacco al consenso
di Washington, quello che in seguito sarebbe stato battezzato il pensiero unico: le dottrine a base di
austerity e privatizzazioni che la Casa Bianca e il Fondo monetario internazionale impongono ai paesi
del Terzo Mondo. I progressisti in Occidente sono convinti che la globalizzazione sia un nuovo
capitolo dell'imperialismo post-coloniale.
 a partire dal 2001, con l'ingresso della Cina nel Wto, che la storia imbocca una svolta
improvvisa e dalle conseguenze inattese. La cooptazione della Repubblica popolare, la pi grande
nazione del pianeta e una superpotenza comunista,  un progetto made in Usa. Il capitalismo americano
ha gi articolato la sua strategia delle delocalizzazioni: spostare il manifatturiero dove i costi del lavoro
sono pi bassi, delegare alla periferia dell'impero le produzioni pi inquinanti, concentrarsi sulle
attivit ad alto valore aggiunto. La Silicon Valley californiana ha capito per prima i vantaggi di una
simbiosi con la Cina, la catena produttiva di Apple voluta da Steve Jobs  esemplare: gli ingegneri del
software stanno a Cupertino in California, gli operai a Shenzhen in Cina.
Sul versante politico i maggiori protagonisti di questa fase sono quattro presidenti: Bill Clinton
e George W. Bush (junior) da una parte, Jiang Zemin e Hu Jintao dall'altra. In Cina vince l'ala
tecnocratica e pro business del Partito comunista, emarginando un'opposizione interna che rifletteva le
stesse paure dei no-global occidentali: l'ala sinistra cinese era convinta che il Wto sarebbe stato il
cavallo di Troia per la colonizzazione del paese a opera delle multinazionali occidentali. A partire dal
dicembre 2001 la Cina entra a tutti gli effetti a far parte del nostro mondo. Come membro del Wto le
si spalancano nuovi mercati. Ha inizio una storia spettacolare di decollo trainato dalle esportazioni.
Sar uno shock storico. Il miracolo cinese si produce su dimensioni che non hanno precedenti. Dopo la
Cina tocca all'India di Sonia Gandhi e Manmohan Singh; anche l'elefante addormentato si risveglia
alla crescita con una terapia di liberalizzazioni (sia pure meno radicali di quelle cinesi e corrette da
robuste dosi di protezionismo). Ben presto la geografia dello sviluppo si allarga, l'economista di
Goldman Sachs Jim O'Neill inventa l'acronimo dei Brics, aggiungendo a Cindia anche Brasile, Russia
e, infine, Sudafrica. Ironia della sorte, la sigla dei Brics, nata nell'ufficio studi della Goldman Sachs,
finisce per materializzarsi in una realt geopolitica, coi leader di quei cinque paesi che si riuniscono
periodicamente in summit appositi dai quali l'Occidente  escluso.
In un quarto di secolo nasce nei paesi emergenti un ceto medio di 800 milioni di persone, un
mercato immenso. Per loro, la globalizzazione ha un segno positivo. Non a caso, il regime autoritario di
Pechino riesce a consolidare un consenso, e cos smentisce brutalmente le profezie ottimiste di Clinton
e Bill Gates sull'inevitabile transizione alla democrazia che avrebbe dovuto accompagnare il
capitalismo.
L'economista Branko Milanovi? nel suo studio Global Inequality oggi ci apre gli occhi davanti
a questa contraddizione: la globalizzazione ha reso il mondo meno ineguale nel senso che ha accorciato
le distanze Nord-Sud; ma all'interno di ogni nazione ha divaricato la sorte dei ricchi da quella di tanti
altri. All'interno dei nostri paesi dice Milanovi? a coloro che sono stati impoveriti non possiamo
rispondere che i cinesi stanno meglio: non  una consolazione. Il premio Nobel Angus Deaton, un
altro studioso delle diseguaglianze, aggiunge un'autocritica personale che si estende a molte lite
intellettuali: Mentre in America aumentano i suicidi dei nuovi poveri, io come molti accademici
faccio parte dei beneficiati dalla globalizzazione: ha allargato il mercato per i miei servizi. Quelli fra
noi che esprimono giudizi su questi fenomeni economici, non sono gli stessi che ne subiscono i costi.
 un'autocritica di un esponente illustre delle lite, che non viene pronunciata spesso.
La frana dei titoli bancari nel post-Brexit. I risultati inquietanti degli stress test su diversi
istituti di credito europei. L'allarme del Fondo monetario internazionale sul rischio sistemico di un
colosso come la Deutsche Bank, il cui bilancio  strapieno di titoli derivati. La saga interminabile del
Monte dei Paschi di Siena. Sono sussulti di una crisi bancaria senza fine, che riporta alla memoria la
madre di tutti i crac, l'evento scatenante, il Ground Zero dello shock sistemico.
15 settembre 2008: un assembramento di telecamere circonda il grattacielo al numero 745 della
7a strada, Manhattan. Riprendono gli ultimi minuti della Lehman Brothers, la banca d'investimento
che ha appena fatto ricorso al Chapter 11, la legge sul fallimento. Le immagini dei dipendenti che
escono con i loro effetti personali nelle scatole di cartone fanno il giro del mondo. La maggior parte
degli americani e degli europei, per quanto allibiti, quel giorno ancora non sospettano la gravit dello
shock sistemico che sta per innescarsi, le conseguenze drammatiche che colpiranno l'economia reale,
l'ecatombe dei posti di lavoro. In quelle ore si consuma una svolta storica: cominciano a chiudersi gli
anni ruggenti della globalizzazione finanziaria, il ruolo delle banche finisce sotto accusa, inizia una fase
di convulsioni politiche che alimentano populismi, rivolte di sinistra e di destra, sta l la radice di
fenomeni come Brexit e le candidature di Trump e Sanders.
L'implosione di Wall Street nel 2008  stata preceduta da segnali premonitori. Nel 1997 ci fu la
crisi asiatica con le svalutazioni a catena nei dragoni dell'Estremo Oriente; nel 1998 il crac dello
hedge fund Ltcm (Long-Term Capital Management) salvato con mezzi d'emergenza dalla Federal
Reserve di Alan Greenspan; nel marzo 2000 l'esplosione della bolla speculativa di Internet e il tracollo
del Nasdaq. Tremori lievi se paragonati al sisma del 2008, seguito dalla pi grave crisi dopo la Grande
Depressione degli anni Trenta. Ma due studiosi di storia degli shock finanziari, Kenneth Rogoff e
Carmen Reinhart, osservano che i crac diventano sempre pi frequenti, sempre pi ravvicinati.
Sul banco degli imputati finisce la deregulation finanziaria degli anni Novanta, avallata anche
da governi di sinistra sulle due sponde dell'Atlantico. In particolare sono sotto accusa Bill Clinton e i
suoi segretari al Tesoro Robert Rubin e Larry Summers: decisero di abrogare la legge Glass-Steagall
del 1933 che separava le attivit della banca di deposito (che gestisce il risparmio di tutti) da quelle
della banca d'investimento (che investe in partecipazioni azionarie e titoli a rischio). La terza via di
Clinton e Tony Blair  stata subalterna al neoliberismo.
 una storia che viene da lontano. Risale alla fine degli anni Settanta la diffusione dei titoli
derivati, teorizzati da Milton Friedman, patriarca dell'ideologia mercatista. Ha fatto proseliti anche
nelle socialdemocrazie europee e nel Partito democratico americano quell'idea che la libert globale
dei movimenti di capitale, e lo sviluppo di strumenti finanziari sempre pi sofisticati, moltiplichi le
opportunit di rendimento per i piccoli risparmiatori. Alla lunga, il bilancio di quella deregulation
finanziaria  diverso. Negli anni Ottanta e Novanta si allargano le diseguaglianze sociali, i redditi dei
lavoratori ristagnano. Wall Street offre la sua scorciatoia per risolvere il problema: credito facile a tutti,
anche a chi non pu ripagare. Su questo sfondo matura il colossale disastro dei mutui subprime.
All'uscita dalla crisi il processo alla finanza genera nuove tendenze politiche, oltre a una diffusa
sfiducia verso gli esperti che non hanno previsto nulla. La prima novit in America nasce a destra, 
il Tea Party Movement: la scintilla iniziale che lo infiamma  proprio la protesta contro i salvataggi dei
banchieri a spese del piccolo contribuente, la sua prima manifestazione di massa  a Washington il 12
settembre 2009. Esattamente due anni dopo  la volta di Occupy Wall Street, ispirato a movimenti della
sinistra radicale europea come gli Indignados spagnoli e le loro denunce contro l'Europa dei
banchieri. Il 17 settembre 2011 comincia l'occupazione di Zuccotti Park a pochi metri dalla Borsa di
New York. Occupy Wall Street lancia la battaglia contro uno sviluppo economico che beneficia l'1
per cento, cos i ragazzi di Zuccotti Park collegano la finanziarizzazione dell'economia e la crescita
delle diseguaglianze. Cavalcando questo tema emerge sulla scena una nuova schiera di politici di
sinistra: Sanders, Elizabeth Warren, Bill de Blasio. Anche a destra la filiazione  chiara, dal Tea Party
all'iperpopulismo. Trump, pur essendo un affarista immobiliare il cui business  legato a doppio filo
con le banche, si  presentato come il paladino della middle class, ha attaccato Hillary Clinton perch
finanziata da Wall Street.
Obama tra le riforme del suo mandato ha incassato nel 2010 la legge Dodd-Frank: mette dei
limiti alla speculazione sui derivati, ma non arriva al punto di smembrare le megabanche, n ripristina
la muraglia cinese tra le due attivit del credito come ai tempi del Glass-Steagall Act. In tutto
l'Occidente le autorit di vigilanza impongono ricapitalizzazioni bancarie. Ma non vengono scongiurati
crac come Banca Etruria, scandali come Popolare di Vicenza, le crisi del Montepaschi e della Deutsche
Bank. E quando arriva lo shock di Brexit, i titoli pi penalizzati nella caduta delle Borse sono proprio
quelli bancari. La metastasi non  curata. N le sue manifestazioni pi estreme: nei primi sette anni di
ripresa americana, una quota sproporzionata della nuova ricchezza  andata ancora a concentrarsi nell'1
per cento dei privilegiati.
Il legame perverso tra globalizzazione e finanza si sviluppa in altre direzioni. Dopo la crisi del
2008 cresce in Occidente l'indignazione per l'elusione fiscale consentita in modo legale alle
multinazionali. Apple, un simbolo del capitalismo digitale, innovativo e dinamico, con i suoi 200
miliardi di cash esentasse parcheggiati nel paradiso fiscale irlandese, si trasforma in una banca
impropria. I bilanci degli Stati soffrono per l'austerity, ma i colossi del capitalismo transnazionale
pagano aliquote microscopiche rispetto al ceto medio. Le rivelazioni di WikiLeaks dette Panama
Papers sono l'ultima beffa: il Gotha dei miliardari  un pianeta separato, le regole sono diverse per
loro. Se questa  la globalizzazione, dice Sanders, qualcuno ha truccato il gioco, non siamo pi in
democrazia, ma in un'oligarchia.
Smembrare le grandi banche, tagliare le gambe ai padroni della finanza. Fino a poco tempo fa
questi erano slogan di Sanders. Ma adesso se ne stanno appropriando... i banchieri stessi. O almeno
alcuni di loro. Lo rivela un'indagine compiuta dalla McKinsey & Company per il Wall Street
Journal.  una radiografia delle dieci maggiori banche globali, e della loro evoluzione dal 2008 a
oggi. Che si pu riassumere in una parola: ritirata. All'epoca della grande crisi, queste megabanche
operavano in sessantacinque paesi. Oggi solo in cinquantacinque.
Esempio limite  quello della Citigroup, che ha deciso di abbandonare venti dei paesi in cui
operava. In certi casi si tratta di mercati emergenti, dal Brasile all'Africa, che si sono rivelati meno
redditizi di quanto si credeva. Ma non  solo in atto un riposizionamento geostrategico.  il concetto
stesso della megabanca globale a essere rimesso in discussione. La spiegazione  legata in parte alle
riforme varate dopo il 2008, a cominciare dalla legge Dodd-Frank. Pi sono grandi, fino a essere
etichettate come globalmente sistemiche, pi le banche sono oberate di nuovi obblighi. Un caso
estremo, quello della Royal Bank of Scotland salvata dal crac attraverso una nazionalizzazione, ha
portato a ritirarsi dentro i confini nazionali e ad abbandonare l'attivit di investment banking. Cio
proprio quello che vorrebbe imporre un ritorno al Glass-Steagall Act, una separazione delle attivit tra
banche di deposito e banche d'investimento.
Non  solo dalle frange radicali, dai populismi di destra e di sinistra, che parte l'assalto alla
globalizzazione. Segnali di ripensamento, ripiegamento e ritirata arrivano da molte direzioni. La Cina
sotto Xi Jinping  pi nazionalista, rivaluta il capitalismo di Stato e il dirigismo, moltiplica le forme di
protezionismo occulto, gli ostacoli alle imprese occidentali. L'India si vede incoraggiata nella sua
reticenza ad abbracciare il liberismo: ha sempre mantenuto un alto livello di intervento pubblico e
molteplici barriere agli stranieri.
Tra i protagonisti americani delle prime stagioni della globalizzazione, dilagano i pentiti. Un
caso clamoroso  Larry Summers. Da segretario al Tesoro di Bill Clinton  stato l'artefice della
deregulation finanziaria. Ora che  tornato a fare il professore a Harvard, parla di stagnazione
secolare e fa autocritica. Nuove ricerche riconosce Summers hanno cambiato le idee dominanti sul
commercio internazionale. Abbiamo le prove che la globalizzazione ha aumentato le diseguaglianze
all'interno degli Stati Uniti, ha aumentato le opportunit riservate ai pi ricchi e ha esposto i lavoratori
a una competizione pi serrata. Summers avanza proposte per aprire un nuovo corso. La maggiore
mobilit del capitale e delle imprese non deve togliere agli Stati la capacit di proteggere i cittadini.
Sul trattato Tpp le sue idee non divergono molto da quelle di Obama: i nuovi patti devono includere
meccanismi vincolanti sui diritti dei lavoratori, le conquiste sociali, la protezione dell'ambiente.
Un altro protagonista del revisionismo  Paul Krugman. Il premio Nobel per l'economia gli fu
assegnato nel 2008 proprio per i suoi studi originali sul commercio estero.  stato uno dei primi teorici
della globalizzazione. Anche lui  diventato pi critico. Senza ripudiare l'idea che gli scambi tra
nazioni sono benefici, Krugman sottolinea che la distribuzione dei vantaggi dipende dalle regole, e le
regole sono il frutto di scelte politiche. I sistemi fiscali sono stati distorti per favorire il grande capitale
e le multinazionali. Le regole sul mercato del lavoro hanno rafforzato il potere contrattuale delle
imprese e indebolito i dipendenti.
La stessa traiettoria  stata percorsa dall'economista Jeffrey Sachs della Columbia University:
Ho sempre creduto all'utilit degli investimenti internazionali. Anch'io ho contribuito a promuovere
la globalizzazione. Ma non bisognava dare il controllo di questi processi in mano a Wall Street e Big
Pharma. Tra le sue proposte: trattare in modo diverso gli investimenti produttivi e quelli della finanza
speculativa a breve termine.
Una delle conversioni pi spettacolari sta accadendo nel tempio dell'ortodossia liberista: il
Fondo monetario internazionale. Lo slittamento progressivo del Fmi verso posizioni pi critiche sulla
globalizzazione  avvenuto sotto la gestione del clan dei francesi: l'ex direttore generale Dominique
Strauss-Kahn e il suo capo economista Olivier Blanchard hanno aperto la strada, poi proseguita con
Christine Lagarde. C' chi sostiene che se Strauss-Kahn non si fosse rovinato con gli scandali sessuali,
la svolta sarebbe stata ancora pi radicale.
Il Fondo moltiplica le analisi sulle distorsioni del commercio mondiale. Un ampio studio a cui
hanno collaborato otto economisti sotto la direzione di Siddharth Tiwari analizza Cause e
conseguenze della diseguaglianza nei redditi, in una prospettiva globale. Di recente il Fmi ha
raccomandato i controlli sui movimenti di capitali, in certe situazioni di crisi: l'opposto di quel che
predicava negli anni Ottanta e Novanta.
Le critiche avvengono sullo sfondo di un commercio mondiale che rallenta: l'inaugurazione
nell'estate 2016 del nuovo canale di Panama extralarge avviene nel momento sbagliato, coincide con
una crisi del trasporto navale, colpito da eccesso di capacit e calo dei noli. Rallentamento della
crescita e neoprotezionismi si alimentano a vicenda. Uno dei pi autorevoli storici dell'economia,
Harold James dell'universit di Princeton, traccia analogie con gli anni Trenta, quando la Grande
Depressione innescata dal crac di Wall Street del 1929 fu poi aggravata dalle guerre tariffarie,
l'innalzamento di barriere doganali.
 realistico un puro e semplice ritorno al passato? Uno scenario da anni Trenta come quello
immaginato da Harold James, coi vari paesi che si ripiegano su se stessi, escono dalle intese globali,
ristabiliscono dazi e protezioni doganali? E prima ancora della domanda sulla fattibilit: c' da
augurarselo per noi?
Il protezionismo rischia di essere deleterio per una nazione di medie dimensioni come l'Italia, la
cui ricchezza  stata costruita in larga parte dalle esportazioni. Noi italiani siamo stati a lungo vittime
dei protezionismi altrui, espliciti o mascherati. Un esempio: certi prodotti alimentari made in Italy
hanno sofferto per molti anni sul mercato americano, colpiti da assurdi divieti o controlli
pseudosanitari; dietro il pretesto fasullo di tutelare il consumatore americano c'era in realt una
protezione per questa o quella lobby di agricoltori, allevatori, produttori alimentari Usa. Il Ttip
dovrebbe creare un grande mercato unico transatlantico un po' pi simile al Mercato unico europeo,
con meno ostacoli invisibili fatti di regolamentazioni e standard tecnici. L'idea  che abbiamo tutti
da guadagnarci: consumatori e imprese. Anche se per la verit le stime sui vantaggi sono prudenti,
perfino modeste: la stessa Commissione europea  che  parte contraente e favorevole al Ttip  valuta
che questo accordo aumenterebbe il Pil europeo dello 0,5 per cento, non proprio quel che si definisce
un boom.
Ma il Ttip ha pi avversari in Europa che in America. Una prova  stata la grande
manifestazione di protesta il 10 ottobre 2015 a Berlino, dove i centomila scesi in piazza per dire no al
nuovo trattato hanno agitato dei temi che trovano risonanza anche in Italia. Le critiche sono soprattutto
due. Da una parte viene contestato il metodo segreto o semisegreto con cui sono state condotte le
trattative, quasi a voler confermare i sospetti che dietro le quinte siano i lobbisti a dettar legge alle
delegazioni governative. Poi c' una clausola particolare che fa infuriare gli europei:  quella che viene
chiamata Investor-to-State Dispute Settlement (Isds), cio il sistema per dirimere conflitti tra
investitori e Stati. Si tratta di una procedura di arbitrato a cui pu fare ricorso un investitore se ritiene
che i suoi legittimi interessi sono lesi dalla decisione di uno Stato. L'obiezione mossa dagli oppositori 
la seguente: sarebbero soprattutto le grandi imprese multinazionali ad avere i mezzi per ricorrere a
questo arbitrato; l'Isds rischia di diventare un leva formidabile con cui le multinazionali dissuadono gli
Stati dal minacciare i loro profitti e perseguire scelte di interesse generale (per esempio
nazionalizzazioni, o altri oneri imposti ai privati in nome del servizio pubblico). Una parte
dell'opinione pubblica europea considera gli Usa come meno avanzati. E non a torto: dopo un
trentennio di egemonia neoliberista, l'America ha visto regredire i diritti sindacali, e spesso anche le
protezioni del consumatore e dell'ambiente. Anche se lo scandalo Volkswagen ha rivelato che la verde
e avanzatissima Germania non  il modello impeccabile che credevamo.
Uno studio di Iana Dreyer per il Cato Institute, un think tank americano decisamente liberista,
osserva che il Ttip non  solo questione di commercio, ma punta a rafforzare i legami tra i paesi
dell'Alleanza atlantica, in una fase in cui sono sfidati da avversari come la Russia di Putin o lo Stato
islamico. Rileva che l'opposizione tedesca  la pi sconcertante, perch la Germania  sempre stata un
pilastro del liberismo negli scambi mondiali, almeno quanto l'Inghilterra. E, a differenza
dell'Inghilterra, la Germania ha un modello economico fondato proprio sulla sua capacit di penetrare i
mercati stranieri, Cina inclusa. Lo studio della Dreyer trova una spiegazione nell'invecchiamento
demografico; collega cio il protezionismo all'insicurezza tipica degli anziani. Nella sua analisi c' una
correlazione: pi un paese  vecchio pi ha tendenza a vivere come una minaccia le liberalizzazioni.
Una spiegazione che convince solo a met: tra quelli che contestano i trattati e la globalizzazione, ci
sono anche tanti giovani.
Possiamo riscrivere le regole della globalizzazione a nostro favore? Cio: possiamo fare in
modo che nel futuro gli scambi fra nazioni siano pi generosi di benefici per tutte quelle categorie
sociali che finora sono state danneggiate, impoverite? C' una corrente di pensiero che risponde di s. Il
suo esponente pi autorevole  stato Obama. Lui ha difeso gli ultimi trattati proprio con
quell'argomentazione. Aggiungendovi un monito. Se non andiamo avanti noi, a mostrare la strada di
una globalizzazione piegata al servizio dei lavoratori, dei diritti umani, dell'ambiente, succeder
l'esatto contrario: a dettare le regole nella prossima fase sar la Cina. Gi oggi la Cina  una
superpotenza economica, la sua capacit di commerciare e di investire le d un formidabile potere
contrattuale verso altri paesi. Se non siamo noi a farlo, ben presto la Cina prender l'iniziativa e la
globalizzazione avr le sue impronte inconfondibili. Obama ha puntato sui due trattati Tpp e Ttip
facendone dei pilastri della sua eredit in politica estera, alla stregua del disgelo con Iran e Cuba o
dell'intesa Onu sull'ambiente. Con alcune clausole innovative di quei trattati Obama  convinto di
avere almeno indicato la strada verso una globalizzazione di tipo nuovo, socialmente pi equa, pi
sostenibile per l'ambiente.
Ma se fosse gi troppo tardi per cambiare strada e stabilire regole migliori? Questa  la tesi di
Clyde Prestowitz, presidente dell'Economic Strategy Institute, gi consigliere per il commercio estero
sia di Ronald Reagan sia di Bill Clinton. In un articolo pubblicato sul New York Times il 22 agosto
2016, Prestowitz esamina proprio l'argomento di Obama secondo cui i nuovi trattati possono impedire
che sia la Cina a scrivere le regole del gioco del nostro futuro. Ma Prestowitz obietta che la Cina lo sta
gi facendo: in quell'area del mondo a lei vicina sta negoziando i suoi trattati con paesi che vanno
dall'India all'Indonesia, dalla Corea del Sud alle Filippine. D'altronde, scrive, l'America non ha pi
molto da offrire: ai tempi della Pax Americana il commercio si saldava all'influenza geopolitica,
offrendo l'accesso (non reciproco) al vasto mercato americano, pi la difesa militare americana, pi gli
investimenti americani, ce n'era per tutti.
Come abbiamo visto, quelle condizioni di non reciprocit ci sono state effettivamente, sono una
delle ragioni per cui tanti paesi che appartenevano al Terzo Mondo povero hanno usato la
globalizzazione come il motore per il loro decollo verso un relativo benessere. Ma ormai quell'epoca
 finita sostiene Prestowitz, elencando una serie di cambiamenti irreversibili. L'America non pu pi
offrire ai paesi emergenti l'accesso al suo mercato perch lo ha gi offerto, e ormai le barriere per
penetrarvi sono modeste (anche se i nostri produttori di salumi non la pensano esattamente cos). E
mentre un tempo tutte le strade del commercio mondiale portavano agli Stati Uniti, oggi non  pi vero.
L'America  il pi grosso debitore mondiale e la Cina contribuisce a finanziarla. Se si tralascia
l'indicatore del prodotto interno lordo, in base ad altri parametri sarebbe la Cina la pi grossa economia
del pianeta: ha le pi ricche riserve valutarie (4000 miliardi di dollari), che reinveste in parte nello
sviluppo di gigantesche infrastrutture di collegamento col resto del mondo: fino al Medio Oriente e
all'Europa.  la Repubblica popolare il pi importante investitore estero nella maggior parte dei paesi
emergenti, dal Medio Oriente all'Africa all'America latina.  anche il pi importante investitore in
molti paesi d'Europa, e in Australia. Ci vorrebbe ben altro, per contrastare l'influenza cinese, che
qualche trattato, secondo Prestowitz.
Un'attenzione particolare merita il progetto Una cintura, una strada (gi in corso di
realizzazione), che prevede un reticolo di nuove autostrade, nuove linee ferroviarie ad alta velocit,
porti e aeroporti, canali e oleodotti, senza trascurare le infrastrutture di tipo digitale come le fibre
ottiche per Internet.  un piano che si proietta nei mari, dal Mar della Cina all'oceano Indiano, dal
Golfo Persico al Mediterraneo, dove gi i cinesi hanno comprato una partecipazione nel porto ateniese
del Pireo. Si proietta su territori che abbracciano tutta la penisola indocinese, il Pakistan, tante ex
Repubbliche sovietiche dell'Asia centrale, fino ad arrivare all'Europa dell'Est. Poi ci sono le
propaggini che si diramano verso il Corno d'Africa o il Mar Rosso.
Se si realizzer per intero, questo progetto titanico alla fine collegher il Pacifico all'Europa,
velocizzando e facilitando ogni sorta di comunicazioni e trasporti. Con al centro la Cina. La quale non
solo fa i piani, ma li paga in gran parte di tasca sua, per esempio attingendo al fondo sovrano che
Pechino ha battezzato Silk Road Fund, cio il fondo della Via della Seta. Oppure chiama altri
paesi a cofinanziare questi giganteschi cantieri, ma usando delle nuove istituzioni sovranazionali sotto
la sua influenza, come l'Asian Infrastructure Investment Bank e la New Development Bank. Centinaia
di miliardi di dollari sono gi stanziati, altri sono in arrivo. Il valore complessivo di tutti gli
investimenti per unificare l'Eurasia e avvicinarla all'Africa, guarda caso,  proprio di 4000 miliardi,
quanto le riserve valutarie attuali della Cina. Non manca in questo piano visionario un elemento
difensivo: mentre gli Stati Uniti si avvicinano a grandi passi all'autosufficienza energetica, la Cina
continua a dipendere dal petrolio degli altri, perci  costretta a consolidare i suoi rapporti con un
Medio Oriente in pieno caos.
Inoltre, l'enormit delle riserve valutarie di Pechino potrebbe rivelarsi effimera, o quantomeno
fragile: il sistema bancario cinese ha problemi gravi quanto il nostro. Pi in generale, il presidente Xi
Jinping sembra lanciato in una corsa contro il tempo: deve diversificare le fonti del dinamismo cinese,
perch il vecchio modello basato sulla manifattura a basso costo e sull'esportazione sta perdendo colpi,
e la crescita rallenta anche in Cina. Resta il fatto, comunque, che gi esistono, ben visibili, le idee per
lanciare una nuova fase della globalizzazione che parler mandarino.  dunque troppo tardi per
correggere la rotta in nostro favore?
Inoltre: siamo sicuri di essere d'accordo tra noi sul da farsi? Il fatto  che noi occidentali siamo
profondamente divisi. E proprio la globalizzazione  diventata uno dei grandi discrimini ideologici. Il
settimanale The Economist ha centrato questo tema, quando nell'estate del 2016 ha dedicato una
copertina al New Divide, la nuova grande spaccatura che attraversa le nostre societ. In una copertina
emblematica, The Economist descrive cos il mondo di oggi: ci sono due trib, su un altopiano che 
diviso in due da una spaccatura, un crepaccio profondo. Da una parte c' il popolo degli ottimisti, dei
globalisti, dei multiculturali e multietnici: in mezzo a loro campeggia un cartello con scritto
BENVENUTO (agli stranieri, s'intende) e nel loro cielo si staglia un bell'arcobaleno. Di l dal burrone,
sull'altra met dell'altopiano, c' un popolo intento a costruire una grande muraglia protettiva. Il loro
cartello dice VIETATO L'ACCESSO.
Insomma, nel secolo postideologico che  il XXI, al posto dei vari ismi del Novecento
(comunismo e socialismo, fascismo e nazismo) ci sarebbe un nuovo tipo di divisione, tra globalisti e
localisti. Tra quelli che continuano a vedere nell'apertura delle frontiere un elemento di progresso e
quelli che invece vogliono ritirarsi dietro i confini nazionali, alzare il ponte levatoio, proteggersi cos
dal minaccioso caos esterno. Obama  stato un leader della prima trib, ma ultimamente sembra
crescere sia a destra sia a sinistra il richiamo dei nazionalismi e dei protezionismi. La stessa mappa
elettorale degli Stati Uniti ci rivela due Americhe, divise pi che mai: globalisti contro protezionisti,
cosmopoliti contro nazionalisti, multietnici contro localisti. La spaccatura di valori e visioni del mondo
 verticale, ed  anche una spaccatura geografica, pi netta che mai. Con caratteristiche sorprendenti.
La divisione della mappa elettorale Usa potrebbe essere tracciata quasi col righello: a maggioranza
democratica le due coste, a maggioranza repubblicana quel che sta in mezzo. Gli aspetti sorprendenti?
Anzitutto, l'immigrazione fa meno paura proprio dove ce n' tanta. L'America di mezzo  meno
multietnica, eppure sta l il serbatoio di consensi per la destra xenofoba. Le coste sono anche le aree del
paese pi aperte al commercio col resto del mondo, pi esposte alla globalizzazione. 
controintuitivo che le aree meno protette siano quelle che rifuggono dal
nazionalismo/protezionismo? Al tempo stesso, per, vogliono pi Stato nell'economia e nella vita
sociale, ci che promette la sinistra.
Un altro dato interessante viene fornito dall'economista capo dell'istituto demoscopico Gallup,
Jonathan Rothwell. Spiega che l'elettorato di Trump, a maggioranza bianco e con un livello
d'istruzione medio-basso, si riconosce in questa affermazione: il tenore di vita dei miei figli sar
inferiore al mio. Non  per forza un'America povera o impoverita in assoluto.  certamente
un'America che si sente in via di declassamento, con aspettative decrescenti. Vive meno a contatto con
gli immigrati, ma li teme molto di pi, come una minaccia a un modello di societ. Dunque anche in
America come in Europa gli elettori di destra o di sinistra vivono un disagio della globalizzazione, ne
percepiscono gli effetti divaricanti e la pressione sul loro tenore di vita. Divergono piuttosto sulle
soluzioni, tra una destra sempre pi isolazionista che pensa a proteggersi alzando il ponte levatoio, e
una sinistra che chiede allo Stato interventi pi generosi per sanare le sofferenze sociali provocate dalla
competizione internazionale.
The Economist non si limita a constatare qual  la nuova divisione ideologica del nostro
tempo. Indica anche una strada per ricucirla. Nel numero del settimanale inglese con quella copertina,
un editoriale afferma che la soluzione ai nostri problemi non  la costruzione di barriere, ma
l'adozione di politiche coraggiose che salvino i benefici dell'apertura e riducano gli effetti collaterali
negativi. I beni e gli investimenti devono circolare liberamente, ma bisogna rafforzare le reti di
sicurezza sociali per offrire sostegno e nuove opportunit a coloro i cui posti di lavoro vengono
eliminati. Segue una lista di cose da fare perch globalizzazione non sia pi sinonimo di
diseguaglianze crescenti o di impoverimento generazionale: tra l'altro, governare meglio i flussi
migratori garantendo un inserimento produttivo degli stranieri; investire in infrastrutture pubbliche,
nell'istruzione dei giovani e nella riqualificazione dei meno giovani. Sono cose di buon senso. Anche
troppo. Infatti sorge spontanea questa domanda: perch non siamo ancora riusciti a farle? Come si
possono continuare a ripetere gli elenchi di riforme necessarie, senza accorgersi che le stesse cose
venivano dette dieci anni fa, perfino venticinque anni fa? Ci dev'essere una ragione, o una serie di
ragioni, per cui non abbiamo saputo o voluto governare la globalizzazione come andava fatto. Se non
partiamo da qui, dalla spiegazione delle mancate riforme, qualsiasi difesa d'ufficio della
globalizzazione futura  inefficace, poco credibile, perfino ipocrita.
Tornando indietro di un quarto di secolo, in quel preciso momento in cui la storia era a un bivio
e poteva imboccare una direzione diversa, il nostro tormento attuale sulla globalizzazione era gi ben
visibile sugli schermi radar di Bill Clinton e della dirigenza democratica americana nel 1992-93.
Sono andato a rileggermi il dibattito di quel biennio, che coincideva con una campagna elettorale per la
Casa Bianca. Era chiaro ai democratici Usa  come alla Commissione europea di Jacques Delors  che
nell'abbattere le frontiere bisognava fare qualcosa per esportare nei paesi emergenti pi diritti, salari
pi alti, sindacati forti, regole sulla salute del consumatore e la protezione dell'ambiente. Clinton disse
che andava fatto, e che lo avrebbe fatto una volta arrivato alla Casa Bianca. Avrebbe trasformato i
trattati negoziati da Bush padre. Ci avrebbe dato una globalizzazione pi equa, socialmente benigna.
Ho riletto le trascrizioni dei suoi comizi per i passaggi sul Nafta, raccolti in un libro molto istruttivo
(The Selling of Free Trade di John R. MacArthur, University of California Press, 2000). Pi volte
Clinton annunci l'impegno solenne ad aggiungere al trattato di libero scambio delle clausole chiave
vincolanti sui diritti dei lavoratori e sull'ambiente. Una volta arrivato al potere, non mantenne le
promesse. E s che un quarto di secolo fa noi occidentali contavamo di pi, avevamo pi potere
contrattuale, nessuno si sognava che a dettare le regole allora potesse essere la Cina (non era ancora
nato il Wto e mancava un decennio all'ingresso della Cina).
La spiegazione di quel primo tradimento sta nella corruzione della democrazia, in America e
altrove. Al momento di scrivere le clausole dei trattati, chi contava era l'esercito di avvocati ed esperti
mobilitati dalle multinazionali. La storia di quest'ultimo capitolo della globalizzazione, anche quando
al governo erano le sinistre, l'hanno dettata i poteri forti del capitalismo. Che le destre fossero colluse
coi top manager delle grandi imprese non stupisce troppo. Ci fu anche l'alleanza fra una generazione di
leader di sinistra e i chief executive delle multinazionali all'epoca: ebbe come protagonisti i vari Bill
Clinton, Tony Blair, Gerhard Schrder. Continua oggi, e basta osservare in Italia la subalternit anche
psicologica di Matteo Renzi verso Sergio Marchionne: il presidente del Consiglio non perde occasione
per cantare le lodi del chief executive, anche quando la Fca (Fiat-Chrysler) si distingue nelle manovre
di elusione fiscale spostando sedi e imponibili a Londra o, post-Brexit, in Olanda. Non  cambiato
granch, dall'epoca in cui la sinistra della Terza Via abbracciava il neoliberismo, promettendoci solo
una visione ben temperata al posto della visione hard rock di Reagan-Thatcher.
In quanto a Marchionne, che possiamo considerare come il pi globale fra i top manager
italiani, ecco che cosa ha detto il 27 agosto 2016 parlando all'Universit Luiss di Roma: Non
possiamo demandare al funzionamento dei mercati la creazione di una societ equa perch i mercati
non hanno coscienza, non hanno morale, non sanno distinguere tra ci che  giusto e ci che non lo . I
mercati sono una struttura che disciplina le economie, non la societ. Se li lasciamo agire come
meccanismo operativo della societ, tratteranno anche la vita umana come una merce.
 una descrizione realistica di come si comportano i dirigenti di tante multinazionali, abituati a
trattare i loro dipendenti come numeri in un bilancio: fungibili, come una merce appunto, anche se lo
stesso Marchionne si  affrettato ad aggiungere che c' un limite oltre il quale il profitto diventa
avidit e chi opera nel libero mercato ha il dovere di fare i conti con la propria coscienza.
Gi, ma chi stabilisce oltre quale limite l'avidit  socialmente dannosa, inaccettabile,
illegittima? Fin qui i top manager si sono arrogati il diritto  unico  di essere arbitri di se stessi.  la
sola categoria che ha di fatto il potere di fissare i propri stipendi, generalmente stratosferici
(Marchionne incluso).  una delle pochissime lite che si sono isolate dagli effetti nefasti della
globalizzazione: il resto della societ sprofonda, loro sono sempre pi ricchi. E non  affatto vero che
questo sia il mercato. Marchionne mostra scarsa cultura economica e giuridica quando dice che il
mercato disciplina l'economia. Il mercato  una costruzione storica, complessa e sofisticata, una
sedimentazione di istituzioni e di regole fatte dagli uomini. Chi stabilisce, per esempio, le regole
assurde che consentono alla Fca di Marchionne il privilegio di scegliersi una sede fiscale diversa a
piacimento, per pagare meno tasse? Chi stabilisce che lo stesso privilegio non spetta al cittadino del
ceto medio, che non pu lavorare in Italia e arbitrariamente fissare la propria residenza fiscale a
Montecarlo o alle Bahama? Lo stabiliscono delle leggi proposte da governi, votate da Parlamenti, su
sollecitazione e pressione dei poteri forti. Non il mercato.
Ecco cos'ha detto, in un intervento di grande lucidit, Barack Obama a proposito di quei top
manager alla Marchionne, di cui l'America  strapiena: Quando parliamo delle delocalizzazioni di
multinazionali all'estero, o dei privilegi di cui godono i chief executive, o del divario tra la paga
dell'operaio e quella dell'amministratore delegato, su queste cose un tempo c'era un limite, una
costrizione. Il top manager di una volta viveva nella stessa citt dei suoi operai, andava a messa nella
stessa chiesa, i suoi figli spesso andavano alla stessa scuola dei figli degli operai. Tutto ci non esiste
pi. Questo contribuisce a una separatezza, tra il modo in cui i dirigenti aziendali e le lite economiche
vedono le proprie responsabilit, e quel che chiedono ai politici. L'effetto  dannoso, sulle nostre
economie.
Che differenza c' tra lei e un rapinatore? Perch lei non sta in prigione? Cos il deputato
Michael Capuano, democratico del Massachusetts, ha apostrofato uno dei banchieri pi importanti del
mondo.  avvenuto in pubblico, davanti alle telecamere tv, nel corso di un'inchiesta parlamentare.
Settembre 2016. L'imputato  John Stumpf, presidente e amministratore delegato di Wells Fargo. La
banca di San Francisco, che dopo una serie di fusioni e acquisizioni  diventata la numero uno
d'America in molti settori tra cui i mutui-casa,  al centro di una serie di scandali, il pi grosso dei
quali riguarda la creazione di milioni di conti fantasma, intestati ai clienti senza che loro ne sapessero
nulla, allo scopo di addebitargli spese e commissioni aggiuntive. C' di pi, dalle frodi sui prestiti ai
militari ai pignoramenti illegali nei confronti di debitori. Stumpf  il primo banchiere americano a cui
abbiano finalmente inflitto delle multe ad personam: ci ha rimesso 41 milioni di tasca sua, una vera
novit. Per, dopo anni di malefatte,  a piede libero e conserva il suo incarico, cosa che giustamente
sembra assurda al deputato del Massachusetts. I suoi colleghi non sono pi indulgenti. Un altro
deputato, Gregory Meeks di New York, dice: Questa banca  marcia e lei  il capo del marciume. Un
altro definisce Wells Fargo un'impresa criminale. Un'analoga audizione al Senato  stata altrettanto
tempestosa e iraconda. Tocca al deputato repubblicano Jeb Hensarling del Texas pronunciare la verit
pi scomoda: Per i cittadini americani tutto questo ha un sapore di dj vu.
Proprio cos: ci risiamo, daccapo. Come nel 2008. Nulla  cambiato. Malgrado il disastro
mondiale provocato dai banchieri di Wall Street otto anni fa, malgrado le inchieste e le sanzioni, tutto
procede come prima. Molte delle malefatte di Wells Fargo risalgono ad anni recenti, dopo lo shock del
2008, dopo che altre banche erano state punite. I banchieri-banditi non hanno dimenticato nulla e non
hanno imparato nulla, non hanno corretto nulla. Com' possibile?
Il dj vu non chiama in causa solo la finanza, ma implica responsabilit pi generali: dei
regolatori, della politica, anche dei media. Cominciamo dal settore bancario: ormai ci stiamo abituando
al fatto che un sistema nevralgico dell'economia contemporanea sia caratterizzato da comportamenti
criminali ai suoi vertici. Eppure i banchieri continuano a guadagnare tanto e godono di status,
influenza. C' qualcosa di guasto nella selezione e formazione delle lite, nei sistemi di valori, nelle
gerarchie sociali con cui giudichiamo i dirigenti.
Poi vengono le responsabilit dei regolatori e della politica. Nonostante le riforme approvate
durante la presidenza Obama,  evidente che i controlli non funzionano e anche questo  grave: si
interviene ex post, a sanzionare il delinquente, mentre un sistema sano dovrebbe impedire al banchiere
di delinquere, punto e basta. Gli stessi senatori e deputati, che fanno la voce grossa quando hanno le
telecamere addosso e sono alla vigilia di elezioni, hanno spesso depotenziato i testi di legge sulle
banche quando li discutevano in aula. I media non possono essere assolti, perch in una societ dove il
crimine alligna nella classe dirigente, anche il ruolo di denuncia della stampa  stato inadeguato.
L'Europa  in una situazione identica. Da Montepaschi a Deutsche Bank, la catena delle responsabilit
coinvolge le lite di settori diversi: banchieri privati e banchieri centrali che dovevano controllarli; i
politici, soprattutto quelli con le mani in pasta dentro le banche locali; e noi giornalisti carenti
nell'educare i cittadini ad avvistare le trappole, nel metterli in guardia.
Prima conclusione
Come reagire al terrorismo?
Ciascuno di voi pu farsi i conti su misura, ad personam, io li ho fatti. La mia vita  stata
accorciata: dai sei mesi a un anno.  una stima del tempo che ho gi perso e continuer a sprecare in
fila per i controlli di sicurezza negli aeroporti o in altri luoghi pubblici protetti. Nomade globale per
mestiere, facendo una dozzina di voli intercontinentali all'anno, e molti pi all'interno degli Stati Uniti,
posso misurare tra le conseguenze dell'attacco del 2001 l'accorciamento della mia speranza di vita
utile.
Niente di drammatico, certo, rispetto alle 3000 vite distrutte l'11 settembre, pi le molte altre
vittime: i 6000 soldati morti e i 44.000 feriti solo fra le truppe americane in Afghanistan e in Iraq; oltre
al bilancio di morti e feriti immensamente superiore tra le popolazioni di quei paesi. E ancora: fra i 2
milioni di nuove reclute entrate nelle forze armate Usa dopo l'11 settembre e spedite al fronte, il 18 per
cento soffre di sindromi depressive o da stress post-traumatico; fra loro sono pi alti i suicidi, gli
omicidi, la violenza domestica. Il costo umano della militarizzazione dell'America  quasi
incalcolabile. Un caso fra tanti: l'autore di una delle stragi non terroristiche del 2016, il cecchino che
a Dallas ha ucciso cinque poliziotti il 7 luglio, era un reduce dell'Afghanistan.
Ma anche la maggioranza dei civili conosce un prima e un dopo, nella routine quotidiana.
Abbiamo dovuto adattarci a cento piccoli cambiamenti, che rendono diversa la nostra vita. C' chi ha
cancellato interi paesi dalle proprie destinazioni di viaggio. Tutti abbiamo imparato per forza un nuovo
abc della sicurezza. Il viaggio aereo non  l'unico esempio, ma uno dei pi eclatanti. Ricordo quando
nell'America pre-11 settembre l'aereo era per noi come un autobus. Paese di grandi distanze, aeroporti
ubiqui, tariffe basse, treni scadenti: perci andavamo all'aeroporto di continuo e facilmente. Mezz'ora
di anticipo sulla partenza di un volo domestico era sufficiente. Con l'eccezione di pochi scali
ipercongestionati (JFK, Chicago, Los Angeles). I controlli al metal detector erano leggeri, rilassati,
veloci. Un parente o un amico potevano accompagnarti fino all'imbarco, non occorreva biglietto.
Nessun documento d'identit richiesto. I controlli erano stati allentati rispetto agli anni Settanta
(l'unico periodo in cui l'America soffr qualche dirottamento); non a caso, al-Qaeda ebbe il compito
facile.
Lo shock dell'11 settembre ha provocato reazioni a catena, anzitutto la costruzione di un
apparato di sicurezza gigantesco, ipertrofico, invasivo, costosissimo. Con ramificazioni in molte
direzioni: dal costo per il contribuente alle violazioni della nostra privacy, dai disagi quotidiani agli
abusi contro i diritti umani. C' chi si  arricchito anche su quello, compresi i clan affaristici dell'era
Bush: l'azienda petrolifera Halliburton, legata al vicepresidente Dick Cheney, fu tra le prime ad
arraffare appalti in Iraq. E c' una domanda angosciante: tutto questo ci ha reso pi sicuri?
La costruzione dello Stato di polizia cominci subito: nel 2002 il Congresso di Washington
votava il consolidamento di 22 agenzie federali nel nuovo Department of Homeland Security, un
superministero dell'Interno di dimensioni mai viste nella storia di una liberaldemocrazia in tempo di
pace. Operazioni analoghe sono avvenute a livello locale: il solo New York Police Department oggi ha
una task force di mille agenti nel Counter-Terrorism Bureau, e si  dotato della propria agenzia di
intelligence. La spesa pubblica per la prevenzione antiterrorismo  salita del 300 per cento, oltre i 70
miliardi di dollari annui. I soli aeroporti spendono fino a 10 miliardi l'anno in apparecchiature
elettroniche per la sicurezza. Per operare controlli sempre pi dettagliati e invasivi in 450 aeroporti
americani (via le scarpe oltre a giacche e cinture, fuori i computer dalle borse, gettare liquidi e aerosol),
 stato assunto un piccolo esercito che quasi non esisteva: 60.000 dipendenti della Transportation
Security Administration hanno sostituito i pochi addetti (perlopi privati) pre-11 settembre. Il conto 
stato pagato in parte con sovrapprezzi sempre pi alti sui biglietti aerei (da 1 miliardo di dollari di
security fee, tassa sulla sicurezza, nel 2002 a pi di 3,5 miliardi oggi), in parte con le nostre tasse.
L'elenco dei cambiamenti banali che hanno stravolto le nostre routine pu continuare. Ogni
ufficio pubblico, molte sedi aziendali private hanno investito in apparati di sicurezza e controlli agli
ingressi, che non c'erano prima. Tante scuole e universit hanno affiancato le esercitazioni di allerta
terrorismo alle simulazioni di incendio o terremoto. I medici degli ospedali urbani hanno dovuto
imparare a curare ferite che un tempo erano tipiche solo dei teatri di guerra. Naturalmente ci sono
sprechi,  cresciuta un'industria della sicurezza interna, rapace e politicamente potente come il
complesso militar-industriale durante la guerra fredda. Un esperto della materia, il giornalista Steven
Brill, ha stimato in 150 miliardi l'anno i soldi del contribuente gettati via in programmi di sicurezza
fallimentari.
L'impatto pi generale sulla nostra vita quotidiana  quello che deriva da una visione del
mondo post-11 settembre. Abbiamo accettato di introdurre modifiche nel contratto sociale collettivo.
Un presidente democratico come Obama ha aumentato le espulsioni di immigrati fino a un record di
400.000 all'anno. La legge Usa Patriot Act ha fatto arretrare le tutele dei diritti civili. Ogni anno la
National Security Agency viola 56.000 e-mail di cittadini che non hanno nulla a che fare con il
terrorismo, come hanno rivelato i responsabili dell'intelligence dopo le denunce di Edward Snowden.
Il prezzo che paghiamo ci rende almeno pi sicuri? Di certo non abbiamo pi avuto un solo
attentato del livello di quell'11 settembre di quindici anni fa. Quelli successivi hanno fatto molte meno
vittime; quasi nessuno ha preso di mira (in America) gli aeroporti. Ricordo alcuni tra i pi recenti sul
suolo Usa. Maratona di Boston, 15 aprile 2013: 3 morti e 264 feriti. Un istituto per disabili a San
Bernardino, California, 2 dicembre 2015: 14 morti e 17 feriti. Un nightclub gay a Orlando, Florida, 12
giugno di quest'anno: 49 morti e 53 feriti. Un ordigno su un marciapiede nel quartiere di Chelsea a
Manhattan, 17 settembre 2016, 29 feriti. La natura degli attacchi  cambiata. L'Isis ispira, non
organizza meticolosamente come al-Qaeda. Abbiamo a che fare con lupi solitari, oppure coppie di
fratelli o di coniugi. Autoindottrinati su Internet, o in occasione di viaggi all'estero. La capacit di
terrorizzare rimane. E l'imponente arsenale che noi abbiamo accumulato per proteggerci, come sempre
 fatto per combattere il nemico di una volta, non quello attuale.
Avevo vent'anni. Non permetter a nessuno di dire che  la pi bella et della vita (Paul
Nizan, da Aden Arabia, 1931).
Per me e la mia generazione, i vent'anni coincisero con gli anni di piombo in Italia. Anni
schifosi, in cui delle minoranze violente cercarono di rovinare la nostra giovinezza. A volte ci
riuscirono. I terrorismi di allora (al plurale: rosso, di estrema destra, arabo-palestinese) ci sembrano
molto diversi dalla jihad di oggi. Negli anni Settanta mancava la componente religiosa; qui da noi,
s'intende; ma si uccideva in nome di una fede in Irlanda del Nord, o tra Pakistan e India. Un terrorismo
solo politico, magari ateo,  davvero diverso? Non per chi ci lascia la vita, o perde un familiare, o
rimane invalido, con ferite psicologiche incurabili.
David Brooks sul New York Times rilegge un saggio degli anni Cinquanta del filosofo Eric
Hoffer, Il vero credente. Sulla natura del fanatismo di massa (Castelvecchi 2013). Hoffer analizza i
movimenti di massa in cui prevale la negazione di s, il sacrificio in nome di un interesse collettivo.
Caratteri che non si limitano certo ai terroristi. Da noi, il Partito comunista italiano coltivava la
memoria dei partigiani. La Chiesa cattolica venera i suoi martiri, santifica Madre Teresa di Calcutta.
Ma il Pci e la Chiesa degli anni Settanta offrivano anche gli antidoti contro il nichilismo, la frustrazione
e la violenza, perch erano movimenti di massa capaci di animare reti di solidariet, la condivisione di
valori e di ideali collettivi, canalizzando energie verso fini costruttivi. Papa Francesco ci riprova oggi.
Quelli che oggi si arruolano in un movimento di massa come l'Isis non si rivoltano contro
un'oppressione da sanare. I due killer di San Bernardino erano una coppia della middle class, lui aveva
un lavoro ben pagato in California, lei prima di sposarsi aveva studiato in Pakistan in una universit per
ricchi. Stavano allevando una figlia piccola. La frustrazione non nasce da presunte ingiustizie subite,
bens da un senso di mediocrit, di fallimento individuale. Trova risposta in un'ideologia che nega
l'individuo, e in cambio delle stragi e della distruzione del mondo esistente promette un futuro
meraviglioso sia in terra (Grande Califfato) sia nell'aldil. C' di che sacrificare anche la vita di una
bambina di sei mesi, la figlia di quei due. I terroristi, scrive Brooks, sono profondamente scontenti ma
non sono dei diseredati, talvolta hanno vissuto in una noia mortale, una mancanza di scopo, e cercano
la risposta in un'allucinazione, vogliono autoilludersi che l'adesione a una dottrina potente e a un
leader infallibile gli dar accesso a una forza illimitata.
Le risposte che indica sono valide in ogni epoca storica e contro tutte le varianti dei terrorismi:
primo, affrontare la disintegrazione valoriale che  il terreno di coltura di tali movimenti (per questo il
ruolo delle comunit islamiche  indispensabile); secondo, offrire delle cause collettive alternative;
terzo, colpire il carisma dei loro leader.
Reagire in modo razionale al terrorismo? Che sfida per il nostro equilibrio mentale. Gli
psichiatri vengono chiamati in aiuto. Richard Friedman del Weill Cornell Medical College ricorda che
siamo geneticamente inclini a ingigantire il pericolo, dall'et preistorica. Il meccanismo dell'ansia
permanente, il pessimismo, il pensiero negativo, consentirono ai nostri antenati di salvarsi quando la
loro esistenza era minacciata dalle belve feroci, in epoche in cui la longevit media non arrivava ai 30
anni. La terapia cognitiva che propone Friedman comincia da una valutazione lucida di quanto il
terrorismo sia davvero in grado di sconvolgere le nostre vite quotidiane: meno di ci che ci appare
quando siamo sotto lo shock immediato delle stragi del Bataclan o di Nizza. La studiosa dell'Isis
Jessica Stern ci ricorda che un'autodifesa naturale dallo stress di un pericolo mortale  il rafforzamento
dei valori in cui gi crediamo. Se davvero l'effetto degli attentati sar quello di unirci attorno ai nostri
principi fondamentali, allora avremo vinto noi.
Quando sei nell'epicentro di una crisi, hai la stessa illusione ottica del navigante in mezzo alla
tempesta: sembra che l'orizzonte sia scomparso e l'uragano sia destinato a durare sempre. Anche i
ventenni di oggi vedranno un futuro migliore. Auguro loro di riuscire dove la mia generazione non 
stata capace: nel costruire una ricchezza condivisa di valori, al di sopra degli egoismi.
Ho gi spiegato perch esiste un problema islamico; perch dobbiamo incalzare le comunit
islamiche nei nostri paesi, senza assolvere automaticamente i moderati, perch a loro tocca oggi il
lavoro duro e pericoloso che fece  tra gli altri  il Pci negli anni Settanta: prosciugare il brodo di
coltura.
Questa pressione che dobbiamo esercitare sull'Islam moderato non pu confondersi con
un'ostilit indiscriminata. Tantomeno con un giudizio negativo sull'immigrazione in quanto tale.
Gli immigrati non rubano i nostri posti di lavoro, non abbassano le nostre retribuzioni. Sono un
onere per il bilancio pubblico solo all'inizio (prima generazione), ma diventano contributori netti fin
dalla seconda generazione. Queste le conclusioni di un importante studio americano, realizzato dalla
National Academies of Sciences, Engineering and Medicine. Un'analisi ampia sull'impatto economico
e demografico dei flussi migratori negli Stati Uniti, da vent'anni a questa parte, compreso l'impatto sul
mercato del lavoro e sulle remunerazioni dei cittadini americani, nonch i costi e benefici sulle finanze
pubbliche sia a livello federale sia nei singoli Stati.
Una delle prime conclusioni  questa: a dispetto dell'enorme quantit di emozioni e di reazioni
politiche che scatena, nel lungo periodo l'immigrazione sembra avere un impatto scarso sulle
condizioni di vita dei lavoratori gi residenti. In effetti, le uniche conseguenze leggermente negative si
percepiscono nella concorrenza tra immigrati: i pi recenti fanno concorrenza a quelli arrivati prima e
possono togliere loro posti o deprimerne i salari, se si tratta di manodopera poco qualificata. Un'altra
fascia a rischio sono i giovani che non hanno titoli di studio elevati, anche per loro l'effetto sostituzione
da parte degli immigrati  reale. Nell'insieme, la ricaduta netta dell'immigrazione sull'economia
americana rimane positiva. In quanto all'onere sul bilancio pubblico,  limitato sostanzialmente al
costo dell'istruzione per i figli di immigrati di prima generazione. Ma quando questi ragazzi diventano
adulti, cominciano a pagare le tasse, e cos facendo rimborsano lo Stato per i costi che ha sostenuto
per loro.
Le dimensioni dell'immigrazione negli Stati Uniti sono notevoli. Quaranta milioni di residenti
negli Stati Uniti sono nati altrove, e quasi altrettanti sono i residenti che hanno almeno un genitore nato
all'estero. Messi assieme, gli immigrati e i loro figli costituiscono un quarto di tutta la popolazione
americana. La percentuale della forza lavoro nata all'estero  passata dall'11 al 16 per cento negli
ultimi vent'anni. E i flussi continuano a crescere. Negli anni Ottanta in media entravano 600.000 nuovi
immigranti (legali: con Green Card) all'anno, negli anni Novanta gli ingressi sono saliti a 800.000, col
nuovo millennio il ritmo  passato a un milione. Vi si aggiungono 11,1 milioni di clandestini. Questi
ultimi aumentano anch'essi, a un ritmo stabile di 300-400.000 arrivi all'anno. Le cifre del loro impatto
economico  costi e benefici  sono queste: alla prima generazione i costi sostenuti dalla collettivit
sono pari a 57 miliardi di dollari annui. A partire dalla seconda generazione, gli immigrati portano ogni
anno 30 miliardi di dollari alle finanze pubbliche. Dalla terza generazione, il loro contributo netto ai
conti pubblici balza a 223 miliardi annui.
Immigrazione non  sinonimo di terrorismo. Ma in questa fase storica il terrorismo ha quasi
sempre l'aggettivo islamista. Non glielo incolliamo noi, se lo  dato da solo. Come spezzare quel
legame?
Ritorno al paragone col Pci di Enrico Berlinguer negli anni di piombo. Nessuna nostalgia da ex
militante deve farmi velo. Non ci fummo solo noi comunisti a scendere in piazza, a condannare e a
combattere gli assassini. Tanti servitori dello Stato pagarono con la vita: poliziotti, magistrati. Tanti
manager e operai delle imprese sotto tiro furono sequestrati, gambizzati, uccisi. La Democrazia
cristiana sub l'uccisione di tanti suoi esponenti e del suo massimo leader, Aldo Moro (e gli uomini
della scorta morirono prima di lui). Ci furono famiglie straziate, a prescindere dal credo politico.
Il ruolo del Pci, per,  importante per la lezione che oggi riguarda l'Islam moderato. Negli anni
di piombo italiani, di fronte alle Brigate rosse e a Prima linea, la sinistra comunista, socialista,
extraparlamentare oscill a lungo fra due atteggiamenti, ugualmente ambigui e pericolosi. Il primo
consisteva nel dire: gli attentati sono dei gesti assurdi, controproducenti, che non condividiamo, da
parte di compagni che sbagliano; nel senso che gli ideali che ispirano i brigatisti all'origine sono gli
stessi nostri ideali; quei compagni che sbagliano pensano di combattere l'oppressione e l'ingiustizia,
di preparare una rivoluzione, ma usano metodi destinati a fallire. Un secondo atteggiamento consisteva
nel dire che i brigatisti erano pedine manipolate dai servizi segreti deviati o dai fascisti: un po' come
oggi tanti islamici moderati continuano ad accreditare teorie del complotto sulla Cia o sul Mossad
israeliano come orchestratori dell'11 settembre, ecc.
L'una e l'altra reazione, che ebbero autorevoli esponenti, erano deleterie. La seconda non
voleva guardare in faccia la realt: culturalmente, i brigatisti venivano dal nostro album di famiglia e
citavano i testi marxisti che avevano formato anche noi. La prima coltivava un'ambiguit pericolosa,
l'idea che in fondo i brigatisti sbagliassero i mezzi (la violenza) ma non il fine (una societ pi giusta).
Proprio come oggi l'Islam moderato condivide coi jihadisti una generale narrazione vittimista e
recriminatoria sui torti subiti dall'Occidente.
Dove il Pci degli anni Settanta fece faticosamente la scelta giusta? Fu nel dire: la democrazia
italiana  nostra, ci appartiene, non  una democrazia borghese e fasulla da disprezzare e da
violentare. Valorizzando la migliore tradizione della Resistenza e dei padri costituenti della sinistra, il
Pci decise che andava difeso proprio questo Stato. Pag dei prezzi, ma fu decisivo per contribuire
alla sconfitta finale del terrorismo. Quella scelta di campo per salvare l'Italia dalla spirale della
violenza aveva come inevitabile complemento l'altro strappo di Berlinguer: la rottura con l'Urss e la
dichiarazione che noi ci sentivamo pi sicuri da questa parte dell'Alleanza atlantica. Non era solo
Realpolitik per fare accettare il Pci come partito di governo dagli americani. C'era anche l una
rivalutazione della liberaldemocrazia occidentale: piena di difetti, ma migliore delle alternative imposte
ai propri popoli dalle nomenclature comuniste di Mosca e Pechino.  dentro la democrazia occidentale
che il progresso dei diritti poteva svilupparsi meglio, con la partecipazione dei cittadini.  esattamente
questo il principio che oggi dobbiamo pretendere sia riconosciuto dall'Islam moderato che vive in
Occidente. Naturalmente,  essenziale crederci anche noi.
Seconda conclusione
Cos costruiremo un'altra economia
Pu la democrazia sopravvivere all'impoverimento della classe media? Storicamente, le
democrazie liberali sono associate proprio all'ascesa della media borghesia, dalle origini della
Rivoluzione americana e francese. Nell'ultimo dopoguerra, quando la democrazia si estese fino a paesi
che erano stati totalitari come Italia, Germania e Giappone, il consenso popolare fu cementato dallo
sviluppo economico, dalla diffusione del benessere, dell'istruzione, dalle opportunit di ascesa sociale.
Via via che nuovi paesi entravano nel rango delle democrazie, per esempio la Spagna franchista e il
Portogallo di Salazar, questo avveniva ancora sullo sfondo di una vigorosa espansione economica, di
aspettative crescenti. Che ne sar della nostra democrazia nell'era della stagnazione secolare e
dell'impoverimento generazionale? Anzich aspettare che la storia ci dia una risposta,  meglio
intervenire sul male oscuro dell'economia globale, una delle radici della sfiducia di massa.
Cambiare strada  urgente. Ma siamo ancora in tempo per inaugurare una globalizzazione
diversa, un'economia di mercato con esiti meno ingiusti?  realistico voler cancellare gli errori
accumulati in venticinque anni, ripartire in una direzione nuova? E c' ancora qualcosa da salvare nel
principio delle frontiere aperte? Su quest'ultimo punto, la risposta deve essere affermativa. L'Italia  la
seconda economia esportatrice d'Europa. Non tutto il made in Italy  stato subappaltato a terzisti cinesi
e romeni. Il tessuto manifatturiero, soprattutto in alcune regioni del Nord e Nordest,  tuttora una realt
corposa, anche se molto dimagrita rispetto all'inizio degli anni Novanta. Dunque non  una battaglia
marginale, salvare il salvabile non  un combattimento di retroguardia in difesa di qualche rimasuglio
di archeologia industriale.
Certo  una battaglia in salita, dove gli strumenti da usare non sono pi  non esclusivamente 
nelle nostre mani. Le politiche commerciali e doganali verso il resto del mondo, per quanto riguarda gli
italiani, sono di competenza dell'Unione europea. Anche nel resto d'Europa, per, il clima sta
cambiando, l'ideologia liberista perde colpi, si rafforza il consenso verso soluzioni alternative. E questo
accade proprio perch, di recente, l'urto duplice da globalizzazione + progresso tecnologico ha
cominciato a infierire anche sulla classe media. Prima, finch la cosa non ci riguardava, ci siamo
voltati dall'altra parte. Questo va ricordato perch fa parte del tradimento delle lite: le professioni
intellettuali, i colletti bianchi, hanno mostrato scarso allarme fino a quando i colpi dell'automazione o
della concorrenza dalla Cina e dall'Europa orientale si concentravano sull'industria e quindi
decimavano la nostra classe operaia. Ma di recente la minaccia ha cominciato ad allargarsi.
A partire dagli Stati Uniti, per esempio nel settore bancario, l'automazione ha portato a
licenziamenti di massa: centinaia di migliaia di impiegati si sono trovati senza un posto, sostituiti prima
dai Bancomat poi dall'Internet Banking infine dalle app sugli smartphone. Stiamo ancora parlando di
una professione abbastanza dequalificata, il bancario allo sportello aveva smesso da tempo di essere un
privilegiato; per  colletto bianco,  classe media. Poi, sempre in America,  cominciata la seconda
fase delle delocalizzazioni, che ha colpito professioni sempre pi specialistiche: il software informatico
finiva in India, la diagnostica medica pure. Ci si aggiunge l'intelligenza artificiale, gli algoritmi di
Google o Ibm che rubano lavoro ai medici e agli studi legali, agli architetti e ai giornalisti (sissignori,
l'agenzia Bloomberg gi da tempo sforna notiziari finanziari redatti da computer, senza intervento
umano). Si arriva fino ai professori universitari, un mestiere dove poche star, premi Nobel e simili,
stanno facendo incetta di studenti e di guadagni grazie a metodi di comunicazione di massa come i
webinar e i Mooc (Massive Open Online Courses), forme di insegnamento a distanza che creano due
categorie di docenti: in serie A le celebrity strapagate, in serie B tutti gli altri, a rischio di
impoverimento.
Di colpo, quello che prima sembrava un triste destino riservato solo all'operaio  finire
spiazzato dalla concorrenza o di un robot o di un cinese   un incubo che si allarga al ceto medio. In
Europa queste trasformazioni avvengono un po' pi lentamente per effetto delle cosiddette rigidit
del mercato del lavoro, ma la tendenza  la stessa.
Rare sono le categorie protette dalla corsa al ribasso. Ci sono in vari mestieri delle lite che
riescono a procurarsi vantaggi, e il sistema diventa sempre pi winner-takes-all, un'economia dove
pochi vincitori si prendono tutto. La pi significativa di queste eccezioni sono i top manager, unica
categoria per la quale non valgono regole di libero mercato, concorrenza, meritocrazia. Un esempio fra
tanti: nel 2016 i banchieri italiani sono riusciti ad aumentarsi stipendi e gratifiche, al termine dell'anno
pi disastroso (2015) per le aziende di credito da loro amministrate. L'lite dei chief executive e altri
dirigenti si  creata degli scudi protettivi contro la libera concorrenza dei talenti stranieri; non rispetta
alcuna relazione tra produttivit e guadagno; si isola dall'andamento generale dell'economia. Tutto il
resto pu sprofondare, ma loro stanno sempre meglio.  un riassunto del trend pi importante
dell'economia capitalistica negli ultimi venticinque anni. Sotto i nostri occhi si  creata cos una
moderna oligarchia, che fissa le regole per gli altri ma non le applica a se stessa.
Non c' nulla di naturale in questo. L'economia di mercato non  un fenomeno della
natura, come le stagioni o le maree.  il frutto di secoli di elaborazione umana: diritti e doveri,
istituzioni, normative, rapporti di potere, politiche fiscali. Le diseguaglianze non sono sempre state cos
estreme, neanche all'interno del capitalismo: quello americano negli anni Sessanta fu molto pi equo e
solidale di oggi, cosa che non imped affatto una crescita molto vigorosa (anzi, probabilmente ne fu una
causa). Anche nel tempo presente, economie che sono altrettanto esposte alla globalizzazione hanno
livelli di diseguaglianze molto diversi tra loro: basti paragonare la Scandinavia agli Stati Uniti. La
verit  che alcune oligarchie hanno distorto il mercato, hanno pilotato la globalizzazione perch fosse
al servizio dei loro interessi, hanno usato il progresso tecnologico per eliminare lavoro umano e
concentrare i profitti in poche mani. Tutto questo  frutto di azioni umane, scelte politiche. E come tale
 anche reversibile.
Da dove cominciare? Dal fisco: la madre di tutte le distorsioni, la macchina che fabbrica
diseguaglianze. Basti pensare alla parte spropositata del prelievo di tasse che pesa sul lavoro, e quindi
anche sulle imprese che danno lavoro. Il fisco di oggi punisce chi lavora e, di conseguenza, anche chi
assume manodopera umana. Non c' nulla di naturale n di logico n di ineluttabile. In una societ che
invecchia rapidamente, dove i giovani fanno fatica a trovare un'occupazione, si continua
forsennatamente a sostituire forza lavoro umana con automi e algoritmi, anche perch il fisco
incoraggia le aziende a farlo: i dipendenti sono tartassati (sia nelle loro buste paga sia col cuneo
fiscale, ovvero i contributi sociali a carico del datore di lavoro), invece i robot e i software che li
sostituiscono non sono affatto tassati, anzi, sono fiscalmente deducibili come investimenti. Il
messaggio  chiaro: cacciate via gli esseri umani e sostituiteli con cose, risparmierete un sacco di tasse.
Si pu fare diversamente? Il 31 maggio 2016 la Commissione affari legali del Parlamento
europeo, insieme alla Commissione sulla regolamentazione della robotica, ha presentato una bozza di
risoluzione (relatrice Mady Delvaux, gruppo parlamentare socialista) proprio su questo tema: la
possibilit di far pagare gli oneri sociali e previdenziali anche su robot, sistemi di automazione
industriale, software informatici e intelligenza artificiale che sostituiscono lavoro umano. La notizia 
stata accolta con un misto di scetticismo e ilarit, soprattutto da parte degli ambienti confindustriali e
degli esperti neoliberisti. Ridicolo, far pagare le tasse ai robot? Dopotutto, loro in pensione non ci
vanno, n hanno bisogno di cure dal sistema sanitario nazionale. Se  per questo, gli oneri previdenziali
noi li preleviamo anche dai lavoratori che muoiono prima di andare in pensione e non riscuoteranno
mai il frutto della loro contribuzione. E visto che dietro l'automazione c' una scelta strategica del
management, perch non disincentivare la creazione di disoccupati che diventano un onere per la
collettivit (loro continueranno ad avere bisogno di cure mediche e pensioni)?
La contro-obiezione  che si tratterebbe di una tassa antiprogresso. Perch mai? Ogni volta che
io prendo un aereo, c' una tassa sul mio biglietto, non per questo ho smesso di volare. La proposta del
Parlamento europeo oggi pu sembrare fantascienza, proprio come all'inizio del XX secolo in quasi
tutto l'Occidente sembrava fantascienza immaginare un welfare che si occupava degli anziani e dei
malati. Poi arrivarono al potere Franklin Roosevelt in America, i laburisti inglesi, le socialdemocrazie
scandinave, e l'impossibile divent la regola.
Invece, negli anni Sessanta sarebbe sembrato inverosimile, oltre che scandalosamente ingiusto,
un sistema dove le grandissime aziende non pagano tasse perch si trasformano in soggetti apolidi. 
diventato questo il mondo in cui viviamo. Anche questo non  mercato, non  legge di natura:  una
sedimentazione di regole fortissimamente volute da chi si  conquistato questi privilegi fiscali e ha
stravolto il principio democratico per cui siamo tutti uguali davanti alla legge.
Eppur si muove.
E a qualcosa di buono stanno portando, le ventate di populismo-protezionismo.
L'antitrust europeo impone il recupero di 13 miliardi di tasse da Apple, una stangata record
contro i privilegi fiscali concessi dall'Irlanda al colosso californiano. Nel 2016 la tensione
geoeconomica ha raggiunto i massimi tra le due sponde dell'Atlantico. Le maggiori potenze
economiche, Stati Uniti e Unione europea, si sferrano colpi durissimi. Gli americani hanno lanciato
l'offensiva per primi: l'antefatto  il Dieselgate, l'attacco dell'agenzia federale per la protezione
dell'ambiente contro la Volkswagen, rea confessa di avere truccato sistematicamente i dati sulle
emissioni dei suoi motori diesel. Scandalo orrendo, che rientra in una lunga serie di comportamenti
criminali a cui le multinazionali ci hanno ormai abituato, e non importa se vengono dalla virtuosa
Germania (pensate a Thyssen). Sempre a proposito di multinazionali tedesche, nel corso del 2016 la
Deutsche Bank  inseguita dal dipartimento di Giustizia di Washington per le sue malefatte nella
finanza tossica. Ancora una volta, l'etica degli affari non sembra coerente con gli atteggiamenti
moralistici della leadership tedesca.
Ma sul terreno fiscale  l'Europa a dare il buon esempio. Bruxelles ha una lunghezza di anticipo
nell'affrontare una piaga che anche l'opinione pubblica americana considera rilevante: l'elusione
fiscale delle multinazionali. L'antitrust europeo ha bocciato il trattamento di cui ha goduto per oltre un
decennio, dal 2003 al 2014, l'azienda fondata da Steve Jobs. L'indagine Ue ha stabilito che gli accordi
speciali, contrattati ad hoc fra il governo di Dublino e la sede di Cupertino nella Silicon Valley, hanno
regalato ad Apple un'aliquota ultraminima, lo 0,2 per cento, di prelievo sui profitti. Non a caso, 
proprio in Irlanda che sono finiti tanti profitti realizzati da Apple in altre zone del mondo, Stati Uniti
inclusi, ed  l che l'azienda tiene parcheggiata gran parte della sua liquidit (oltre 200 miliardi di
dollari).  un beneficio illegale, ha consentito ad Apple di pagare molte meno tasse di qualsiasi altra
azienda.  un trattamento senza giustificazioni ha concluso la commissaria europea all'antitrust, la
danese Margrethe Vestager. Dure le reazioni delle parti colpite. Il chief executive di Apple, Tim Cook,
respinge le accuse: Noi rispettiamo le leggi e paghiamo tutte le tasse dovute. L'amministrazione
Obama lo difende. Il dipartimento del Tesoro americano esprime delusione: La legislazione fiscale
retroattiva  ingiusta, contraria a principi legali consolidati.
In realt, sull'elusione fiscale il dibattito americano non  tanto diverso da quello europeo. Gi
nel 2013 Apple fu al centro di infuocate sessioni d'inchiesta parlamentare. Il Senato di Washington
denunci proprio i privilegi fiscali concessi dall'Irlanda. Apple non  l'unica: nel corso di
quell'indagine il Congresso mise sotto accusa il fior fiore del capitalismo americano, comprese aziende
industriali molto tradizionali. Le aziende tecnologiche sono quelle che fanno pi scandalo perch
realizzano profitti pi alti e quindi l'imponibile sottratto  pi consistente. Apple, Google, Microsoft e
Amazon svettano sulla classifica dei giganti che eludono le imposte. Secondo un recente studio del
Center for Tax Justice e dell'US Public Interest Research Group Education Fund, le 500 maggiori
aziende americane hanno 2100 miliardi di dollari di cash parcheggiati all'estero, evitando cos di
pagare 620 miliardi di tasse sui profitti.
Perch dunque l'amministrazione Obama ha scelto di difendere Apple? Due le spiegazioni. La
prima  il peso politico del colosso californiano, generoso di finanziamenti bipartisan. C' anche
un'altra considerazione: la Casa Bianca ha avanzato proposte per cambiare le leggi fiscali e imporre il
rimpatrio dei profitti; ma dopo la mossa di Bruxelles le riforme Usa, quand'anche venissero approvate,
rischiano di arrivare troppo tardi: in base alle convenzioni internazionali contro la doppia imposizione,
quelle montagne di utili accumulati a Dublino e dintorni possono essere tassate una volta sola.
Sulla vicenda Apple  e tutte le storie simili: compresa la Fiat-Chrysler (Fca) di Sergio
Marchionne  si gioca una sfida decisiva. Se vogliamo costruire una globalizzazione diversa,  proprio
da qui che dobbiamo partire: da un sistema fiscale che  stato stravolto al servizio di pochi, potenti
interessi.
 da molti decenni che viviamo in un mondo dove al Big Business  stato consentito di
praticare un ricatto permanente. Apple  solo la pi grossa o la pi ricca, dietro di lei un esercito di
multinazionali fanno quel che Jobs e Cook hanno fatto col governo irlandese. Contrattano favoritismi,
regali. Mettono gli Stati in concorrenza fra loro: Chi di voi mi fa pagare meno tasse  possibilmente
zero  avr il beneficio di nuovi investimenti. Alla prova dei fatti gli investimenti sono modesti,
creano poco lavoro e poca ricchezza in loco. Quel che interessa  spostare la sede sociale, la
residenza fiscale.  un accorgimento giuridico che poi consente  a chi ha mezzi sofisticati, influenza
politica, grandi studi di avvocati al proprio servizio  di delocalizzare in quel paradiso fiscale offshore i
profitti realizzati in altre parti del mondo. Apple ha spostato profitti dalla California o dall'Italia, e da
tante altre parti del mondo, per localizzarli artificiosamente nella sede irlandese, dove il patto col fisco
era diabolico: vengo da te a pagare perch sei quello che ha ceduto al ricatto. Cos fan tutte.  il mondo
delle multinazionali per le quali le leggi universali sono state sospese.
Immaginiamo se la stessa libert fosse alla portata del singolo lavoratore. Risiedo e lavoro a
New York; oppure a Milano.  l che si svolge la mia attivit principale,  l che mi viene accreditato lo
stipendio. Ma ho scoperto che l'aliquota Irpef  molto pi bassa o addirittura nulla nel Nevada o a
Montecarlo, nel Centroamerica o in un'isola dei Caraibi. Opl, il gioco  fatto. Senza traslocare, senza
affrontare i disagi dell'espatrio, io continuo a lavorare a New York o a Milano. Ma quando arriva il
momento della dichiarazione dei redditi, la presento al fisco di Panama o delle British Virgin Islands.
Con una semplice piroetta giuridica io sono diventato molto pi ricco. Naturalmente, nel luogo dove
abito, che sia la Grande Mela o il capoluogo lombardo, continuo a usufruire di servizi pubblici come il
trasporto, o della protezione della polizia locale, o della scuola per i miei figli e via dicendo. Tanto c'
qualcun altro che paga per me.
Ve l'immaginate, davvero? Sarebbe il fallimento per bancarotta di tutti gli Stati sovrani, se di
colpo il ceto medio potesse comportarsi come Apple. Peraltro, anche le piccole imprese in questo caso
si ritrovano dalla nostra parte, il gioco irlandese  fuori dalla loro portata.
Comportarci tutti come Apple, questa s  fantapolitica. La soluzione non  estendere l'assurdo
privilegio. La soluzione  ripristinare il principio pi sacro della democrazia e dello Stato di diritto: la
legge  uguale per tutti.
Si pu fare. Qualcuno ci sta provando e le premesse sono incoraggianti. In questo caso abbiamo
perfino una prova tangibile di utilit dell'Europa. Un paese come l'Italia da solo forse non avrebbe la
forza per affrontare il mastodonte Apple. L'Unione europea, per le dimensioni del suo mercato, ha una
stazza equivalente agli Stati Uniti. Ha mostrato, almeno nelle prime battute di questa guerra, grazie alla
coraggiosa commissaria danese, di saper sfoderare la grinta. Niente libri dei sogni, niente utopie
selvagge. Una picconata alla volta, possiamo e dobbiamo abbattere l'Ancien Rgime dei privilegi
feudali che le multinazionali hanno costruito, spacciandolo per libero mercato. Dobbiamo mettere
dei vincoli alla dittatura rapace dei top manager, alla loro assurda potest di fissarsi da soli
superstipendi, un sistema che non ha niente a che vedere con un capitalismo serio dove siano tutelati i
piccoli azionisti e l'interesse di lungo termine delle aziende. Dobbiamo bloccare i trattati di libero
scambio finch le promesse che Obama ha enunciato  sottoporre il commercio estero a rigorose norme
ambientali, tutela dei lavoratori, della salute, dei consumatori  non poggeranno su una metodologia
diversa: quegli accordi devono essere negoziati nella massima trasparenza e con regolari consultazioni
dei cittadini, non delle lobby.
Dagli anni Ottanta abbiamo seguito i falsi profeti di un libero mercato che si  rivelato
un'impostura. Libero come la libert per pochi di depredare, di ricattare, di sottrarsi ai doveri collettivi.
Solo colpendo in alto, rendendo illegale la secessione privata delle lite capitalistiche, ricostruiremo
un'economia che cresce, che estrae meno tasse dal ceto medio, che diffonde benessere a tutti, che
consente ai giovani di progettare un futuro migliore.
Due volte all'anno i principali banchieri italiani emigrano a New York, tappa di passaggio per
incontri di lavoro, prima di raggiungere la destinazione finale di Washington.  in occasione dei
meeting primaverile e autunnale del Fondo monetario internazionale. A Manhattan organizzano
incontri privati e anche cene, alle quali noi giornalisti siamo regolarmente invitati. E comincio a pormi
il problema:  inevitabile continuare ad accettare quegli inviti?  corretto frequentare questi
personaggi, sia pure durante eventi organizzati alla luce del sole? O rischiamo di perpetuare
l'immagine di collusione tra la stampa e un mondo al quale si addebitano colpe sempre pi gravi?
Certo, per dovere di cronaca un reporter deve avvicinare chiunque sia una potenziale fonte di notizie.
Ma le cene conviviali alle volte danno la sensazione di fraternizzare col nemico: tanti lettori
percepiscono giustamente i banchieri come dei predatori.  un segno dei tempi in cui viviamo, che
delle banche si parli ormai sempre pi spesso come di associazioni a delinquere. Che capitalismo 
questo, se la dimensione criminale  diventata ormai la sua seconda natura?
Intendiamoci, i banchieri italiani quando li incontri nelle vicinanze di Wall Street ti sembrano
quelli che sono: dei nanerottoli. Anche nei disastri, sono piccoli rispetto a gruppi come la Deutsche
Bank. I guai del gigante tedesco nascono proprio a New York. Anzitutto perch nel 2007 la Deutsche
Bank scimmiottava i peggiori vizi speculativi delle sue consorelle e concorrenti di Wall Street, e mal
gliene incolse. A tutt'oggi ha in pancia nel suo bilancio una massa tossica di 600 miliardi di derivati,
eredit di quelle scorribande. Poi, nella puntata recente dei suoi guai americani, la Deutsche Bank si 
vista chiedere dal dipartimento di Giustizia americano miliardi di dollari di sanzioni. Il Fondo
monetario l'ha indicata come un pericolo sistemico per la finanza mondiale. La ciliegina sulla torta 
che a provocare i peggiori tracolli delle azioni Deutsche Bank in Borsa sono gli hedge fund americani:
gli speculatori si azzannano fra loro, che spettacolo edificante questa lotta tra iene e avvoltoi.
La Deutsche  solo un caso estremo, per le dimensioni. In difficolt c' anche l'altro colosso
tedesco, la Commerzbank. Nel mirino degli investigatori americani ci sono l'inglese Barclays e
l'elvetica Credit Suisse, dopo che le indagini gi concluse hanno sanzionato tutte le banche Usa, la
svizzera Ubs e la francese Bnp Paribas. Praticamente non si salva nessuno.
E davvero l'interrogativo di fondo riguarda un intero sistema: com' possibile che finanza e
criminalit dei colletti bianchi siano associate in modo cos ricorrente, invasivo, senza che multe e
sanzioni siano un deterrente efficace? Perch il capitalismo finanziario distrugge ricchezze e genera
scandali a ritmo sempre pi frequente, mentre non si pu dire altrettanto per chi produce biciclette o
libri, articoli da giardinaggio o cd musicali?
Un altro interrogativo riguarda il livello di consapevolezza, di vigilanza, di allarme sociale.
Rispetto ad altre forme di criminalit  omicidi o rapine, estorsioni mafiose o sequestri di persona ,
quella finanziaria non sembra scatenare una risposta adeguata. I cittadini risparmiatori sono spesso
impreparati a comprendere la natura del rischio, anche se poi ne pagano le conseguenze. La
responsabilit dei media c', visto che urge formare un pubblico consapevole, avvertito, agguerrito.
Anche le nostre cene coi banchieri diventano un problema, qualora segnalino qualche forma di
indulgenza. Non voglio scivolare nel moralismo facile. Come i medici devono curare anche i criminali,
come gli avvocati devono garantire il diritto a una difesa legale anche ai terroristi, cos il giornalista
deve frequentare sia i capi di Stato sia quei no-global che li contestano urlando dietro le barriere di
polizia e i lanci di fumogeni. Per informare il lettore non ci si pu rinchiudere dentro un recinto di
frequentazioni politically correct, escludendo le altre.
Per, c' un per. Faccio questo mestiere da troppo tempo per non sapere che fra la teoria e la
pratica ce ne corre. Alla fine, quelli che offrono le cene sono soprattutto i membri della classe
dirigente. L'establishment. Banchieri, imprenditori, politici. Anche se noi giornalisti non siamo ricchi,
frequentiamo spesso i ricchi perch questi ultimi ci cercano, vogliono curare la propria immagine e
hanno i mezzi per farlo. Inoltre, tanto pi da quando la stampa  in crisi,  sconsigliabile sputare nel
piatto dove si mangia: raro vedere giornalisti che attaccano, per esempio, il mondo della moda, uno
degli ultimi settori generosi negli investimenti pubblicitari.
Questo conflitto d'interessi sta scemando per conto suo, via via che i Padroni della Rete
invadono la scena: Facebook e Google ormai dominano il mestiere dei media e ci stritolano; alcuni
lettori s'illudono che l'era digitale li stia liberando dagli intermediari, dando a loro la sovranit e il
controllo dell'informazione; di sicuro i giornalisti contano meno di una volta. Ma non  una ragione per
esimerci da un esame di coscienza. Nel tradimento delle lite, ci siamo dentro anche noi.
Terza conclusione
Salvare la democrazia
La missione a cui dedico la mia vita? Salvare gli elefanti. Non perdetevi le attivit che sto
organizzando per la giornata mondiale dell'elefante. Chi parla  una splendida signora quarantenne,
un metro e ottanta su tacchi a spillo, bionda dagli occhi verdi, un fisico da Baywatch di cui l'abito da
sera valorizza le curve e nasconde poco. Stiamo chiacchierando su un prato all'inglese, all'ora
dell'aperitivo, in mezzo a un andirivieni di camerieri in livrea che servono caviale e champagne. Un
centinaio di persone attorno a noi, in un parco meraviglioso, con vegetazione lussureggiante e
curatissima, pi spiaggia privata su una laguna di Southampton.
Insieme al destino degli elefanti in via di estinzione, la signora persegue un'altra missione:
trovare marito. Mi ero trasferita apposta per un anno a Los Angeles, mi sono immersa nel mondo
dello spettacolo, ho fatto surf e beachvolley a Santa Monica, ma non ho trovato l'anima gemella. La
signora mette l'asticella in alto, in termini patrimoniali. Questa sera  nel posto giusto: i padroni di casa
sono miliardari. Tra gli invitati c' un pezzetto di Wall Street, pi qualche grande editore o
pubblicitario. Abbondano le trophy wives, mogli-trofeo, ex top model alla Melania Trump. C'
anche qualche trophy husband, giovanotto affascinante con vent'anni meno della moglie.
Gli Hamptons al plurale sono ex villaggi di pescatori situati sulla punta nord di Long Island, da
oltre mezzo secolo sono (non per la bellezza ma per il denaro ostentato) come la Costa Smeralda o la
Capalbio o la Capri dei ricchi newyorchesi. Siamo a 130 chilometri di distanza da Manhattan,
circondati da grandi spiagge di dune sull'Atlantico, una natura selvaggia a perdita d'occhio. Per i
comuni mortali che arrivano in macchina, il traffico della metropoli impone quasi tre ore di viaggio. I
veri abitanti degli Hamptons usano perlopi l'elicottero. Nel cuore di Southampton li incontri al bar
pasticceria Sant Ambroeus, dove un caff costa 5 dollari e le auto parcheggiate pi comuni sono Ferrari
e Bentley.
Insieme all'ex direttore dell'Economist sono ospite per il weekend da un amico che ha una
propriet quasi modesta per gli standard degli Hamptons: comunque ha un giardino privato, camere
degli ospiti, una piscina, una governante. Ma di fianco alla sua ci sono ville che vogliono rivaleggiare
con il castello di Versailles. Ogni tanto, agli Hamptons si affacciano i coniugi Clinton, che trovano un
pubblico amico e organizzano cene per la raccolta di fondi. La maggior parte sono progressisti di quella
categoria particolare alla quale appartengono Bill Gates o George Soros. Finanziano cause nobili: dalla
lotta al cambiamento climatico ai diritti dei gay, dallo sradicamento della malaria nei paesi poveri
all'alfabetizzazione digitale nei villaggi africani. Senza dimenticare gli elefanti.
Hanno per le idee chiare sul diritto di propriet. L'amico che mi ospita mi accompagna in una
lunga passeggiata sulla spiaggia dove il paesaggio naturale  stato preservato bene, a parte qualche
eccezione. Mi indica un complesso di costruzioni modernissime, eleganti ma in stridente contrasto con
le dune. Un pugno nell'occhio, un mostro dal punto di vista paesaggistico. Mi fa il nome del
miliardario che l'ha edificato di recente. Piscine multiple, case degli ospiti separate da quella
padronale. Un design da vascello spaziale, ancorch attenuato dall'uso di materiali edili molto naturali,
sostenibili. Abbiamo provato a opporci, mi spiega si era formato un comitato locale per la tutela
del paesaggio. Ma lui ha opposto questo argomento: ho comprato il terreno e quindi decido io cosa
farci.
Il microcosmo degli Hamptons  quasi una caricatura, la rappresentazione estrema di un certo
establishment liberal, lite progressista saldamente installata in cima alla piramide sociale. Neppure l'1
per cento, ma lo 0,01. Le lite colpevoli di tradimento, per, non sono soltanto loro. Che Bill Gates e
George Soros siano globalisti a oltranza, non stupisce. Ma attorno a loro  cresciuto un apparato di
persuasori occulti, persone molto meno ricche e tuttavia influenti, che per decenni hanno fatto da
cinghia di trasmissione, diffondendo acriticamente una visione del mondo fatta su misura per
consentire il trionfo del modello-Hamptons. Mentre osservo questo microcosmo che si  conquistato
privilegi feudali, ho la sensazione che salvare la democrazia sia importante quanto salvare gli elefanti.
Anche lei  minacciata di estinzione.
La fabbrica delle salsicce  meglio non visitarla mai, se non vuoi diventare vegetariano per
sempre.
 una vecchia battuta di cui molti si sono attribuiti la paternit. Risale alla fine dell'Ottocento.
La fabbrica delle salsicce  la democrazia.  la politica vista da vicino. Brutta, sporca e cattiva.
Nauseabonda. Disgustosa. Poi, alla fine, guardando ai risultati,  meno peggio di ogni altro regime al
mondo. Non scambieremmo mai le nostre scassate e deludenti democrazie occidentali con una
teocrazia degli ayatollah, o con una dittatura fascista o comunista che decida quali libri o siti Internet
possiamo leggere o visitare, o se abbiamo il diritto di viaggiare all'estero.
Ogni quattro anni, fa parte del mio mestiere visitare la fabbrica delle salsicce americana. Una
visita molto ravvicinata. Diversa da quello studio permanente che ne faccio come corrispondente. Nella
vita normale di un corrispondente la maggior parte del tempo va trascorso a New York e a Washington,
i centri del potere, l dove si prendono decisioni di portata mondiale. Con l'aggiunta di San Francisco,
per via della Silicon Valley: anche quello , a modo suo, un centro del mondo, dove regnano i Padroni
della Rete. Occasionalmente ci scappano le visite a Boston (grande centro universitario), a Los Angeles
(cinema e dintorni), a Seattle (Microsoft, Amazon). Qualche inchiesta pu esigere un sopralluogo al
confine con il Messico, o in localit improvvisamente divenute calde per le tensioni tra la polizia e la
comunit afroamericana (Ferguson, Baltimora, Charleston). Ma sono delle puntate una tantum, in
genere.
Ogni quattro anni, per, diventa obbligatorio seguire un itinerario molto pi variegato,
complicato, e istruttivo. Si comincia da Des Moines, in mezzo ai campi di granturco dell'Iowa, Stato
agricolo del Midwest. Poi c' Manchester, nel New Hampshire, tra i primi insediamenti dei coloni
venuti dall'Inghilterra. A seguire c' il Nevada, sempre pi ispanico; il profondo Texas, dove comanda
il trio Bibbia-petrolio-armi; poi la Florida. Con puntate possibilmente anche in Ohio e in Pennsylvania.
 il percorso a ostacoli delle primarie; cui segue l'itinerario molto simile dei grandi comizi per i
candidati prescelti dai partiti. Applica un calendario casuale, stabilito tanti anni fa (1972), quando
vennero adottate le attuali regole del gioco per le elezioni presidenziali.
Questo tortuoso gioco dell'oca costringe almeno noi giornalisti a entrare nell'America poco
conosciuta e meno raccontata. Finalmente vi accorgete che esistiamo sembrano ghignare gli elettori
di quei posti sperduti, improvvisamente invasi dai network televisivi americani, che paiono colonne
blindate di invasori inviati da una potenza aliena (il pi banale dei collegamenti con un seggio
elettorale coinvolge Tir spaziali targati Fox, Cnn, Msnbc, con padelloni satellitari che potrebbero
comunicare oltre la Via Lattea). Pi una miriade di cronisti stranieri come me: mai visti cos tanti
giornalisti messicani o tedeschi, giapponesi o russi; in quei luoghi remoti appaiono d'incanto soltanto
una volta, ogni quattro anni. Cos gli habitu di Washington e di New York sono obbligati a
soggiornare per lunghi periodi nella fly-over country, quella nazione che di solito sorvoliamo per
passare da una costa all'altra. (E sono sei ore di sorvolo: ce n' di roba l sotto.)
Nel corso del 2016 ho avuto pi volte una sensazione di dj vu. L'Italia mi  apparsa come
un laboratorio politico, un concetto rovesciato: di solito pensiamo che le novit debbano nascere al
centro dell'impero, non alla periferia, e quindi consideriamo l'America come la fabbrica di tutti i trend.
Ma mettendo insieme le date di apparizione di fenomeni come il berlusconismo, il leghismo, e il
Movimento 5 Stelle, abbiamo avuto un ruolo da precursori.
Vivevo a Milano quando, due anni dopo Tangentopoli, Silvio Berlusconi si lanci in politica.
Seguii la sua prima campagna elettorale (1994) mentre ero vicedirettore del Sole 24-Ore. Per le
legislative del 1996 ero diventato il capo della redazione milanese della Repubblica. Le successive
campagne elettorali le seguii dall'estero. Ricordo la fatica che facevo a spiegare il fenomeno
Berlusconi agli stranieri. Oggi no, non farei nessuna fatica, anzi sono gli americani a tracciare analogie
fin troppo facili tra Berlusconi e Trump. Inoltre, ricordo i momenti iniziali in cui era difficile
conoscere un berlusconiano: nella cerchia dei propri amici e conoscenti, se qualcuno lo votava non te
lo diceva. Poi, alle urne, scoprivi che erano tanti. Idem per quanto riguarda la stampa, gli intellettuali,
le lite, ivi compresi i grandi imprenditori (Gianni Agnelli inizialmente lo snobbava): se toglievi quelli
legati direttamente a Fininvest, sembrava che l'Italia colta, influente, autorevole, fosse compatta nel
bocciare Berlusconi. Eppure, tre volte ha vinto e tre governi ha guidato.
E allora un problema riguarda quel noi, pronome plurale che sto usando spesso. Noi
giornalisti. Noi opinionisti. Noi intellettuali. Noi liberal delle due coste, abitanti di New York Boston
Washington San Francisco Los Angeles. Noi che ci frequentiamo tra simili, e tra le nostre conoscenze
facciamo fatica a trovare un rappresentante di quell'altra America. E li abbiamo anche visti, per carit,
e raccontati ai lettori. Non c' reporter che non si sia fatto i suoi bei comizi con Trump, le immersioni
nella folla che lo adora. Ma poi, una volta tornati in redazione, al momento di scrivere, ci siamo
immersi in un mondo dove quelli l sono ovviamente trogloditi, esseri rozzi, dominati da istinti
deteriori. Dalla parte sbagliata della Storia.
Fra le tante sorprese del 2016 c' quella di Trump che sdogana l'elusione fiscale. Credevamo
fosse un vizio italico sottrarsi ai doveri del contribuente e vantarsi di essere furbi. Che colpo per il
nostro mito americano.
Vale la pena ricordare uno scambio di battute fra Hillary e Donald nel corso di un duello
televisivo. Lei: Perch Trump si ostina a non mostrarvi le sue dichiarazioni dei redditi, primo
candidato in quarant'anni che nega questa trasparenza fiscale? Forse non vuole far sapere agli elettori
che non paga tasse federali?. Lui: Be', vuol dire che sono smart. Smart, come furbo, brillante,
geniale.
Questo mi riguarda.  un duro colpo a una certa immagine dell'America alla quale ho creduto
sinceramente, e che a suo tempo usai anche per denunciare le anomalie italiane: Berlusconi, e non solo.
Tante volte ho raccontato ai lettori italiani la storia  vera  del boss Al Capone incastrato inizialmente
non per mafia, ma per evasione. Era il simbolo di un modello sociale virtuoso: l'America non perdona
chi viene meno ai propri doveri fiscali.
Purtroppo non  cos. O, almeno, non sempre. Dipende. La vicenda Trump costringe a fare i
conti con due verit scomode. Primo, c' un capitalismo americano che pratica l'elusione fiscale
sfruttando tutte le possibilit offerte da normative perverse, leggi ad hoc, conquistate con la pressione
lobbistica. Certe forme di elusione avvengono in casa, senza bisogno di andare a Dublino, come fa
Apple. Interi settori come quello immobiliare si sono costruiti dei paradisi fiscali interni, ricattando
le amministrazioni locali. Democratici inclusi: a New York, il governatore Andrew Cuomo e il sindaco
Bill de Blasio. O mi cancelli le tasse oppure io costruisco altrove, e i posti di lavoro li creo nel collegio
elettorale di un altro governatore, di un altro sindaco. Il risultato  una giungla immonda di esenzioni e
sovvenzioni, tali che alla fine un miliardario paga meno di un impiegato. Alla fine il ricatto diventa una
sorta di collusione.
Il mio sindaco di sinistra (radicale!) de Blasio non pone limiti alla speculazione edilizia a
Manhattan e Brooklyn, purch gli affaristi immobiliari gli costruiscano anche un po' di case popolari.
Le due parti diventano complici, le regole vengono distorte a patto che, alla fine, ciascuno ne abbia un
tornaconto. Ma in questo patto scellerato, a quelli delle case popolari vanno le briciole. Per questo New
York  un cantiere perpetuo: le gru le paghiamo noi contribuenti normali, i profitti degli immobiliaristi
non sarebbero cos elevati se non fossero di fatto esentasse. Intanto i ceti popolari continuano a essere
espulsi sempre pi lontano, con la gentrification.
Altra verit scomoda. Una parte della societ americana si sente oppressa dal fisco, e riceve
servizi pubblici cos scadenti in cambio delle imposte da solidarizzare con il miliardario. L'affarista
sussidiato dai favoritismi fiscali riscatta le sofferenze del contribuente medio, in un assurdo
rovesciamento delle parti. Questo rivela un problema per i democratici, per i progressisti. Se la sinistra
diventa il partito dell'Agenzia delle Entrate, una fascia di elettori la teme come la peste. Se il Partito
democratico si presta alla caricatura  per la sinistra ogni problema nazionale si risolve solo
buttandogli addosso altro denaro pubblico , un pezzo di America star sempre dalla parte opposta.
Quando Obama vinse  sia la prima sia la seconda volta, nel 2008 e nel 2012 , quelli l
tornarono a essere maggioranza in soli due anni, appena si spense l'eccitazione delle presidenziali e si
vot per il Congresso. C' qualcosa che non funziona nella democrazia, nel discorso pubblico, e nel
nostro modo di raccontare le cose, se le due trib continuano a convivere come separate in casa, nel pi
profondo disprezzo reciproco.
La salvezza verr dai social media? C' una visione anarco-libertaria che attribuisce alle
tecnologie digitali una valenza politica, rivoluzionaria. I limiti della vecchia democrazia svaniscono
d'incanto, da soli, via via che questa nuova trib di nativi digitali prende il potere, e la sovranit
popolare diventa il flusso continuo d'informazioni e decisioni via Facebook, Twitter e compagni. Si
tende a dimenticare che i regimi autoritari abbracciano i social media, purch non siano americani. Noi
tendiamo a considerare l'Occidente come l'ombelico del mondo, ma in termini di masse di utenti
bisogna ormai fare i conti con i social media cinesi, per esempio l'onnipresente Weixin (in inglese
WeChat), messaggeria istantanea per oltre mezzo miliardo di persone che vi custodiscono anche il loro
album fotografico, una sorta di diario permanente a disposizione degli amici.
Il fondatore e chief executive di Facebook, Mark Zuckerberg,  stato uno dei primi a teorizzare
che il business pi attraente dei social media si sta spostando dalla comunicazione scritta (digitale,
s'intende) alla comunicazione di contenuti video: pi caldi, pi intensi, pi emotivi, pi sintetici. Per
Zuckerberg, l'intuizione  stata precoce. Nel 2012 compr per 1 miliardo Instagram, che aveva 30
milioni di utenti: oggi ne ha pi di 400 milioni. Poi, nel 2014, compr per 19 miliardi WhatsApp, che
aveva 450 milioni di utenti: oggi sono pi che raddoppiati, superando la soglia del miliardo.
Nei social media le fonti di fatturato e di profitto continuano a essere sempre due: la vendita di
informazioni su di noi (saccheggiando la nostra privacy) e le inserzioni pubblicitarie (distruggendo
lentamente ogni settore che campava di pubblicit). Fermo restando che il futuro appartiene alla
comunicazione di contenuti video live, e quindi ai social pi adeguati e flessibili per questo tipo di
uso, ora bisogna prepararsi al prossimo balzo in avanti: l'uso sistematico della realt virtuale. In altri
termini, scordatevi l'idea che le notizie vi vengano trasmesse sullo schermo dello smartphone dal
faccione di un reporter o di un citizen-journalist (testimone oculare). La realt virtuale consentir di
trasformare le brutte facce in avatar degni di Pixar e Disney. Le notizie diventeranno pi attraenti:
effetti speciali, animazione, videogame. Buon divertimento.
In quanto a Zuckerberg, che possa essere il facilitatore di una nuova democrazia digitale 
dubbio. Basta ricordare i suoi atti di servilismo verso il governo di Pechino, la superpotenza comunista
che continua a opporgli barriere alte quanto la Grande Muraglia. Pur di accattivarsi Xi Jinping,
Zuckerberg si  fatto fotografare mentre faceva running per le vie di Pechino, suscitando ilarit o
irritazione fra chi in quella citt ci vive e ne respira lo smog. La piaggeria non  bastata a far revocare il
divieto di accesso a Facebook in Cina. Ma la dice lunga sul legame tra social media e salute della
democrazia: inesistente.
Altro eroe dell'insurrezione digitale  Julian Assange, il capo di WikiLeaks. Da anni conduce
una vita difficile, recluso nell'ambasciata ecuadoregna a Londra per sottrarsi a un mandato di
estradizione in Svezia. Ma  un eroe della democrazia? Ripercorrendo la storia decennale di
WikiLeaks, il tratto unificante  questo: gli attacchi sono abbastanza unilaterali, salvo rare eccezioni 
l'America il bersaglio principale. La Russia appare sempre pi spesso come la sua fonte, e lui non lo
nega.  quando se la prende con gli Stati Uniti che WikiLeaks fa notizia e la sua fama s'ingigantisce.
L'elenco parte dal dicembre 2007, con la pubblicazione del manuale interno d'istruzioni ai
militari di Guantnamo Bay, l'indegno supercarcere dove gli Usa, dalla guerra in Afghanistan in poi,
detengono molti prigionieri accusati di essere combattenti nemici. Poi arriva un regalo alla destra
americana, la divulgazione nel novembre 2009 degli scambi di email tra autorevoli scienziati
ambientalisti, da cui risulterebbe un complotto contro i rari studiosi che negano il cambiamento
climatico. Il 25 luglio 2010 Assange rende di dominio pubblico 75.000 rapporti segreti dei militari Usa
sulla guerra in Afghanistan. Il 22 ottobre dello stesso anno  la volta di 400.000 documenti riservati
sulla guerra in Iraq dai quali trapela, fra l'altro, un bilancio di centomila vittime irachene di cui il 60
per cento sono civili.
Il grande botto arriva poco dopo, il 28 novembre 2010:  il cosiddetto Cablegate, la
rivelazione di 250.000 comunicazioni riservate tra il Dipartimento di Stato e le sue ambasciate nel
mondo. I dialoghi interni alla diplomazia Usa diventano di dominio pubblico, creando tensioni con i
governi (alleati o meno), talvolta scatenano crisi politiche all'interno di paesi stranieri destabilizzati dai
giudizi confidenziali degli americani o dalle notizie che Washington e gli ambasciatori si scambiano
sulla corruzione di questo o quel regime. Compreso il versante italiano, che coinvolge Berlusconi, Eni,
Putin. In alcuni casi, come la Tunisia,  stato osservato che le primavere arabe hanno avuto una
scintilla iniziale anche da quelle rivelazioni. Da ultimo, Assange si  concentrato sulla campagna
presidenziale Usa, bersagliando i democratici. Rivelazioni su Russia o Cina? Zero. Al New York
Times, che gliene chiedeva conto, in un'intervista lui stesso rispose: Tutti criticano la Russia, che
noia.
La storia d'America e del mondo poteva essere diversa, forse. Se la verit avesse avuto la
meglio. Truth, la verit, appunto.  il titolo del film con Robert Redford che racconta una piccola
vicenda ignobile, quella che avrebbe dovuto affondare George W. Bush e impedirne la rielezione nel
2004. Non per via della sua grande bugia sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein,
l'impostura che spian la strada all'invasione dell'Iraq nel 2003. Quella, comunque, sarebbe rimasta
impunita. Ma c'era un'altra macchia nel passato di Bush, raccomandato da giovane per evitare il
servizio di leva e la guerra del Vietnam. Imboscato in un incarico di tutto riposo nella Guardia
nazionale del Texas. E assenteista cronico anche l. Con tante piccole menzogne a coprire le sue colpe.
Per il presidente della destra nazionalista e guerrafondaia, uno scandalo cos poteva essere
fatale. E invece no. Quando il celebre giornalista televisivo Dan Rather tira fuori quella storia su Cbs
News, il 9 settembre 2004 (a due mesi dalle elezioni), la destra comincia un'implacabile caccia
all'errore. Trovano delle contraddizioni in una delle fonti. La storia si rovescia, diventa lo scandalo
Dan Rather. Non importa che le rivelazioni sul finto servizio militare di Bush siano vere, quelle
passano in secondo piano. Rather ci rimette l'incarico, la sua lunga e onorata carriera finisce
malamente su quell'incidente. Finisce ancora peggio la sua producer Mary Mapes (autrice del libro da
cui  tratta la sceneggiatura, e interpretata nel film da Cate Blanchett).
In Truth non c' il lieto fine, anzi, vincono i cattivi. Colpa degli errori dei giornalisti? Oppure i
media nel 2004 contano meno che nel 1974, l'anno di Tutti gli uomini del presidente, quando le
rivelazioni di una gola profonda ai giornalisti del Washington Post provocano le dimissioni del
presidente repubblicano Richard Nixon? Nel finale del film  quando la Cbs organizza un processo
interno contro Rather e la producer, chiamando avvocati legati a filo doppio con l'amministrazione
Bush  si capisce un problema che sta a monte: gli interessi economici di chi possiede la tv, l'intreccio
di collusioni e scambi di favori con il governo, dunque il problema degli assetti proprietari nel mondo
dell'informazione.
Ne parlo a New York con i protagonisti della vicenda (Dan Rather, Mary Mapes) e con i due
attori che li impersonano, Redford e la Blanchett. Questo  un tema mi dice Redford a cui voi
giornalisti, per primi, dovreste dedicare pi attenzione. Il ruolo della propriet nei media, e come gli
interessi economici prevalgono o manipolano l'informazione. Spero che questo film aiuti ad aprire una
discussione su questo tema essenziale per la nostra democrazia.
La storia vera di Truth si svolge in un'epoca recente, appena dodici anni fa, e tuttavia oggi il
panorama dell'informazione  quasi irriconoscibile rispetto a quello di allora. Nel 2004 Facebook era
nato da pochi mesi, Twitter non esisteva, Google si era appena quotata in Borsa; il loro impatto nel
modo d'informare era nullo. Oggi gli stessi problemi di concentrazione si ripropongono, ma con
soggetti diversi. Molto pi potenti e incontrollati.
Ai tempi di Rather, o di un altro leggendario anchorman televisivo come Walter Cronkite, i loro
volti personificavano The News, incarnavano una credibilit delle notizie, erano fonti autorevoli e
rispettate. Oggi, quando accendo lo schermo, vedo una faccia parlante, e sotto scorrono le cosiddette
banner, strisce di notizie o commenti che distraggono la mia attenzione.  un bruso nel quale
perdiamo concentrazione, facciamo fatica a ricostruire una gerarchia d'importanza delle notizie.
Quale ruolo  riuscito a difendere il giornalismo investigativo in America? Rather d questa
risposta: La Cbs aveva sostenuto i suoi giornalisti per decenni, dall'epoca delle battaglie per i diritti
civili o nella guerra del Vietnam, anche quando i nostri reportage erano scomodi. Nel 2004 la dinamica
 cambiata. Solo in seguito scoprimmo che il panel di avvocati messo assieme per interrogarci era stato
concordato dalla propriet, Viacom, con la Casa Bianca di Bush. La vera questione  se vogliamo che i
media americani parlino il linguaggio della verit di fronte ai poteri costituiti, che continuino a porre
tutte le questioni scomode, senza accettare le cortine di segreto. Quando tu smetti di porre delle
domande, allora  l'America che ha perso. Un tempo le news erano un settore separato, rispettato, quasi
sacro. Poi la tv  diventata il dominio dell'entertainment e la logica dello spettacolo ha cominciato a
condizionare anche l'informazione.
Cate Blanchett osserva: Da quella storia sono passati dodici anni e temo che oggi il ruolo del
giornalismo investigativo sia ancora pi sotto tiro. Fa impressione ricordarlo, ma nel 2004 non esisteva
ancora Twitter, la blogosfera stava appena sviluppandosi. Oggi mi preoccupa vedere una massa di
gossip ri-twittati che diventano verit. Il giornalismo vero  assediato dall'opinionismo, una massa di
opinioni diventano virali e distolgono l'attenzione dal lavoro di inchiesta.
La buona notizia  che esiste ancora, dopo cent'anni di vita, la Columbia University Graduate
School of Journalism. Una delle pi antiche scuole di giornalismo, e probabilmente la migliore, fiorisce
in un'epoca in cui gli stereotipi dominanti annunciano la crisi del giornalismo, o almeno dei giornali.
Come pu una facolt universitaria continuare a preparare i giovani per una professione in via di
estinzione?
Il mistero glorioso di Columbia forse contiene un messaggio importante per tutti noi: giornalisti
e, soprattutto, cittadini-lettori. Basta leggere la definizione che questa scuola d della propria missione.
Una descrizione succinta, efficace, quasi la sintesi perfetta di un secolo di storia: La scuola prepara
giovani di tutto il mondo a svolgere una funzione vitale in una societ libera: trovare la verit in
situazioni complicate, solitamente con poco tempo a disposizione, e comunicarla al pubblico in modo
chiaro e interessante. L'autodefinizione aggiunge che chi esce da questa scuola deve considerare se
stesso come un leader per il cambiamento e il miglioramento della sua professione. Molto vasta e
comprensiva la prima descrizione, ambiziosa la seconda. Il messaggio  chiaro: da qui sono usciti,
escono e usciranno tanti fra i migliori, in un mestiere da cui dipende la salute delle nostre democrazie,
la difesa dei nostri diritti.
Nel paese dove in passato la stampa fece tremare dei presidenti, dove talvolta fu capace di
scoperchiare scandali ai vertici del capitalismo, l'asticella della qualit  fissata molto in alto. La
Columbia  la scuola che assegna ogni anno il premio Pulitzer, il pi ambito dei riconoscimenti per i
giornalisti americani (e anche gli scrittori). Ma pi degli allori e dei trofei storici, quel che conta oggi
 il ruolo della Columbia nell'esplorare nuove strade, nell'analizzare lo stato di salute, l'evoluzione e le
vie di successo di un'industria dei media investita da shock tremendi. Nelle sue aule si cerca di
sperimentare un modello sostenibile, che continui a garantire anche in un futuro totalmente digitale il
successo economico e la funzione civile del sistema dell'informazione.
Scuola  un nome fuorviante per gli italiani: questa  una superfacolt, dove si studia solo a
livello di Master o di Ph.D. (dottorato di ricerca); chi entra qui, di solito ha gi una o pi lauree.
L'aureola di prestigio che circonda questa istituzione comincia dalla sua collocazione urbana. La
School of Journalism  in un angolo del campus della Columbia, che incorpora negli edifici imponenti
due secoli di modello americano: la punta avanzata della civilt occidentale, in una nazione dove
l'establishment si  formato nelle grandi universit, e ha poi restituito generosamente alle stesse
facolt con le donazioni dei mecenati.
In pi, la Columbia  l'unico vero campus urbano di tutte le storiche universit della Ivy
League, cio le pi antiche ed elitarie d'America. Questo le aggiunge un fascino particolare  essere
immersa nel ritmo di vita frenetico di New York, succhiarne la vitalit e la centralit globale , ma allo
stesso tempo pu essere fonte di distrazione permanente per chi studia matematica o biologia. Non cos
per gli aspiranti e futuri giornalisti: per loro, al contrario,  un privilegio studiare a pochi metri da
Harlem, a poche fermate di metr da Times Square o da Wall Street. Una scuola di giornalismo nel
cuore di Manhattan  situata al tempo stesso nel centro di gravit di tante notizie di rilevanza nazionale
e mondiale  dalla cronaca nera alla finanza, dalla cultura alla tecnologia  ed  anche fisicamente
vicina a molti di quei media dove i giovani studenti sperano di trovare lavoro: dalle tv ai giornali, fino
ai media digitali, che sono concentrati fra le due capitali rivali dell'innovazione, New York e San
Francisco.
Una delle attrattive della School of Journalism  da sempre la qualit dei docenti.
Contrariamente a un vecchio pregiudizio italiano (chi non fa, insegna), qui il personale docente 
pieno di giornalisti che hanno avuto, hanno e continueranno ad avere delle carriere importanti.
Spiccano nomi come un ex direttore del New York Times o la corrispondente della Cnn alla Casa
Bianca, grandi firme del Wall Street Journal e del Washington Post. C' anche un opinionista
della Repubblica, Alexander Stille. Tutti sono docenti all'americana, cio, quando figurano
nell'elenco della Faculty (corpo accademico) in funzione attiva, vuol dire che gli studenti possono
davvero contare su di loro. Niente baroni altezzosi e inaccessibili. Posso testimoniarlo,
indirettamente, di persona. In una vita precedente ho insegnato alla School of Journalism di Berkeley,
che si picca di essere la seconda migliore dopo la Columbia. Alla fine di ogni semestre davo i voti ai
miei studenti, ma anche loro li davano a me. Un prof assenteista, o che si rinchiuda nella sua torre
d'avorio e non sia disponibile per una formazione costante e interattiva dei suoi studenti, viene
licenziato.
Se in tutti gli statuti della School of Journalism appare il bene pubblico come finalit
suprema,  perch cos volle il suo fondatore. Joseph Pulitzer, che fu all'origine della scuola oltre che
del premio, era un immigrato ungherese. Nell'ultimo ventennio dell'Ottocento divenne uno dei pi
importanti editori di giornali, in feroce competizione con William Randolph Hearst. Mentre Hearst, che
ispir il personaggio Citizen Kane del film di Orson Welles, era il fautore di un giornalismo populista,
scandalistico, politicamente con tentazioni fasciste e guerrafondaie, Pulitzer era un democratico
sincero. Fu anche eletto per il Partito democratico e si distinse nelle lotte contro i colossi capitalistici e
la corruzione. L'idea di una stampa come contropotere, come guardiano in difesa dei pi deboli, era la
sua guida.
La Columbia fu un'istituzione progressista fin dalla nascita, per esempio per l'emancipazione
femminile. La sua prima classe di studenti, che inizi i corsi il 30 settembre 1912, annoverava 72
studenti di cui 12 donne: un record per quell'epoca. Tra le altre prove di lungimiranza, nel 1939 la
scuola cominci a intuire l'importanza delle nazioni emergenti (non si chiamavano ancora cos),
aprendo delle succursali in Cina e America latina. Introdusse corsi di giornalismo televisivo non
appena questo mezzo si affacci in modo sperimentale, e prima ancora che diventasse un
elettrodomestico onnipresente nelle case degli americani. Negli anni Ottanta il computer entr nelle
aule quando ancora non era presente in tutte le redazioni dei giornali in molte parti del mondo.
Un carattere fondante della Columbia School of Journalism  il rapporto di simbiosi con la citt.
Fin dalle origini di questa facolt, i suoi studenti sono stati addestrati sul terreno, la loro prima scuola
era il marciapiede, e possibilmente quello dei quartieri pi disagiati, pi degradati: i pi fecondi per
la cronaca nera, i pi interessanti da raccontare al lettore benestante abbonato al New York Times
nell'Upper East Side, che in quelle zone della citt difficilmente avrebbe messo piede. Tuttora una
delle palestre di allenamento degli aspiranti giornalisti  il Bronx Beat, settimanale pubblicato dagli
studenti con cronache locali.
 nell'inseguire le novit tecnologiche dei media che la Columbia ha tentato anche di risolvere
un'equazione economica fondamentale: come mantenere in vita una professione che sembra
minacciata? La questione si pone in modo concreto, in un altro tempio del giornalismo che si trova a
poche fermate di metr di distanza, il New York Times. Il quotidiano pi importante di questa citt
fu il primo a lanciare un sito Internet ricchissimo, praticamente con lo stesso contenuto informativo
dell'edizione cartacea, e tuttavia gratuito. Con la speranza che il forte afflusso di lettori online si
trasformasse in ricavi pubblicitari sufficienti a mantenere tutto l'apparato. Il successo online c' stato,
ma per la pubblicit, e quindi per il mantenimento di una struttura costosa (per esempio, decine di uffici
di corrispondenza all'estero), non si pu ancora rinunciare all'edizione cartacea. Altri giornali
americani, che avevano seguito il New York Times senza lo stesso successo online, hanno
ridimensionato drasticamente le proprie redazioni.
Il rischio  quello di un depauperamento del giornalismo guardiano, quindi di una
soverchiante superiorit di poteri forti, politici o economici. Tra le risposte che la Columbia sta
sperimentando c' un filone di giornalismo investigativo praticato dai suoi studenti, che offrono i loro
articoli a diversi giornali americani, incluso il New York Times. Quest'attivit viene finanziata
attraverso un mecenatismo impegnato: offerte di cittadini e associazioni che vogliono sostenere
attivamente la libert di stampa e il pluralismo dei mezzi d'informazione.
Calunniate, calunniate: qualcosa rester. Attribuita a Voltaire, la frase  di Francis Bacon,
filosofo inglese del Seicento. Pi poetica ma non meno crudele  l'aria del Barbiere di Siviglia di
Rossini:
La calunnia  un venticello
un'auretta assai gentile
che insensibile, sottile,
leggermente, dolcemente,
incomincia a sussurrar.
Piano piano, terra terra,
sotto voce, sibilando,
va scorrendo, va ronzando;
nelle orecchie della gente
s'introduce destramente,
e le teste ed i cervelli
fa stordire e fa gonfiar.
La diffamazione  un meccanismo malefico che gli antichi conoscevano bene. Noi ne abbiamo
moltiplicato la potenza grazie a Internet, ai social media. Quella che segue  una storia vera e
spaventosa, accaduta a un collega che ammiro. Fareed Zakaria, di origini indiane ma cittadino
americano,  uno dei pi autorevoli editorialisti di geopolitica, grande esperto di Medio Oriente.
Collabora con Cnn, Time, Washington Post. Quello che gli  successo lo ha raccontato in un
articolo sul Post.
Tutto cominci scrive Zakaria quando un sito online per me sconosciuto pubblic un testo
intitolato Il conduttore della Cnn Fareed Zakaria incita allo stupro delle donne bianche nel nome della
jihad. Secondo l'autore, in un mio blog io avevo invocato la cattura delle donne americane, da usare
come schiave sessuali, al fine di spopolare la razza bianca. Inoltre, l'autore sosteneva che su Twitter io
avessi scritto: Ogni morte di un bianco mi riempie gli occhi di lacrime di gioia. Disgustoso. Talmente
eccessivo che un simile castello di bugie sarebbe crollato da solo, giusto? Sbagliato. Ecco cos'
successo dopo. Centinaia di persone hanno cominciato a segnalare quel blog, a twittarlo e a ritwittarne
il link, aggiungendovi dei commenti troppo volgari o razzisti perch io possa ripeterli qui. Alcuni siti
dell'estrema destra hanno ripubblicato la cosa tale quale, come una notizia accertata. A ogni nuovo
ciclo il livello d'isteria cresceva, c' chi chiedeva il mio licenziamento, la mia deportazione, la mia
uccisione. Se qualcuno provava a rintracciare il presunto blog o tweet iniziale che mi veniva attribuito,
ovviamente non lo trovava, ma gli autori della diffamazione avevano la scusa pronta: io lo avevo
cancellato per non attirare l'attenzione. Se provavo a dimostrare che la storia era falsa, confermavo la
teoria per cui stavo manovrando per insabbiare tutto. A un certo punto l'intimidazione digitale si
trasfer nel mondo reale: arrivarono telefonate di minacce a casa, rivolte alle mie figlie di 7 e 12 anni.
Fareed cerca una morale positiva: Non importa quanto diventino virali, le bugie restano bugie. Il
danno per  fatto, forse incancellabile.
Pensate a un'altra montatura celebre, e che forse voi credete sbugiardata per sempre: ancora
oggi un quarto degli americani, e quasi la met degli elettori repubblicani, pensano che Obama sia
musulmano.  falso. Ma  diventato impossibile estirpare la convinzione radicata dentro una fetta della
societ americana. Chi  attaccato cos non pu fare molto per difendersi. Rivolgersi alla polizia, alla
magistratura? Le forze dell'ordine fanno fatica ad aggiornarsi all'era digitale, spesso non colgono la
gravit di queste aggressioni. Ammesso che ci siano le leggi adeguate, chi deve difendere la propria
reputazione ha di fronte un percorso faticosissimo, deve perdere un'enorme quantit di tempo, spendere
un sacco di soldi in avvocati. Finisce comunque per fare pubblicit alla calunnia stessa, proprio come
accadde a Obama: lui smentiva, e la leggenda della sua adesione all'Islam guadagnava notoriet.  una
trappola infernale.
Qualcosa forse possiamo farlo tutti noi, cercando di negare ascolto alla calunnia. Ciascuno pu
condurre una piccola battaglia privata contro la metastasi dei trolling, i calunniatori online. 
un'operazione di pulizia del nostro pensiero. Bisogna armarsi di una diffidenza sistematica verso la
maldicenza, i sospettosi, quelle persone che nella vita reale o nei social media versano fiele e veleno su
tutto e su tutti, cercano trame e moventi oscuri nelle azioni delle persone. Preferire chi  portatore di
una visione positiva. Voltarci dall'altra parte, di fronte a chi ha sempre qualche retroscena squallido da
raccontarci. Ci guadagneremo tutti.
Avevo cinque anni quando capii che mia madre parlava con persone che non esistevano. La
mamma di Orlando Montes soffriva di schizofrenia. Per lui, quella malattia  diventata una sfida e un
progetto di vita. Caf 54, il suo bar ristorante a Tucson (Arizona), impiega quasi esclusivamente malati
mentali.
Rising Tide, cio marea montante, si chiama un autolavaggio molto particolare. Si trova a
Parkland, in Florida, ha 40 dipendenti di cui 35 sono autistici. L'autismo per noi  un fattore
competitivo, chi ne  affetto d il meglio di s in mansioni strutturate, dove bisogna concentrarsi nei
dettagli. Chi parla  il capo dell'officina di lavaggio, John D'Eri. Suo fratello minore soffre di
autismo. Arrivato all'et di 22 anni, doveva fronteggiare un dramma comune: per gli autistici sono
previste scuole e anche universit, ma una volta finiti gli studi non c' pi quasi niente. Il 90 per cento
di loro resta disoccupato. Non  ineluttabile, perch sono dei grandi lavoratori.
A una riunione del Sierra Club, cellula di New York, gli ambientalisti aderenti a
quest'organizzazione volevano trovare qualcosa di concreto da fare. Stavano facendo un po' di
brainstorming, riflettendo ad alta voce tutti insieme. Qualcuno ha buttato l una statistica secondo cui i
grattacieli di Manhattan sono tra le maggiori fonti d'inquinamento (divorano energia con gli impianti di
aria condizionata), anche perch all'origine i loro tetti furono coibentati con pece e catrame nero. Oggi
si sa che  un pessimo materiale isolante: protegge poco dal gelo invernale, in compenso moltiplica il
calore estivo e costringe ad aumentare l'aria condizionata. Cos  nato il White Roof Project: i weekend
si va in giro per la citt a dipingere di bianco i tetti dei grattacieli. Ogni volta si presentano centinaia
di volontari, e ci divertiamo pure.
Sono tre storie belle, potrei raccontarvene altre: decine, centinaia. Le ho scoperte grazie a Tom,
il mio cameraman preferito. Tom ha fatto un corso di specializzazione alla Columbia University in
fotografia, cinema, produzione e regia. Segue un progetto importante. Si chiama NationSwell. Tom e
gli altri fondatori lo definiscono cos:  un nuovo media digitale che raccoglie storie di rinnovamento
americano, d spazio e visibilit agli innovatori, i pionieri e i costruttori che fanno qualcosa di creativo,
con un impatto reale, per spingere l'America in avanti.
 un mestiere abbastanza raro, visto che noi giornalisti siamo spesso accusati di dare la priorit
alle cattive notizie, di diventare i moltiplicatori del pessimismo. Ma il pubblico leggerebbe un giornale
fatto solo di storie edificanti, positive e incoraggianti? Tom e i suoi amici stanno facendo una
scommessa di questo genere. Non  un partito preso buonista, non  una scelta pregiudiziale di
raccontare solo storie belle. In ciascuno di questi videoreportage ci sono anche drammi, difficolt,
asprezze, sconfitte. In comune c' la tensione verso il meglio: qualcuno ha deciso che non vuole
accontentarsi di denunciare i problemi, vuole risolverli, uno alla volta. Sono piccoli passi verso un
paese migliore: piccoli ma tangibili, misurabili, e a qualcuno cambiano la vita.
C' la storia di una piccola start-up che va a installare gratis pannelli solari sulle case degli
indiani Navajos nel deserto; un altro piccolo imprenditore converte  uno alla volta  dei Tir energivori
e inquinanti, installando una tecnologia che trasforma i loro motori in ibridi e riduce i gas di scarico; un
terzo si  messo nel riciclo dei prodotti elettronici e ha scoperto che schermi tv o vecchi computer
spesso sono riutilizzabili e perfino vendibili, insomma non  inevitabile che vadano a intasare le
discariche. Lui ci si mantiene pure, oltre a far bene all'ambiente. C' un elenco di consigli pratici su
come parlare ai senzatetto, per superare il muro di diffidenza o di paura che ci separa.
Andate sul sito http://nationswell.com. L troverete, come dice lo slogan dei creatori, le
persone che stanno cambiando l'America. Un pezzetto alla volta.
Ho passato un mese della mia vita nell'aula di un tribunale americano. Non arrestato, ma
selezionato per il Jury Duty. Cio come membro di una giuria popolare. Mi toccava, prima o poi. Due
anni dopo avere acquisito la cittadinanza americana, questo  il mio secondo esame da cittadino. La
convocazione al Jury Duty  una lettera temuta dalla maggioranza degli americani. Farsi esonerare 
possibile, ma bisogna avere ragioni solide, perlopi gravi problemi di salute. I doveri professionali non
sono sufficienti, altrimenti nelle giurie popolari entrerebbero solo pensionati e disoccupati. Si ha diritto
a un primo esonero quasi automatico su richiesta, ma io avevo gi dovuto usarlo per seguire un vertice
internazionale. Se cerchi di fare il furbo, ci sono multe, perfino il reato di contempt of the court,
disprezzo della corte, per il quale sono previste pesanti sanzioni. E finisci nell'elenco dei reprobi, dove
pescano i giurati dei processi che durano pi a lungo.
Il mio tribunale  presso la Corte suprema dello Stato di New York, al 111 di Centre Street, al
confine tra Chinatown e la zona di Wall Street. Io sono finito nella giuria di un processo a due cinesi
accusati di sfruttamento della prostituzione in un salone di massaggi. Non entro troppo nei dettagli,
anche perch il presidente della corte ci ha terrorizzati con l'elenco delle pene per i giurati che non
rispettano gli obblighi di riservatezza. Regna un clima di timore reverenziale, un rispetto maniacale
delle regole. Ci hanno garantito il collegamento wi-fi a Internet e ci hanno incoraggiato a portare
laptop, tablet per occupare i tempi morti (mica tanti). Ma quando veniamo convocati dal giudice
nell'aula, tutti spengono rigorosamente i gadget elettronici, guai a farsi beccare con lo smartphone in
modalit silenziosa, a rispondere alle email o agli sms. Aleggia sempre quella minaccia di finire sul
banco degli imputati per disprezzo della corte.
Ma non  solo per disciplina che ci concentriamo sul processo: testimonianze, interrogatori
incrociati, arringhe. I funzionari del tribunale, e poi il giudice stesso, nell'introdurci al nostro compito
ci hanno ricordato che stiamo svolgendo un ruolo fondamentale nella democrazia americana.
Adempiamo un dovere che  anche un nostro sacrosanto diritto: amministrare la giustizia. Questo  un
paese che fin dal Settecento decise di darsi dei tribunali fondati sul popolo.  un sistema diverso da
quello della maggioranza dei paesi europei, dove pure esistono le giurie popolari ma con ruoli pi
limitati.
In America dai tempi della Rivoluzione, per reazione alle monarchie, ai tiranni, agli Stati forti,
venne deciso di limitare il potere delle burocrazie professionali, magistratura compresa. Il giudice
applica la legge e solo lui pu decidere le pene, ma dopo che il popolo ha stabilito chi  colpevole e chi
 innocente (oppure, nei processi civili, da che parte stanno la ragione e il torto). Il presidente della
corte ci ricorda che questo principio un giorno potrebbe tutelare noi: Avete il diritto costituzionale di
essere giudicati da una giuria di vostri concittadini, di vostri pari, non da un magistrato di professione
nominato dal governo.  dai tempi in cui lo studiava Alexis de Tocqueville che questo modello
resiste, perch la gente qui crede che sia il migliore. Lo vedo attorno a me, nei circa duecento
selezionati come me per comporre varie giurie di processi che iniziano in contemporanea: vecchi e
giovani, donne e uomini, bianchi e neri, asiatici e ispanici, di ogni ceto sociale e professione. Tutti sono
compresi dell'importanza di questo rito a cui partecipiamo, anche quelli che parlano un inglese stentato
e probabilmente hanno avuto la cittadinanza solo di recente, come me.
C' anche l'aspetto spettacolare. Il giudice cerca di metterci in guardia: Avrete visto tanti film
sui processi, e serie televisive come Law and Order o altre. Ecco, noi non siamo a Hollywood. Qui ci
sono persone vere. I due imputati saranno dichiarati colpevoli o innocenti da voi. Il loro destino  nelle
vostre mani, cos come tocca a voi valutare le ragioni di chi li ha denunciati. Ricordatevi che il nostro
diritto si fonda sulla presunzione d'innocenza. Non formatevi un'opinione prima di avere ascoltato tutte
le prove. Condannate solo se avete raggiunto una convinzione di colpevolezza che superi ogni
ragionevole dubbio. Ascoltiamo una lezione di diritto americano. Ma poi, quando il procuratore della
pubblica accusa e i legali della difesa iniziano a interrogare noi, per la selezione dei giurati, siamo
davvero dentro una serie televisiva. Accusa e difesa hanno il diritto di scartare un certo numero di
giurati, per evitare una composizione a loro sfavorevole. Mi avevano detto che, in genere, i giornalisti
erano malvisti. Devono aver cambiato parere. In giuria ci ritroviamo in due colleghi, c' anche una
giovane reporter del gruppo dei quotidiani Hearst.
Fare il membro di una giuria popolare  un mestiere a tempo pieno, finch dura il processo.
Siamo convocati alle nove del mattino e rilasciati alle cinque del pomeriggio. Il mio altro lavoro
devo concentrarlo prima dell'alba, anticipando di molte ore la sveglia; poi ho un'oretta e mezzo di
intervallo pranzo che passo in tribunale incollato al mio computer; poi ancora la sera e fino a tarda
notte posso tornare a fare il giornalista. Rinuncio a una vita sociale, cancello viaggi, disdico visite
mediche. E non posso lamentarmi perch gli altri tredici giurati (siamo dodici membri permanenti e due
supplenti) hanno problemi grossi quanto o pi di me: c' un afroamericano che fa l'autista in proprio e
sta perdendo un sacco di soldi, nel suo caso  prevista una diaria ma  ridicola (40 dollari al giorno);
c' una mamma single che non pu andare a prendere il figlio quando chiude l'asilo nido. Nessuno ti
ringrazia, nessuno ti compiange. Fare il giurato popolare prima o poi capita a tutti. Inoltre, il sacrificio
che stiamo facendo noi  poca cosa rispetto alla posta in gioco per le presunte vittime e gli imputati.
Sbagliando decisione finale potremmo mandare in carcere degli innocenti, o lasciare impunito un
crimine e tradire le vittime. Se hai un po' di coscienza, di notte ti vengono gli incubi.
In questo mese ho imparato molto su ambienti sociali lontani dal mio, mondi dove la realt
quotidiana  fatta di miseria, sfruttamento, prostituzione, estorsione. Sulla vita dei poliziotti a contatto
quotidiano con la violenza, l'inganno, l'abuso, i drogati e i malati di mente. Sulle scorciatoie che
talvolta alcuni detective usano per incastrare dei sospetti, fabbricando prove. Sul traffico sessuale, le
donne che finiscono in quel giro. Sull'immigrazione clandestina e l'insicurezza creata dallo status
d'illegalit e precariet che rende ricattabili.
Ho imparato ancora di pi sui miei limiti. Un giornalista, in fondo, si muove su un terreno non
troppo distante dal mestiere del giudice e del poliziotto: dovrebbe unirci, almeno in teoria, la ricerca
della verit, lo sforzo di imparzialit e di oggettivit. Prima di dire innocente o colpevole come giurati,
dobbiamo ascoltare tutte le versioni, metterci in tutte le angolature, riconoscere che la verit a volte non
 bianco o nero, che in tutte le situazioni umane esistono zone di ambiguit. Non  come fare il tifo sui
giornali, leggendo le cronache di processi famosi. I dubbi mi assalgono di continuo. Mi chiedo se
questa giustizia fondata sulla giuria popolare sia la migliore possibile. Di certo i suoi risultati
dipendono da chi  l'imputato e da chi sono i giurati: nel profondo Sud, se sei un giovane nero accusato
di un crimine e ti giudica una maggioranza di bianchi, il sistema ti discrimina. E tuttavia, in quei paesi
dove vigono altre regole e procedure, anche i giudici professionali sbagliano, eccome se sbagliano.
Mi consola in parte il fatto che non sono solo. Alla fine siamo in dodici a consultarci, discutere
fra noi e decidere. Il mio parere  bilanciato da quello di altre persone, donne e uomini, neri e asiatici e
bianchi, ciascuno con la propria esperienza di vita e il proprio buon senso, e speriamo che i pregiudizi
degli uni e degli altri si compensino. Ci vuole pazienza, concentrazione, consapevolezza dei propri
limiti, spirito di cooperazione.
E cos, in fondo, ho ricevuto anche una lezione sulla democrazia. Se  sana, se funziona come
deve, se ci crediamo davvero, la democrazia assomiglia proprio a quello sforzo che abbiamo dovuto
affrontare noi dodici giurati popolari, microcampione della societ. La democrazia  fatica quotidiana
per raggiungere un po' di giustizia, qualche soluzione ai torti, mediando fra sensibilit diverse,
dialogando per conciliare punti di vista conflittuali. E poi alla fine, ma solo alla fine, si vota e ci si
conta. Questo piccolo esercizio di democrazia che coinvolge i giurati chiusi in una stanza per sette ore
al giorno e per tanti giorni di fila, com' distante dal dibattito politico fatto a colpi di slogan, di 140
caratteri, le battute lapidarie su Twitter, le frasi a effetto e gli insulti, le semplificazioni e le aggressioni
verbali, il disprezzo dell'avversario, la volgarit, la superficialit, il piacere dello sberleffo e della
diffamazione.
Forse la corve della giuria popolare non crea una giustizia americana migliore di altre, ma in
compenso funziona per noi giurati come una sorta di servizio civile.  educativo, ti fa capire meglio
che una societ vive di sacrifici quotidiani, altrimenti si spappola e si disintegra, diventa caos e ferocia.
Il livello di civilt, di ascolto, di rispetto reciproco a cui siamo costretti noi giurati  che ci
piaccia o no, sono le regole del gioco  perch non sembra pi possibile nella pratica democratica?
La degenerazione del linguaggio e del costume, ma anche della concentrazione dei cittadini,
che ormai sembra esaurirsi dopo pochi minuti e qualche battuta fulminea in tv o sui social media, fa s
che i leader democratici si selezionino con le regole della societ dello spettacolo.
Prima ancora di fare il giurato, da quando ho la cittadinanza Usa (senza aver rinunciato
all'italiana) non sono stato un cittadino solo virtuale, spettatore passivo. Avendo letto Alexis de
Tocqueville (La democrazia in America), ho preso la faccenda sul serio e ho cercato di esercitare i miei
diritti-doveri. All'estero la democrazia americana fa pi spesso notizia per i suoi lati spettacolari. Si
capisce perch: basta rivedersi dei cult-movie come Quarto potere di Orson Welles (1941) e Il
candidato con Robert Redford (1972), molto prima che spuntassero Arnold Schwarzenegger e Donald
Trump, per rendersi conto che la politica-marketing fu inventata qui. Ma non c' solo questa.
Fedele alle sue origini rivoluzionarie, federaliste e partecipative, la Repubblica americana
prevede una costante partecipazione del cittadino alle decisioni. Le occasioni per farci ascoltare da chi
ci governa sono sorprendentemente numerose, se si vuole usarle. A New York sono andato agli
hearing (audizioni) dove la cittadinanza pu esprimere il proprio parere su cose importanti:
urbanistica, ambiente, politiche sociali, ordine pubblico. La mia consigliera municipale, Helen
Rosenthal, tiene informato degli appuntamenti partecipativi chiunque ne faccia richiesta. Il rapporto fra
elettore e rappresentante (non solo in comune, ma anche con i deputati e i senatori)  davvero stretto,
nei singoli collegi. Ai consigli di quartiere veniamo consultati e i nostri pareri finiscono dentro le
istruttorie sulle nuove leggi comunali. Ho partecipato a petizioni, manifestazioni, picchetti e raduni
presso gli uffici del governatore Andrew Cuomo, sulle scelte energetiche dello Stato di New York:
quanto eolico sviluppare; che fare delle vecchie centrali a carbone; come costringere lo Stato a
disinvestire i suoi fondi pensione dalle societ che producono energia fossile. Ho aderito alla
mobilitazione di volontari per il censimento dei senzatetto, coordinato dal comune, che  un passaggio
essenziale per capire l'ampiezza del fenomeno e trovare soluzioni che non siano calate dall'alto da chi
ignora i problemi veri degli homeless.
Fare il cittadino che vuol essere ascoltato  quasi un mestiere a tempo pieno, tante sono le
occasioni per dialogare con chi ci governa. E questo del mestiere a tempo pieno ovviamente  un
grosso guaio, un ostacolo non da poco. Alle audizioni dove si discutono le politiche ambientali, i
petrolieri non hanno bisogno di venire di persona. Loro pagano squadre di avvocati, che studiano i
dossier con mesi di anticipo. Il cittadino comune pu cercare di riequilibrare i rapporti di forze
associandosi in un'organizzazione collettiva, una ong, un movimento, che a sua volta possa pagarsi gli
esperti, gli avvocati, i portavoce autorevoli. Ma l'asimmetria  evidente.
Lo squilibrio nei rapporti di forze  tanto pi crudele verso i cittadini meno abbienti. Una
mamma single, afroamericana, con un posto di lavoro da cassiera di un supermercato, che passa due
ore sui mezzi pubblici e quando arriva a casa deve preparare la cena e aiutare i figli a fare i compiti,
come pu competere nel sistema democratico con le grandi lobby? Se faccio fatica io a caricarmi di
alcune responsabilit di cittadino, figurarsi lei.  un miracolo se trover il tempo per andare a votare
una volta ogni quattro anni. Il giorno dell'elezione spera di mandare al governo un difensore degli
interessi dei lavoratori come lei, quelli che negli ultimi decenni hanno perso terreno, hanno visto ridursi
il potere d'acquisto, l'accesso all'universit per i figli, alle cure mediche e a una pensione decorosa. Ma
non basta avere un avvocato difensore dei nostri diritti alla Casa Bianca: ha cercato di esserlo Obama,
eppure tante sue riforme sono nate difettose o sono state vanificate. La soluzione pi pratica, forse
realistica, per la mamma single che torna a casa distrutta dalla stanchezza,  la delega. Fare i cittadini a
tempo pieno  arduo,  complicato,  snervante. Ma forse, se non ci decidiamo a riprenderci noi la
democrazia, saremo condannati alle delusioni per sempre.
Mentre si avvicina il suo congedo finale, Obama ha fatto questa raccomandazione a chi voglia
una diversa selezione delle lite: Smettetela di trattare la politica come un reality show.
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FINE.